L'approfondimento

Berlino est, giugno 1953: la rivolta dimenticata

Budapest 1956? La Primavera di Praga del 1968? No, parliamo di una terza rivoluzione tentata che, poco presente nel racconto del Dopoguerra, in poche ore coinvolse tutto il settore orientale della Germania
© Bundesarchiv, B 145 Bild-F005191-0040 / CC-BY-SA 3.0
Luca Lovisolo
05.04.2025 22:15

I moti popolari contro i regimi dell’Est Europa si dividono in due categorie: quelli che hanno fatto cadere i governi comunisti e quelli hanno tentato di farli cadere, ma li hanno incattiviti ancor di più. Della prima categoria fanno parte la rivolta di Danzica del 1980, che produce la fine del regime polacco; poi i moti che partono nel 1989 da Timisoara, in Romania, e si estendono in breve a tutto il Paese, sinché inducono il crollo del regime di Nicolae Ceaușescu. Della seconda categoria, quella delle rivoluzioni che non riescono a svellere i regimi che vogliono combattere, di solito ne ricordiamo due: la rivolta di Budapest del 1956 e la Primavera di Praga del 1968; entrambe vengono schiacciate dai carri armati mandati da Mosca.

C’è una terza rivolta tentata, poco presente nel racconto del Dopoguerra e appannatasi anche nella memoria del Paese in cui avviene: quella che scoppia a Berlino est a metà giugno 1953 e coinvolge in poche ore tutto il settore orientale della Germania, sottoposto allora al controllo dell’Unione sovietica. Mentre le rivolte di Budapest e Praga nascono da una protesta politica più articolata, i moti tedeschi del 1953 sorgono, come fatto scatenante, da una contestazione di lavoratori contro un preteso aumento di produzione. La rivolta, in realtà, si sviluppa in un clima di rifiuto generale verso il regime controllato da Mosca.

Le due Germanie si allontanano sempre di più

Nel precedente articolo abbiamo lasciato la Germania divisa al momento della fondazione dei due Stati tedeschi, nel 1949: A ovest, nella Repubblica federale tedesca, gli aiuti statunitensi e l’economia di mercato permettono un graduale recupero del benessere, dopo gli anni della guerra; a est, nella Repubblica democratica tedesca, Stalin impone da Mosca l’economia pianificata secondo il modello marxista-leninista, incurante dei malanni che aveva prodotto nella stessa Unione sovietica – tra gli altri, la tragica carestia dell’Holodomor in Ucraina, negli anni Trenta.

A capo del governo tedesco orientale c’è Otto Grotewohl: è uno dei dirigenti socialisti e comunisti fuggiti da Hitler e rientrati in Germania, dall’esilio in Unione sovietica, alla fine della guerra. Grotewohl sa che occupa quel posto solo per eseguire le direttive di Mosca, dettate da una commissione sovietica che sovrintende a ogni decisione di Berlino est: nazionalizzazione delle imprese, collettivizzazione dell’agricoltura, cancellazione di ogni iniziativa privata. L’industria si concentra sulla produzione pesante e trascura i prodotti d’uso quotidiano. Le imprese tedesche lavorano per pagare i danni di guerra pretesi dall’Unione sovietica.

L’esito è catastrofico: lunghe code davanti a negozi vuoti, insoddisfazione della cittadinanza, fuga degli imprenditori ai quali lo Stato requisisce le imprese industriali e agricole, per affidarle a cooperative o gerenze statali, secondo modelli collettivistici.

L’opposizione resta solo sulla carta

Nella Repubblica democratica tedesca appena nata esiste ancora una pluralità di partiti: la loro rappresentanza parlamentare, però, è iniqua. Le elezioni avvengono su liste uniche precompilate. Il Partito comunista e quello socialdemocratico si unificano nel Partito socialista unitario tedesco SED. Le altre formazioni politiche continuano a esistere, sulla carta, ma si trasformano ben presto in marionette della SED. Ogni opposizione è schiacciata, come in tutti gli altri Paesi caduti sotto il giogo sovietico alla fine della guerra.

Rispetto agli abitanti degli altri Paesi dell’Europa orientale, però, i cittadini della Germania est hanno una pietra di paragone che li guiderà per tutta la breve vita di questo Stato: possono confrontare la loro vita con quella che si svolge nell’altra metà della Germania. Anche a ovest, gli alleati occidentali controllano la politica e l’economia, ma seguono principi ispirati all’economia di mercato e accompagnano la Germania occidentale verso la costruzione di una società aperta, sotto la guida del primo cancelliere tedesco dell’era moderna, Konrad Adenauer.

Si fugge, finché non c’è il muro

Stiamo raccontando il periodo compreso tra la fine della guerra (1945) e la fine degli anni Cinquanta: il Muro non c’è ancora, a Berlino si può passare dal settore orientale a quello occidentale. A ondate costanti e crescenti, tre milioni di tedeschi fuggono dall’Est verso l’Ovest. A spingerli non è solo il divario nel tenore di vita fra le due parti del Paese. È sempre più chiaro che il regime di Berlino est impone le stesse restrizioni alla libertà individuale praticate in Unione sovietica.

