«Cara Renault, vuoi tornare in Russia? Paga 1,29 miliardi di dollari»
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Russia e Stati Uniti, come noto, hanno riallacciato i rapporti. Su spinta, certo, di Donald Trump e con l’obiettivo di arrivare, se non alla pace, a un cessate il fuoco in Ucraina, Paese martoriato da tre anni di guerra. Il chiaro allineamento del tycoon al concetto di pace di Vladimir Putin e del Cremlino ha riacceso (e non poco) gli entusiasmi a Mosca e dintorni. In particolare, pensando a un eventuale ritorno delle aziende occidentali nella Federazione Russa. Trump, d’altro canto, oltre ad aprire agli oligarchi (attraverso il visto da 5 milioni di dollari denominato gold card) ha spiegato che la revoca delle sanzioni nei confronti della Russia prima o poi andrà discussa.
Gli affari sono affari, verrebbe da dire, a maggior ragione per un presidente orientato al business come Trump. Non a caso, il tycoon ha ribadito altresì di voler trovare un accordo (anche) per le terre rare russe. Musica, evidentemente, per le orecchie di Mosca, che auspica non solo di poter riabbracciare i marchi occidentali usciti dal Paese sulla scia dell’invasione dell’Ucraina decisa da Vladimir Putin ma, parallelamente, di trarne profitto. Questo ritiro ha permesso agli stessi imprenditori russi di impossessarsi a basso prezzo di attività come McDonald’s e, al contempo, al Cremlino di sfilare dalle tasche delle aziende occidentali qualcosa come 1,25 miliardi di dollari (il dato è relativo a fine 2023). Somma finita nelle casse dello Stato e investita nella guerra, ovviamente.
L’eventuale ritorno, a fine guerra, di questi marchi non sarà automatico, hanno spiegato di recente le autorità russe. Detto in altri termini: nell’appropriarsi delle attività un tempo gestite dai colossi stranieri, gli imprenditori locali – di concerto con il Cremlino – hanno inserito clausole di riacquisto tremendamente vantaggiose (per loro). È notizia di queste ore, ad esempio, che Renault – qualora volesse ritornare in Russia – dovrebbe investire 1,29 miliardi di dollari. A dirlo, il capo di AvtoVAZ, il più grande produttore di automobili del Paese.
Nel 2022, in risposta all’invasione su larga scala dell’Ucraina, Renault aveva sospeso le sue attività in Russia e, dopo due mesi, venduto le sue quote in AvtoVAZ per una cifra simbolica (un rublo). Garantendosi, però, un’opzione per rientrare entro sei anni (ne avevamo parlato qui e qui). Lo stesso amministratore delegato di Renault, Luca de Meo, interrogato sulla questione la scorsa settimana ha detto che un riacquisto delle attività russe era e rimane una possibilità.
Maxim Sokolov, l’amministratore delegato di AvtoVAZ, dal canto suo ha ribadito alla stampa che l’opzione di riacquisto di Renault deve comprendere gli investimenti fatti dallo Stato e dalla stessa AvtoVAZ in assenza del partner francese. D’accordo, ma di che investimenti stiamo parlando? Sokolov, con dovizia di particolari, li ha elencati: 779 milioni di dollari fra il 2023 e il 2024 cui bisogna aggiungere i 520 milioni previsti per il 2025. Di qui la cifra, monstre, di 1,29 miliardi. Sokolov, con fare sibillino, ha aggiunto: «Il prezzo per entrare non sarà uguale a quello che abbiamo pagato per fare uscire Renault».
Renault, in precedenza, aveva registrato una svalutazione di 2,29 miliardi di dollari dopo aver sospeso le sue operazioni in Russia. Dopo l’uscita del marchio francese, il 68% di AvtoVAZ era stato acquistato dal cosiddetto NAMI, acronimo di Central Scientific Research Automobile and Automotive Engine Institute (NAMI), una sussidiaria del Ministero russo dell’Industria e del Commercio. La fabbrica di Mosca era invece stata venduto alla città. A tal proposito, il sindaco della capitale – Sergei Sobyanin – ancora la scorsa settimana insisteva sull’impossibilità di un ritorno di Renault in Russia. Avrà cambiato idea nel frattempo?