I dazi «generali» di Trump pesano sulle Borse

Sull’onda dell’incertezza riguardo alla politica USA dei dazi è proseguito anche oggi il «sell-off» sulle principali Borse mondiali, dopo le chiusure col segno meno di venerdì scorso. A «convincere» i mercati a vendere sono state (anche) le affermazioni nel fine settimana del presidente Donald Trump, secondo cui tutti i Paesi potrebbero essere colpiti dai dazi e non solo i «dirty 15» (così li ha definiti la scorsa settimana il segretario al Tesoro Scott Bessent) con i maggiori disavanzi commerciali. E così gli investitori, nell’attesa dell’annuncio di mercoledì della Casa Bianca sulle politiche commerciali, hanno «alleggerito» le posizioni e fatto un po’ di «profit-taking». E la liquidità liberatasi viene «posteggiata» nei beni ritenuti «sicuri», in particolare l’oro che oggi è balzato a quota 3.128 dollari l’oncia - ma non nel dollaro, da sempre il bene rifugio preferito durante le fasi ribassiste dei mercati azionari. Misurato con il «Dollar Index», il biglietto verde oggi è rimasto relativamente stabile sulla giornata, mentre sul mese registra un -3% e da inizio anno un -4%. Poco mosso l’altro classico bene rifugio, il franco svizzero, che nei confronti del dollaro e dell’euro ha perso appena qualche frazione di centesimo, quotando in serata rispettivamente 0,8845 e 0,9554.
Tornando alle Borse, dopo il pesante rosso registrato stamattina a Tokyo, con l’indice di riferimento Nikkei 225 che ha ceduto il 4,1%, è toccato all’Europa continentale: a fine seduta ieri pomeriggio l’indice DAX tedesco ha segnato un -1,33%, lo SMI svizzero -1,89%, il CAC 40 francese -1,58%, il FTSE 100 britannico un -0,88% e il FTSE-MIB di Milano -1,77%. Dal canto suo, lo STOXX 600, il super-indice azionario che raccoglie 600 delle principali capitalizzazioni di mercato europee, ha registrato un calo dell'1,5%, bruciando 245 miliardi di capitalizzazione. A Wall Street invece i listini hanno recuperato le perdite di inizio seduta: lo S&P 500 ha chiuso a +0,55% mentre il Nasdaq 100 ha chiuso quasi in parità (-0,02%). Il trimestre per i listini USA si chiude però in territorio negativo, con il super-indice S&P 500 che perde quasi il 5%, la peggior performance trimestrale dal 2020.
A sottolineare ulteriormente l’accresciuta incertezza sui mercati, il VIX Index che misura la volatilità dei mercati ha registrato oggi un balzo di oltre il 10% a quota 24,80, non lontano quindi dalla precedente fiammata di inizio agosto scorso, quando raggiunse quota 38,57. Da gennaio il cosiddetto «indice della paura» è salito del 38%.
Timori per crescita e rincaro
Gli investitori sembrano quindi sempre meno fiduciosi su ciò che accadrà negli USA sia sul fronte economico, sia su quello politico. Ma rispetto a qualche settimana fa, ora il «risk-off» dai mercati USA «contamina» anche quelli mondiali. Ma non è solo colpa dei dazi di Trump, annunciati oppure attuati: a preoccupare gli investitori sono pure le prospettive - perlomeno sul breve termine - di crescita e le attese inflazionistiche della prima economia mondiale. Venerdì, infatti, il dato sulla spesa per consumi personali negli USA (il PCE Index, preferito dalla Fed) è stato inferiore alle previsioni (invariato al 2,5% su base annua), trascinando al ribasso le stime del PIL del primo trimestre degli Stati Uniti. Anche il modello «GDPNow» della Federal Reserve di Atlanta, molto gettonato in questa fase, segnala una contrazione dell’economia statunitense nel trimestre.
Questi dati e la fuga dai valori azionari hanno un impatto diretto sulle aspettative dei tassi di interesse. Stando alle quotazioni dei future, i mercati si attendono ora tre tagli della Fed nel 2025 , mentre i rendimenti dei Treasury a due anni (considerati un barometro delle aspettative sul tasso dei Fed funds), che venerdì sono tornati sotto il 4%, oggi sono scesi ulteriormente al 3,90%.