ChatGPT, stile Ghibli e proprietà intellettuale: «I buoi non solo sono scappati, sono diventati lepri»

L’ondata, nel frattempo, si è (parzialmente) affievolita. Ma l’effetto, beh, rimane. Eccome. Di più, le domande – di fronte alla ghiblizzazione che ha stordito i social – si moltiplicano. Che ne sarà dell’arte, quella vera? Ma il diritto d’autore non andrebbe protetto meglio? E ancora: se è così facile produrre contenuti, grazie in particolare all’ultimo aggiornamento di ChatGPT, hanno ancora senso quei lavori legati a doppio filo alla creatività? Per capirlo, ci siamo affidati a Gaetano Biondo, docente di Marketing SUPSI, amministratore delegato di Linkfloyd nonché, per dirla con le sue parole, esploratore dell’intelligenza artificiale.
Iniziamo da
una considerazione di per sé banale: perché, a questo giro, è stato preso di
mira proprio lo Studio Ghibli – ovvero lo studio di film d’animazione
giapponese fondato oramai quarant’anni fa a Tokyo da Hayao Miyazaki, Isa
Takahata, Toshio Suzuki e Yasuyoshi Tokuma – e non altre forme d’arte? C’è una
spiegazione logica dietro a quest’ultima moda?
«In linea di massima,
già in passato era possibile realizzare in maniera relativamente affidabile
immagini con un determinato stile. Sfruttando, appunto, l’intelligenza
artificiale. Penso, in particolare, a Pixar. Si poteva, insomma, ottenere un
risultato notevole e riconoscibile. Il recente aggiornamento di OpenAI, d’altro
canto, rappresenta un passo in avanti deciso in termini di precisione. Le
espressioni e le caratterizzazioni dei personaggi, adesso, sono più fedeli. Ci
sono la morbidezza, la delicatezza e questo aspetto sognante che hanno reso lo
stile Ghibli famoso in tutto il mondo. Parallelamente, gli utenti hanno
iniziato a trasformare le proprie foto o scatti particolarmente famosi. A
colpire, in questo caso, è la verosimiglianza del contesto. Dello sfondo. Ogni
elemento rimane al suo posto ed è riconoscibile, come detto. Il che permette di
ricreare una scena, ad esempio di un film, esattamente così com’è. A partire
dalle scritte e dai testi. C’è un rispetto direi totale dei font e dei loghi. Al
di là dello stile Ghibli, diventato un trend, è lo sviluppo del modello a stupire».
Detto che
tutti, appunto, ci siamo divertiti a ricrearci in versione Ghibli e ribadito
che, a livello di privacy e protezione dei dati, in questo senso potrebbero
esserci non pochi problemi, la questione più stringente è quella del copyright:
che cosa dice la legge al riguardo?
«È un aspetto,
questo, carico di problematiche. C’è l’aspetto della proprietà intellettuale e
dello sfruttamento della stessa in chiave commerciale. Qual è, davvero, il
ruolo di OpenAI e, analogamente di altre intelligenze artificiali? La legge,
sia essa quella americana o quella europea o, di nuovo, quella svizzera, tende
a condannare lo sfruttamento della proprietà intellettuale o l’utilizzo
improprio di immagini, marchi e persone senza un preventivo consenso. OpenAI si
è spesso difesa con il concetto di fair use, una sorta di uso legittimo
ai fini dell’innovazione. In realtà, però, tramite ChatGPT, gratuitamente o con
un abbonamento, tutti possiamo generare contenuti in modo libero, associando le
nostre idee a determinati personaggi. E dando vita a output che potrebbero violare
la citata proprietà intellettuale. Ci troviamo, manco a dirlo, in una zona grigia».
Lanciamo una
provocazione: il New York Times, quando ha fatto causa a OpenAI, al grido «avete
preso i nostri contenuti per allenare il modello senza il nostro consenso», è
passato quasi inosservato. Al contrario, la ghiblizzazione ha generato
maggiore consapevolezza fra gli utenti. Perché?
