«La droga ti cattura, ti lascia e ti riprende fra le sue braccia»
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Quattro vite, quattro storie: dure, crude, raccontate senza giri di parole ma badando al sodo. Sono quelle di una donna e tre uomini irretiti dalla dipendenza da sostanze stupefacenti che ancora dopo decenni caratterizza il loro vivere quotidiano. La droga negli anni s’è portata via molti loro amici e conoscenti. Loro invece sono dei sopravvissuti che costituiscono oggi un nuovo gruppo sociale.
Hanno infatti fra i 50 e i sessant’anni e appartengono a quelle generazioni che dagli anni ’60-’70 del secolo scorso hanno vissuto, alimentato e pure subìto il boom delle droghe. A utilizzare sostanze hanno iniziato magari per semplice curiosità ma ben presto sono caduti nella dipendenza più totale. Ora sono diventati una categoria di anziani non strettamente dal punto di vista anagrafico ma per le problematiche legate a una salute fisica e mentale che è stata minata. E in quanto tali fanno parte di un nuovo gruppo sociale di cui è occupato uno studio della SUPSI. È intitolato Invecchiare con le sostanze e ha rilevato specificità e bisogni dei consumatori di oppiacei dai 50 anni in su.
È il caso della donna e dei tre uomini ticinesi – qui con nomi di fantasia, per rispettarne la privacy – che hanno accettato di aprirsi con noi per raccontare come e perché sono diventati consumatori di stupefacenti e della loro vita con le sostanze. Aggiungiamo che sono persone aiutate finanziariamente dallo Stato, essendo in assistenza e/o invalidità.
L’infanzia negata di Silvia
Le prime parole sono quelle di Silvia: ha 51 anni e il suo racconto è prima di tutto il paradigma di un’infanzia negata.
«Sono nata e cresciuta in una famiglia di Testimoni di Geova. La mia infanzia l’ho trascorsa stando in piedi ore e ore davanti a mio padre – era lui che voleva si facesse così – che leggeva e spiegava la Bibbia. Se avevo un cedimento e mi muovevo un po’, ecco che volavano subito sberloni. Altro che andare fuori a giocare con amichette e amichetti! A scuola, poi, ero bullizzata dai compagni soprattutto perché i miei mi facevano vestire in modo castigato, con abiti che coprivano tutto il corpo. Alle medie venivo presa in giro anche da un professore che spesso mi diceva davanti a tutti ‘‘Se non studi, Geova non ti aiuta!’’. È a vent’anni che ho scoperto la libertà: mi sono innamorata di un uomo jugoslavo più vecchio di me di cinque anni che abitava sopra di noi e con lui sono scappata in Serbia, passando da Italia, Austria e Ungheria, perché nei Balcani era scoppiata la guerra. In seguito siamo però tornati in Svizzera con l’intenzione di sposarci. Ed è così che sono finita davanti al tribunale degli anziani dei Testimoni di Geova perché ai membri del gruppo questa cosa non andava bene, in quanto lui non era uno di noi. Quelli del tribunale mi hanno anche chiesto se fossi vergine oppure no (la verginità l’avevo persa in Serbia ) e a quel punto ho deciso di tagliare i ponti con questo ambiente. Mi sono sposata ma la felicità è durata poco, perché ho capito in fretta che l’uomo che amavo l’aveva fatto solo per avere il passaporto svizzero, lui che quando l’ho conosciuto era in Svizzera senza avere un permesso di soggiorno».
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Silvia chiede un caffè e di fare una pausa, poi riprende a raccontare. «È stato il padre del primo dei miei due figli: ne sono rimasta incinta quando avevo già chiesto la separazione, visto che lui pensava solo ad andare in giro a bere e a non lavorare. Io invece ero impiegata in una fabbrica e lì ho conosciuto un altro uomo da cui ho avuto una figlia. Purtroppo, ho capito troppo tardi che lui aveva una gelosia di tipo patologico, di quelle davvero pesanti. Mi sono quindi ritrovata in un’altra vita che certo non volevo vivere, motivo per cui mi sono trasferita in una casa protetta per madri e donne in stato di bisogno. Lì mi sono affezionata a una ragazza e quando mi ha confessato che si drogava, le ho chiesto di fare anche a me un’iniezione di eroina. Avevo bisogno di dimenticare, di tirare su un muro fra me e la realtà. Avevo 25-26 anni e sapevo già che sarei andata avanti su quella strada».
