Turchia

Ocalan, fine della lotta armata: e per Erdogan è una vittoria

Il messaggio dal carcere del leader: «Tutti i gruppi devono abbandonare le armi, il PKK deve sciogliersi» – E poi: «Nessuna alternativa per la democrazia» – Il presidente si rallegra: «Se l'organizzazione si scioglie, il Paese sarà libero»
©Baderkhan Ahmad
Marta Ottaviani
27.02.2025 23:30

Sembrerebbe proprio la volta buona. Con una dichiarazione scritta, consegnata questa mattina ai deputati del partito curdo DEM che sono andati a trovarlo in carcere, Abdullah Ocalan, fondatore del PKK e leader simbolico della minoranza, ha chiesto la fine della lotta armata, che dura dal 1984 e che ha causato oltre 40mila morti, non di rado civili innocenti. «La necessità di una società democratica è inevitabile», si legge nella dichiarazione, diffusa in turco, in curdo e in inglese. «Il PKK, che ha rappresentato il movimento armato più longevo nella storia della Repubblica, ha potuto operare grazie a un solido supporto sociale, dettato dal fatto che i principali canali democratici per i curdi erano chiusi. Il secondo secolo della Repubblica potrà realizzare e assicurare una continuità permanente e fraterna solo se sarà coronato dalla democrazia. Non esiste alternativa alla democrazia». Una virata a 180 gradi, che non farà piacere alle frange più belligeranti dell’organizzazione, ma che non lascia spazio alla fantasia: la lotta armata deve finire e gli sforzi della minoranza per la sua affermazione devono proseguire solo attraverso la via politica.

Vista così, sembrerebbe la serena presa di coscienza che i tempi sono cambiati e che urge un intervento di conciliazione in un triste capitolo nella storia del Paese. Analizzata un po’ meglio, rappresenta una vittoria per Recep Tayyip Erdogan, arrivata proprio quando ne aveva più bisogno e la dimostrazione che la real politik spesso incontra una buona dose di opportunismo. Se davvero l’operazione dovesse andare in porto, la minoranza curda sarebbe solo la terza a trarne beneficio. Dopo Erdogan, il secondo a guadagnarci sarebbe proprio Ocalan, che dal 1999 si trova in un carcere di massima sicurezza sull’isola di Imrali e che da tempo sta barattando la sua liberazione o un’attenuazione consistente del suo status carcerario in cambio della fine delle ostilità. Perché un progetto ambizioso si realizzi, ci vogliono le condizioni adatte. Ocalan ci aveva già provato in passato, ma non gli era mai riuscito a causa di una congiuntura sfavorevole. Questa volta, tutto sembrerebbe andare nella direzione giusta.

L’apertura dell’MHP

Per prima cosa, Erdogan ha bisogno dei voti curdi per la riforma costituzionale che intende approvare e che prevede un alleggerimento del sistema di presidenzialismo forte attualmente in vigore, ma che allo stesso tempo gli consentirebbe di correre nuovamente per diventare il Capo di Stato. Il numero uno di Ankara sa perfettamente di non godere più del consenso di un tempo, quando la sua elezione era data per scontata. L’ultimo voto presidenziale del 2023, dove è finito al ballottaggio, seppure per pochi decimi, è suonato come un campanello d’allarme. L’elettorato conservatore ha altre alternative a cui rivolgersi e il consenso verso chi ha sdoganato l’Islam politico in Turchia non è più così automatico. Serve un nuovo bacino di voti, che sia numeroso e sicuro. I curdi sono oltre 15 milioni e se dal partito arriva l’ordine di votare Erdogan si può stare certi che, nel segreto dell’urna, lo eseguiranno senza esitazioni. La vera novità di questa situazione è che anche i nazionalisti dell’MHP, acerrimi nemici della minoranza, sono pronti ad aprire. Anche loro non per convinzione, ma per mantenere le posizioni di potere e alleggerire la loro posizione in materia per attrarre elettorato più moderato, ora che ci sono alternative più nazionaliste di loro. Erdogan ha bisogno della soluzione alla «questione curda» anche in una prospettiva internazionale. Lo scoppio della guerra civile in Siria ha provocato un ulteriore avvicinamento fra il PKK e lo YPG, considerato la frangia siriana dell’organizzazione armata. Una sinergia che preoccupa, e non poco, la Turchia che proprio nel nord della Siria sta dando vita a una zona cuscinetto per prevenire il rischio terroristico e che si sta rapidamente trasformando in una zona di influenza. La speranza è che la fine della lotta armata sul versante turco sferri un duro colpo anche al ramo siriano. C’è poi da considerare il fatto che, storicamente, i curdi godono dell’appoggio, occulto solo fino a un certo punto, degli Stati Uniti. Una ricomposizione del conflitto toglierebbe a Washington un capitolo importante su cui fare pressione e si pensa che al momento alla Casa Bianca c’è un presidente quanto mai assertivo e che usa diversi metodi per fare pressione sull’interlocutore, il minimo che si possa dire è che Erdogan sia stato accorto.

Popolo frammentato

Fin qui i fatti e le analisi. Il resto è ancora tutto da scrivere. Che i curdi facciano sul serio si capisce anche dal fatto che questo fine settimana una delegazione del Partito DEM sarà nella Regione autonoma curda del Nord Iraq, che si è sempre tenuta ben distante dalla sinergia fra PKK e YPG. Un elemento che dimostra come il popolo senza terra più numeroso della storia, sia in realtà molto frammentato non solo dal punto di vista territoriale (ci sono anche i curdi iraniani), ma anche da quello linguistico e delle aspirazioni, nonché poco incline a trovare una sponda comune. Ma gli ostacoli davanti sono molti. Per prima cosa, bisogna vedere se il PKK accoglierà in toto il richiamo di Ocalan o se alcuni andranno a combattere oltreconfine. C’è poi il nodo delle migliaia di prigionieri politici, fra cui il leader curdo, Selahattin Demirtas e come questa apertura verrà presa da 15 milioni di persone. Se si contano gli ultimi 40 anni, probabilmente bene. Anche solo per stanchezza.