«Diciamo che,
rispetto a quella causa, adesso ci rendiamo conto, visivamente proprio, del
livello raggiunto. Nella generazione di testi, ad esempio, il paragone è quello
con uno studente di dottorato. Ma l’appello del New York Times, mettiamola
così, è passato un po’ in sordina perché non era ancora sotto gli occhi di
tutti. Ora, invece, lo è. L’accelerazione è stata netta. Una volta, per
intenderci, cera Wikipedia o, prima ancora, c’erano i famosi Bignami per chi voleva
sintetizzare l’informazione. In poco tempo, ora, arriviamo perfino a ricreare
lavori artistici che richiederebbero conoscenze specifiche enormi. È questo, dicevamo,
che lascia sgomenti: quanto sia facile, oggi, arrivare a un risultato del
genere».
Lei è docente
di Marketing. E si occupa, di riflesso, anche di pubblicità. Siamo cresciuti
con una serie TV cult, Mad Men, nella quale il protagonista, Don Draper,
sapeva tirar fuori dal cilindro l’idea geniale. All’improvviso, notando magari
un dettaglio. Significa che il suo lavoro e quello di altri, ora, può essere
sostituito?
«Alcune
sostituzioni sono già in corso. Quantomeno, in America gli annunci si stanno
orientando sempre di più verso persone che sanno utilizzare bene l’intelligenza
artificiale e dimostrano, evidentemente, di saperci fare. Fra le posizioni
aperte più ricercate, ad esempio, c’è quella di videomaking AI. Anche in Ticino
vediamo contrazioni: le aziende iniziano a comprendere che determinati compiti
possono essere velocizzati. E che, quindi, un singolo dipendente può essere
caricato di più compiti. Detto ciò, fra le professioni più esposte ci sono
proprio quelle legate alla grafica, al copywriting e al montaggio video».
Parentesi: a
un certo punto, se la creatività umana passerà in secondo piano a vantaggio di
prodotti culturali e artistici generati dall’intelligenza artificiale, con
quali dati alleneremo questi modelli? E che cosa verrà generato?
«Se ci sarà un
appiattimento? Sì, certo. I dati con cui allenare le intelligenze artificiali
saranno sempre di meno, perché la creatività pura, senza l’intervento della
tecnologia, sarà abbastanza limitata. Va detto, tuttavia, che il marketing, la
comunicazione, in generale l’arte, dall’inizio del Novecento in avanti e in
particolare con l’avvento del mezzo televisivo sono il frutto di un remix
generale di prodotti preesistenti. L’intelligenza artificiale sta favorendo un’accelerazione
di questo remix. Per cui, ecco, posso immaginare che arriveremo a non avere più
spunti. O, se preferite, ad avere creativi puri dal valore economico altissimo.
Rispetto al futuro non sono né ottimista né pessimista, né positivo né
negativo. Alcune eccellenze, a mio modo di vedere, rimarranno. Ma ci vorranno
dei contributi seri, da parte delle istituzioni e delle grandi aziende, per
stimolare la generazione di questi contenuti al di fuori dell’intelligenza
artificiale».


Su LinkedIn,
lei ha postato una provocazione generata dall’AI: Chiara Ferragni in una sorta
di immagine pubblicitaria con in mano un cartone di Tavernello. Del vino a
basso costo in mano a un’influencer abituata ai grandi marchi. Che cosa voleva suggerire
con questo accoppiamento? E come avrebbe reagito, vedendo l’immagine, il nostro
Don Draper?