Luigi il dealer
«Quale nome di fantasia mi andrebbe bene? Luigi, che è poi lo pseudonimo con cui sono conosciuto come dealer (spacciatore, ndr): fa parte della mia vita e tanto vale usarlo anche per parlarci, per quest’intervista». Eccoci allora con Luigi, diventato rivenditore e spacciatore per pagarsi le sostanze stupefacenti utilizzate per il suo consumo personale. Ha 56 anni e prosegue così: «Ho iniziato a drogarmi a 16 anni, per curiosità. Prima marijuana e hashish e poi dal fumo sono passato a un crescendo con l’eroina. Non ho più una vena in ordine, per bucarmi mi sono fatto anche le iniezioni sotto i piedi. Roba da microchirurghi, perché non è per niente facile bucarsi lì sotto, dove trovi solo dei capillari».
«Ho fatto e concluso l’apprendistato di elettricista e per guadagnare qualche franco in più, attorno ai vent’anni, sono andato con degli amici a lavorare e vivere a Zurigo di cui a quei tempi si parlava anche per il Platzspitz, il parco della droga a non molti passi dalla Bahnhofstrasse, la via del lusso e delle banche. A rimanere lontano dal Platzspitz non ce l’ho fatta e il mio primo pensiero di ogni giorno, di ogni settimana e mese era di fumare stupefacenti prima di andare a lavorare».
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«Drogarsi – prosegue Luigi – è bello, quando inizi. Ti senti bene, forte, senza chissà quali pensieri. Questo non lo si può certo negare. Presto, però, ti si spalanca davanti un precipizio e ci cadi dentro. Per continuare ad assumere sostanze devi spendere molti, moltissimi soldi. Ed è per questo che mi sono messo a fare il dealer, attività in cui sono ormai di lungo corso. Per la prima e unica volta mi hanno beccato solo in tempi recenti, ma è stato per sfiga (sfortuna mia, e mi sono fatto sei mesi di carcere su una pena di tre anni, ora sono fuori ma con la condizionale). Per anni ho acquistato, rivenduto, spacciato e consumato con grande avvedutezza e abilità. Non poteva essere altrimenti, perché mia madre era molto malata e bene o male dovevo anche occuparmi di lei. La mia vita è girata tutta attorno alla droga, alle sostanze, a questa mia età cosa posso ormai dire? A quali speranze o prospettive potrei mai pensare? Nel mio ambiente quante persone hanno fatto chissà quali progetti per il loro futuro o almeno tentare di smettere ma il giorno dopo non c’erano più. Morti. E di morti a causa degli stupefacenti ne ho conosciuti e visti moltissimi. Io sono un sopravvissuto, me ne rendo conto. Mi auguro comunque che gli anni davanti a me possano essere migliori degli ultimi trenta che ho vissuto, quelli dell’assunzione di eroina, a cui sono passato dopo essere tornato in Ticino, dopo qualche anno a Zurigo».
La speranza di Aldo e Lorenzo
Luigi spera quindi in un futuro meno duro (pur se «Vivo alla giornata, non guardo più in là del giorno che sto vivendo») e Silvia, nonostante le sofferenze che l’accompagnano da sempre, ha ancora dei sogni («Quest’anno, non appena possibile, vorrei andare con mia madre nei Grigioni per un paio giorni, per stare insieme in riva a un lago di montagna». Ci rimangono le parole di Aldo (60 anni) e Lorenzo (57), parole di speranze infrante ma a cui si aggrappano perché un futuro c’è comunque pure per loro.
«Ho iniziato con gli stupefacenti da adolescente – racconta Aldo – ma ho avuto una mia vita professionale. Sono diventato panettiere, ho lavorato anche come aiuto giardiniere e i miei datori di lavoro sono stati sempre contenti di me. Solo che di mezzo c’era anche la droga. Mi ha fatto finire per due volte in carcere ma ci sono stati anche dei periodi più o meno lunghi in cui sono riuscito a farne a meno. Adesso sto invecchiando e mi rendo conto che la vita è un bel dono. Leggo molto, cerco di curare il più possibile la mia salute, mi piace disegnare e scrivere i miei pensieri. Apprezzo anche un semplice fiore, come tutte le cose semplici e vere. Dove sarò fra dieci anni? Ancora qui, perché alla fine sono riuscito a costruirmi la mia tana e non sono più in quella bolla che creavo intorno a me usando l’eroina, sostanza che non ho più toccato da almeno una ventina d’anni».