Chi ha qualche talento – tecnici, professionisti, imprenditori… – capisce che nell’Est non potrà realizzarlo. L’esodo prosegue e sottrae alla Germania orientale forza lavoro pregiata. Nel frattempo, la produzione precipita. I beni di consumo sono introvabili, aumentano i casi di furto per necessità di generi alimentari. Esplode il numero di processati e condannati per ragioni politiche.

Il «nuovo corso»: produrre di più e guadagnare di meno!

Il 5 marzo 1953 Stalin muore: è come se saltasse un tappo, in Unione sovietica e tutta l’Europa orientale, assoggettata all’URSS. Nikita Chruščëv, che gli succede dopo alcuni anni di transizione, riconosce gli eccessi del suo predecessore. Anche in Germania est, con un celebre articolo sul quotidiano ufficiale Neues Deutschland, il regime ammette i passi falsi e annuncia un «nuovo corso» per recuperare la fiducia dei cittadini. Promette di restituire le proprietà requisite, di cessare la lotta contro gli attivisti cristiani e di rivedere le condanne contro gli oppositori. Decide alcune riduzioni dei prezzi, che nei regimi comunisti non sono stabiliti dal mercato, ma sono fissati dagli uffici di pianificazione.

Così, il governo di Berlino est dichiara, di fatto, il proprio fallimento. Dimentica, però, i lavoratori più esposti alle inefficienze: a questi, anzi, chiede un aumento di produttività. Nell’economia pianificata, il concetto di produttività era sostituito dalle norme di lavoro: indicavano il prodotto da realizzare in una certa unità di tempo. Mentre nell’Ovest i primi successi della ricostruzione si riflettono nella crescita del tenore di vita della popolazione, nell’Est il governo aumenta per decreto le norme di lavoro. Chiede di lavorare di più, ma non aumenta i salari, mentre i negozi sono vuoti. Il «nuovo corso» non prevede la revoca di questo provvedimento, promulgato due settimane prima.

La protesta dei cantieri edili, scintilla della rivolta

È questa, la scintilla che accende la rivolta del giugno 1953, ma – nota Jens Schöne, autore del saggio Volksaufstand (La rivolta del popolo), dedicato a quegli eventi – la protesta contro l’aumento delle norme di lavoro è solo la goccia che fa traboccare il vaso dello scontento. Nelle ore che precedono il 17 giugno nasce un manifesto di richieste, indirizzato al governo Grotewohl: esige la fine del regime comunista, elezioni libere e persino l’estensione al settore orientale del governo tedesco occidentale. I dimostranti chiedono senza mezzi termini la riunificazione della Germania, appena quattro anni dopo la fondazione dei due contrapposti Stati tedeschi: quello orientale è alla bancarotta politica, sociale ed economica.

A Berlino si stanno costruendo gli edifici della Stalin-Allee, l’enorme viale delle parate militari. Proprio gli operai addetti a queste costruzioni scioperano e, il 16 giugno, muovono in corteo verso le sedi governative. A loro si unisce un numero crescente di cittadini, in una protesta generale. L’indomani, 17 giugno, la rivolta si estende alle grandi fabbriche e coinvolge tutto il territorio della Germania est. La polizia tenta invano di sedare i moti: intervengono i carri armati sovietici, che spengono le dimostrazioni già nella serata. Si contano decine di morti; altri periranno in carcere suicidi o in conseguenza dei maltrattamenti. Migliaia le persone arrestate e condannate in processi sommari, talune inviate nelle colonie penali dell’Unione sovietica. Le testimonianze dei sopravvissuti, raccolte nei numerosi studi usciti dopo la riunificazione tedesca, sono strazianti.

Un arco storico: dal 1953 al 1990, anno della riunificazione

Ecco perché serve ricordare qui la rivolta del 17 giugno 1953 in Germania est. Per la prima volta, i tedeschi chiedono a gran voce la riunificazione: per questo motivo, da allora il 17 giugno viene celebrato in Germania ovest come giornata dell’unità tedesca, sin quando la ricorrenza non viene sostituita con il 3 ottobre, data dell’effettiva riunificazione del 1990.

Durante i moti del 1953, molti dimostranti si rifugiano a Berlino ovest. Il regime dell’Est capisce che la libera circolazione fra le due zone della città compromette la sua capacità di controllo. Così, dopo il 17 giugno la frontiera tra le due Berlino viene chiusa per tre settimane. È il secondo blocco, dopo quello del 1948/49, la seconda avvisaglia della costruzione del Muro, che segue nel 1961.

Il Muro, però, non è più un blocco temporaneo. Dividerà la città per 28 anni, sin quando cadrà, nel 1989, e l’anelito all’unità tedesca espresso dai dimostranti del 1953 si realizzerà, chiudendo nel 1990 un arco storico di 37 anni. Mosca bolla i moti di Berlino del 1953 come «rivolta fascista:» un aggettivo che dal Cremlino siamo abituati a sentire anche oggi.

Questo approfondimento fa parte di una seria curata dal ricercatore indipendente Luca Lovisolo in esclusiva per CdT.ch. Per leggere la prima puntata clicca qui. Per leggere la seconda puntata clicca qui.

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