Drone su Ispra, si indaga su altri possibili sorvoli

Ci sono stati altri sorvoli di droni sulla no-fly zone vicino al lago Maggiore? È la domanda a cui cerca risposta la Procura di Milano, che indaga sul caso del drone di sospetta fabbricazione russa che sarebbe passato per cinque o sei volte sopra il centro di ricerca comune dell'UE di Ispra, non molto lontano dal confine con il Ticino.
La Procura di Milano, riferisce l'Ansa, sta facendo accertamenti per verificare se ci siano stati altri possibili sorvoli di velivoli teleguidati sull'area di circa cinque chilometri quadrati che comprende il Joint Research Centre (JRC) della Commissione Europea di Ispra e alcuni stabilimenti di Leonardo, l'azienda industriale della Difesa nazionale italiana. «L'inchiesta, tra l'altro, si concentra anche su quella zona del Varesotto perché là sarebbero presenti persone filorusse».
L'ipotesi più accreditata, lo ricordiamo, è che il discusso drone sia stato manovrato da una zona non molto distante dal JRC. Ma sull’ipotesi di intrusione russa – scrive il Corriere della Sera – frena il portavoce della Commissione europea per la Difesa, Thomas Regnier: «La Commissione si impegna a proteggere le proprie informazioni, il proprio personale e le proprie reti di fronte a qualsiasi possibile minaccia alla sicurezza. Come prassi generale, la Commissione non comunica ulteriormente su questioni di sicurezza operativa». Sul caso specifico, «non abbiamo osservato alcuna violazione da parte di droni della no-fly zone sopra il sito Ispra della Commissione, né siamo a conoscenza di alcuna specifica minaccia alla sicurezza correlata».
Come detto, la Procura di Milano ha avviato (ulteriori) accertamenti. I primi ad accorgersi dei ripetuti sorvoli sospetti da parte di un drone sono stati proprio i ricercatori del JRC della Commissione europea a Ispra, sul lago Maggiore. O meglio i loro captatori, che hanno rilevato onde radio con frequenze comparabili a quelle emesse da dispositivi di fabbricazione russa. La procura di Milano ha aperto un fascicolo di inchiesta ipotizzando il reato di spionaggio politico o militare, aggravato dalla finalità di terrorismo per condotte che «possono arrecare grave danno ad un Paese o ad un'organizzazione internazionale e sono compiute allo scopo di intimidire la popolazione».
Sarebbe anche sul tavolo l’ipotesi che a prendersi carico delle operazioni siano stati alcuni italiani filo-russi, come già era successo nel caso di due imprenditori brianzoli che avevano compiuto dossieraggi con pedinamenti su un imprenditore tecnologico in cambio di criptovalute. I due erano stati accusati di «corruzione del cittadino da parte dello straniero», aggravata dalla finalità di terrorismo ed eversione.