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«Le sostanze stupefacenti, in particolare quelle pesanti, prima di tutto diventano una barriera contro il dolore», spiega invece Lorenzo che aggiunge: «Non importa se inizi ad assumerle per curiosità oppure altri motivi ma alla fine ti legano così tanto a loro che riuscire a smettere di consumarne è davvero un’impresa. Ho incominciato con l’eroina che avevo 26 anni, dopo essermi diplomato alla scuola per traduttori di Zurigo. Ho avuto dei bei posti di lavoro, ben pagati. Dalla droga, però, non sono mai uscito del tutto: ti cattura, ti lascia ma poi ti riprende di nuovo e ancora più forte fra le sue braccia. La conseguenza è che ti isoli sempre di più. Comunque, devi tirare avanti e io tengo duro, perché c’è sempre qualcosa da fare: ogni tanto mi chiamano ancora per fare delle traduzioni e ci tengo a farle bene, in quanto so di avere ancora delle risorse».
Precocemente fragilizzati dalle patologie
Il dottor Alberto Moriggia è specializzato in medicina delle dipendenze e innanzitutto spiega chi sono i consumatori di sostanze anziani: «Per queste persone il termine “invecchiamento” non è utilizzato in senso anagrafico ma perché dal punto di vista medico possono presentare malattie tipiche di individui ben più anziani di loro, che anziani lo sono proprio per l’età avanzata. Sono pazienti che presentano problematiche sia fisiche sia psicologiche sia sociali, persone che nel corso della loro vita si sono dovute anche confrontare con una grande solitudine».
Dopo di che Moriggia annota: «Prevalentemente adesso hanno un’età dai 50 ai 60 anni, età che loro stessi per primi non pensavano di raggiungere quando erano ragazzi. Sono infatti in gran numero i consumatori di sostanze che sono morti giovani negli anni ’70, ’80 e ’90 del secolo scorso per overdose o perché infettati dall’HIV oppure dall’epatite C, i cui virus erano stati anche trasmessi con lo scambio di siringhe. In quei decenni non erano state ancora trovate cure atte a contenere i danni causati da questo tipo di agenti infettivi, mentre nel frattempo la medicina ne ha trovate e sviluppate. È stato quindi possibile ridurre quei danni che in forma più pesante avrebbero potuto portare a una morte precoce del consumatore di stupefacenti. Alcuni sono purtroppo morti, mentre altri, pur continuando ad assumere sostanze, sono sopravvissuti. E grazie ai progressi fatti in campo medico sono diventati quei consumatori anziani che proprio in questi ultimi anni hanno incominciato a formare uno specifico e nuovo gruppo sociale».
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Qual è allora il tipo di presa a carico dal punto di vista medico? «In Svizzera, come in altre nazioni, con le persone dipendenti da sostanze si applica ormai la pratica sanitaria della riduzione del danno. Ciò significa che non si presuppone la rinuncia agli stupefacenti da parte dei pazienti – obiettivo sicuramente auspicabile ma non sempre perseguibile – ma che vengono anzi offerte cure e misure affinché possano godere di uno stato di salute fisica e psichica il più possibile accettabile, nonostante il consumo e i danni a esso correlati».
«In Svizzera – aggiunge Alberto Moriggia – c’è un altro fattore davvero importante, direi fondamentale. È quello degli ammortizzatori sociali, degli aiuti finanziari dello Stato, vuoi con l’assistenza vuoi con l’assicurazione invalidità, che permettono alle persone con disagio sociale o problemi di salute di sopravvivere. Esistono poi associazioni, comunità e centri terapeutici che si occupano di aiutare e seguire i pazienti sul campo, sul fronte più avanzato, quello della strada, della vita di tutti i giorni, per intenderci. Di conseguenza, il consumatore di sostanze che si trova confrontato con una situazione di vita difficile e critica non è abbandonato a sé stesso e non viene lasciato precipitare nell’abisso. In ogni caso, deve essere chiaro a tutti che questi consumatori/pazienti formano una categoria di persone in stato di grande sofferenza sotto molti punti di vista e che gli aiuti dello Stato non li rendono certo ricchi».
Il nostro interlocutore si sofferma infine sul lavoro degli operatori sul campo con questo nuovo gruppo sociale. «Ci troviamo a lavorare con donne e uomini che spesso non sono riusciti a uscire dalla loro dipendenza. Quindi, prima di tutto siamo chiamati a riflettere sul perché non abbiano mai smesso il consumo e su cosa potremmo fare, trovando in noi stessi operatori nuove motivazioni, affinché possano comunque godere di una vita accettabile anche ora che hanno accumulato un carico di patologie che ne indeboliscono fisico e mente».
