Cento miliardi di dollari in cento giorni di guerra
Se non è un record, beh, poco ci manca. Il dato, in effetti, è eloquente. Nei primi cento giorni di guerra, la Russia ha guadagnato quasi 100 miliardi di dollari (97, per la precisione) grazie alle esportazioni di combustibili fossili. Un’impresa, considerando le sanzioni occidentali e, in particolare, i tentativi dell’Unione Europea – sfociati nel cosiddetto sesto pacchetto di misure – di smarcarsi dal Cremlino in termini energetici.
Ad affermarlo, con toni piuttosto preoccupati, è il Center for Research on Energy and Clean Air di Helsinki. «I ricavi delle esportazioni della Russia sono in calo da marzo, ma rimangono ai massimi livelli», si legge nella nota. Complice, manco a dirlo, l’impennata dei prezzi dell’energia.
L’aumento della domanda per combustibili fossili ha creato una sorta di tempesta perfetta. Tant’è che i prezzi medi, per il petrolio russo, erano fino al 60% più alti rispetto allo stesso periodo dello scorso anno. Più alti, soprattutto, nonostante uno sconto pari al 30% se paragonati ai prezzi del mercato internazionale.
Secondo le analisi dei ricercatori di Helsinki, la Russia ha guadagnato questa cifra monstre fra l’invasione vera e propria del 24 febbraio e il centesimo giorno di guerra, lo scorso 3 giugno.
Quanto pesa l'energia?
Certo, non è tutto oro (nero) quel che luccica. La Russia, infatti, secondo i dati forniti dal ministero delle Finanze tra gennaio e aprile ha speso poco meno di 25 miliardi di dollari per l’esercito. Detto ciò, il saldo è oltremodo positivo.
Non solo, lo scorso mese il Cremlino aveva chiarito di prevedere, per il 2022, entrate extra da gas e petrolio fino a 14,4 miliardi di dollari. Ammettendo, appunto, di voler spendere parte dei guadagni per sostenere la guerra.
Gli analisti, va da sé, hanno ribadito che «le entrate derivanti dalle esportazioni di combustibili fossili sono il fattore chiave dell’invasione».
E ancora: nei primi cento giorni di conflitto, citiamo sempre il Center for Research on Energy and Clean Air, petrolio e prodotti petroliferi rappresentavano il 63% dei proventi a livello di esportazioni russe. Il gas stava invece al 32% e il carbone a un misero 5%.
D’altra parte, l’Agenzia internazionale per l’energia aveva ribadito che le entrate derivanti da gas e petrolio avevano un peso vicino al 50% nel bilancio federale russo del 2021.
Eccezioni e alternative
La Russia, secondo logica, era il riferimento principale dell’Unione Europea. Bruxelles, nell’insieme, prima della guerra importava oltre il 60% di combustibili fossili da Mosca. Germania, Italia e Paesi Bassi, i più spendaccioni, erano arrivati a sborsare 34 miliardi di dollari.
Ora, come noto, l’UE ha varato il sesto pacchetto di sanzioni arrivando, finalmente, allo stop (al 90%) del petrolio greggio russo entro la fine dell’anno. È, in assoluto, la misura più ficcante messa a segno dai 27 Stati membri che, tuttavia, potranno ancora godere di eccezioni: il petrolio via oleodotti, ad esempio, verrà risparmiato. Di qui le varie discussioni, con l’Ungheria in testa, in merito al «vecchio» Druzhba.
Mosca, per contro, si è rivolta ad altri partner per vendere petrolio. Fra questi citiamo l’India e, forte della famosa amicizia «senza confini» e al netto di alcuni attriti, la Cina. Pechino ha superato, da sola, i tre membri UE citati in precedenza con importazioni di greggio (principalmente russo) per 13,1 miliardi di dollari.