«Immagino non
molto bene. Don Draper, nella serie, cercava sempre un posizionamento per
differenza. Ma la mia provocazione, se così vogliamo definirla, aveva uno scopo
puramente divulgativo. E aveva un che di denuncia. Della serie: guardate che
assurdità si possono generare con l’intelligenza artificiale e che tipo di
persone-prodotti si possono associare. Ottenendo, in ogni caso, un risultato
realistico. E il vero punto su cui è necessario ragionare è il seguente: ho
dato un input di dieci, semplici parole. Ho detto: realizza un’immagine di
Chiara Ferragni che sponsorizza il Tavernello. Punto. È questo, l’aspetto che
volevo denunciare. Un aspetto che fa paura perché può causare ignoranza legale
o, peggio ancora, volontà di ledere».
C’è un
aspetto politico, anche? Se è vero che le legislazioni, ovunque, proteggono il
diritto d’autore, è altrettanto vero che l’amministrazione Trump spinge per
liberalizzare e non vincolare la tecnologia e ciò che produciamo con essa. Dai
post su X all’intelligenza artificiale, sembra che valga più o meno tutto…
«Nel nome della libertà,
che di per sé è un concetto positivo, sono stati abbandonati alcuni filtri.
Grok, anche perché nato in ambiente X, consentiva già di aggirare più di una
barriera nella generazione di immagini. Il fatto che, ora, OpenAI si sia in un
certo senso allineata è un segnale a mio avviso chiaro. Figlio, soprattutto,
della linea tracciata dall’amministrazione Trump e, allo stesso tempo, della
necessità di non rimanere indietro sul fronte di innovazione e investimenti. Da
quando, in particolare, la Cina è entrata nella partita con DeepSeek, OpenAI si
è sentita come accerchiata. Anche perché Microsoft, il suo investitore
principale, ha deciso di chinarsi anche su altri modelli. Quindi, che cosa ha
fatto l’azienda di Sam Altman? Ha detto: vi facciamo vedere dove siamo
arrivati, quanto è potente la macchina, marchiamo il territorio e lo facciamo rimettendoci
a livello economico. Il fatto di aprirci una simile tecnologia, con una
capacità di calcolo impressionante, è un’operazione estremamente costosa per l’azienda.
Per cui sì, siamo di fronte a un tentativo di marcare il territorio più che di
una strategia per guadagnare».
Chiudiamo con una
domanda che facciamo a tutti gli esperti di intelligenza artificiale: ora che i
buoi sono scappati dalla stalla, come può (e come potrà) la legislazione
rincorrere e contenere un simile fenomeno?
«Imparando a fare
i pastori. Ci aspettano, a meno di sconvolgimenti, altri tre anni e otto mesi
di amministrazione Trump. Amministrazione che, a sua volta, ha utilizzato molti
contenuti generati dall’intelligenza artificiale in chiave satirica o
parodistica. Generando polemiche. E creando confusione, in particolare fra chi
non è alfabetizzato da un punto di vista digitale. L’Europa e la Svizzera
stanno provando, con più forza, a regolamentare l’intelligenza artificiale. Nel
nostro Paese, in questo senso, va registrato che il Consiglio degli Stati ha
approvato una mozione di Fabio Regazzi volta a proteggere i minori dai deepfake.
Ma i buoi, dicevamo, oramai sono scappati. E i servizi di cui parliamo hanno
sede negli Stati Uniti o, eventualmente, in Cina. La soluzione più sicura, al
di là delle normative, è imparare, tutti, a usare questi strumenti. Suggerirei,
insomma, un investimento massiccio a livello di educazione, sia fra i ragazzi
sia fra gli over 50. Se già prima, di fronte alle fake news o alla disinformazione,
c’era chi ci cascava, figuriamoci adesso. Abbiamo oramai le prove di come un
determinato tipo di immagini, decontestualizzate, abbia avuto un impatto, fra
le altre cose, sul referendum per la Brexit. Queste dinamiche, adesso, sono
diventate ancora più opache. Perciò, ribadisco, è importante investire nell’educazione.
I buoi non solo sono scappati, ma sono diventati lepri. L’accelerazione dell’intelligenza
artificiale è fortissima. Conoscere l’AI non sarà un aspetto risolutivo, ma
almeno ci consentirà di avere le spalle un po’ più larghe».