«Abbiamo costruito dei ponti»
Maria Caiata Zufferey, professoressa alla SUPSI, è stata la coordinatrice dello studio intitolato Invecchiare con le sostanze. Le chiediamo dunque quale ne sia stata la genesi: «Come SUPSI abbiamo uno stretto rapporto con il territorio. Il tema era molto sentito nelle istituzioni: i consumatori di oppioidi anziani sono una popolazione nuova, emersa in seguito alle politiche di riduzione del danno degli anni ’80 del secolo scorso e ai recenti progressi della medicina. Le istituzioni stentano a occuparsi di queste persone perché presentano problematiche complesse, a cavallo tra dipendenza e invecchiamento. Abbiamo voluto capire meglio le loro specificità e identificare delle linee di intervento».

Maria Caiata Zufferey in seguito spiega come ha proceduto il team di ricerca: «In un primo momento abbiamo approfondito il fenomeno. Abbiamo analizzato una banca dati nazionale di consumatori di sostanze anziani per comprenderne le condizioni sociosanitarie. Abbiamo poi condotto dei “focus group” con una quarantina di operatori socio-sanitari di varie strutture ticinesi per descrivere le sfide della presa in cura. Infine abbiamo intervistato una quindicina di consumatori anziani sulla loro vita quotidiana. In un secondo momento abbiamo sottoposto i risultati di questi tre studi agli operatori socio-sanitari e li abbiamo invitati a riflettere a delle linee di intervento».
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E cosa è emerso? «Che i consumatori anziani sono soggetti fragili, con varie patologie, scarsa progettualità e scarsa aderenza ai trattamenti, e per questo difficili da seguire. Al contempo, non sono privi di risorse, come dimostra il fatto che siano riusciti a sopravvivere ad anni di uso di sostanze illegali. È importante che le strutture siano flessibili per adattarsi alle singolarità di queste persone, che la relazione con esse sia ricostruttiva prima che trasformativa, che si lavori all’integrazione delle reti di cura, e non da ultimo che gli operatori siano adeguatamente sostenuti. Queste linee guida dovrebbero caratterizzare la presa in cura di tutti i pazienti, ma in questo caso sono irrinunciabili, pena il cortocircuito dell’operatore, della struttura e del paziente stesso».
Dal punto di vista personale, che cosa ha apprezzato maggiormente la professoressa Maria Caiata Zufferey di questo progetto? «In una parola, i ponti. Abbiamo voluto costruire ponti tra discipline, perché il team di ricerca includeva sei persone di cinque formazioni diverse; ponti tra ricerca e pratica, perché i ricercatori hanno lavorato fianco a fianco con le istituzioni e dando la parola ai protagonisti; e ponti tra istituzioni, perché sebbene provenissero da strutture distanti, partecipando al progetto gli operatori hanno potuto conoscersi e ri-conoscersi e lavorare a un pensiero comune».
GOLD: invecchiare con le sostanze
ll progetto
GOLD – acronimo di Growing old with drugs, Invecchiare con le sostanze – è un progetto di ricerca del Dipartimento economia aziendale, sanità e sociale della SUPSI. L’obiettivo è di conoscere meglio la realtà dei consumatori di oppioidi di più di 50 anni e sviluppare proposte di intervento per far fronte alle sfide della presa in cura di questo gruppo emergente. È stato condotto tra settembre 2018 e marzo 2021 grazie al finanziamento della Fondazione Gebert Rüf e al sostegno della Divisione della salute pubblica (Delegato tossicomanie) e della Divisione dell’azione sociale e delle famiglie (Ufficio anziani e delle cure a domicilio) del Canton Ticino.
Team di ricerca e istituzioni
Il team di ricerca è costituito da Maria Caiata Zufferey, Margherita Luciani, Lorenzo Pezzoli, Cesarina Prandi, Paola di Giulio e Alberto Moriggia. Vi hanno partecipato 14 istituzioni ticinesi, alcune attive nell’ambito delle dipendenze (Comunità familiare, Ingrado, Villa Argentina, Centro di competenza per le dipendenze) e altre in quello dell’anzianità, della salute mentale e della medicina acuta (Curasuisse, Internursing, Alvad, Fondazione Casa Biancamaria, Residenza Alla Meridiana, Centro La Piazzetta, CARL-Centro abitativo, ricreativo e di lavoro, Foyer La Fonte, Fondazione Epatocentro, Clinica Moncucco).