«Trump ora parla come Putin e i valori europei sono più lontani»
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«Come un presidente degli Stati Uniti ha virato verso la Russia». È questo il titolo dell’ultimo reportage di Yaroslav Trofimov dedicato alla questione ucraina e pubblicato dal Wall Street Journal. Il sottotitolo: «Trump ha rafforzato la posizione negoziale di Putin, ma la strada per questa alleanza era stata tracciata anni fa». Per capire quel che sta accadendo, occorre guardare al passato.
Vorrei partire, in questo senso, da un articolo da lei scritto nel febbraio del 2024, di colpo tornato d’attualità. Ventilava infatti da parte americana l’abbandono dell’Ucraina. Già un anno fa.
«Be’, ci sono due modi di abbandonare l’Ucraina. Il primo si realizza non volendo più assisterla, in termini finanziari o militari. Il secondo, invece, come stiamo vedendo, adottando addirittura la narrativa russa sul conflitto. L’America non dice più che la Russia ha iniziato questa guerra, ha scelto una strada diversa, opposta, e accusa l’Ucraina stessa. Sono prove di alleanza tra la nuova America di Trump e la Russia di Putin. E chi pagherà il prezzo saranno gli europei, i quali hanno scoperto che se non sono seduti al tavolo delle trattative è perché, probabilmente, sono sul menù di americani e russi. Era chiaro che l’Europa avrebbe pagato il prezzo più alto di un conflitto alle sue porte, ma gli Stati Uniti non si accontentano ora di restare lontani dalla guerra, cambiano addirittura il lato da dove osservarla».
Donald Trump è tutto fuorché prevedibile. Qualcuno si illude che possa esserci comunque una strategia sul lungo periodo.
«Difficile dirlo. Per ora sappiamo che sin dai tempi della sua entrata in scena politica, Trump cercava proprio un avvicinamento con la Russia. Nel contesto della sua prima legislatura, incontrò però diversi ostacoli all’interno del Congresso e della sua stessa Amministrazione».
Come nell’articolo pubblicato sabato sul WSJ, immagino si riferisca a Helsinki. Era il 2018.
«Esattamente. Trump uscì da quel primo vertice bilaterale pieno di buone intenzioni nei confronti di Putin e della Russia. Molto criticato dallo stesso establishment repubblicano per questa apertura, venne costretto a cambiare rotta nel giro di 24 ore. Oggi però non ha più quelle limitazioni di potere e può fare ciò che vuole. Nessuno lo ostacolerà nel realizzare ciò che ha sempre voluto fare. Emergono infatti due aspetti, uno molto razionale, di strategia sul lungo periodo: avvicinarsi alla Russia potrebbe portare a spaccare il fronte tra la stessa Russia e Cina, Corea del Nord e Iran».
Negli Stati Uniti si parla, in questo senso, di Reverse Kissinger Strategy. Il riferimento è alla politica americana di inizio anni Settanta, con Henry Kissinger che provò a insinuarsi tra Pechino e Mosca, preparando il terreno per la visita poi realizzata dall’allora presidente Richard Nixon in Cina nel 1972 in chiave di contenimento anti-sovietico.
«Ma oggi non può funzionare, perché la Russia non ha la minima intenzione di staccarsi dalla Cina. Pechino sarà sempre lì, continuerà a condividere con la Russia una lunghissima linea di confine. La Russia non può permettersi di allontanarsi dalla Cina».
Accennava a un secondo aspetto alla base dell’avvicinamento con Mosca.
«Sì, ed è legato al discorso di J.D. Vance a Monaco, ma anche al sostegno avanzato da Elon Musk all’AfD alla vigilia delle elezioni tedesche: è iniziata una guerra culturale. Per una parte del movimento MAGA, la Russia autoritaria è una sorta di esaltazione dei valori tradizionali, una realtà quindi più vicina a loro che non l’Europa considerata allo sbando sul piano morale e woke. Ma non si rendono conto che la Russia non è il paradiso che si immaginano, neppure per quegli stessi valori che esaltano: ha tassi di divorzio e di aborto tra i più alti al mondo, e la sua popolazione sta diminuendo, mentre l’immigrazione dall’Asia centrale avanza in forma massiccia. Ma tutto ciò ci riporta a quanto accaduto un secolo fa, con la sinistra occidentale che idealizzava la Russia di Stalin come un paradiso dei lavoratori, un paradiso che non era. Ora è la destra americana a rispecchiarsi nei valori russi».
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Effettivamente i valori di Stati Uniti ed Europa sembrano di colpo più lontani. Lo ha detto chiaro e tondo lo stesso J.D. Vance a Monaco: «Non ci sono più valori condivisi tra America ed Europa». Si esprimono in questo senso, però, Vance, Musk e Trump. Chi rappresentano in questo momento?
«Non possiamo parlare di tutta l’America. Va ricordato che quasi la metà dei votanti era contro Trump, e che la Camera dei rappresentanti ha una maggioranza risicata. Certo, una parte piuttosto influente del movimento MAGA non riconosce una comunanza di valori con l’Europa, ora come ora. Vance, sempre a Monaco, ha detto che il pericolo più grande per l’Europa non sono Russia e Cina, ma il fatto di non portare i partiti di estrema destra al potere e di aprirsi, al contempo, agli immigrati. Trump, dal canto suo, non parla molto di valori, non è molto ideologico, preferisce concentrarsi sul potere. E la sua visione del mondo è fatta di imperi con le relative zone di influenza, una dottrina Monroe 2.0 che si traduce in un presunto diritto, per gli Stati Uniti, di prendersi Groenlandia, Canada, il Canale di Panama. E questo è lo stesso linguaggio utilizzato da Putin, per il quale non esiste l’indipendenza dell’Ucraina: l’Ucraina dovrebbe appartenere alla zona d’influenza della Russia. E così, magari, la Polonia, la Finlandia e chissà dove si fermerebbe. Ai Paesi più piccoli si nega il diritto di avere una propria voce, di gestire il proprio destino».
Tornando agli Stati Uniti, che fine ha fatto la voce democratica?
«Non c’è una leadership democratica. Nessuno, in effetti, fa granché. È proprio un mistero: dove è finita l’opposizione? C’è solo qualche giudice che prova a frenare alcuni decreti governativi, e basta. Ma altrimenti non c’è traccia dell’opposizione. È vero, è passato un solo mese dall’insediamento di Trump, ma il silenzio democratico è assordante».
La lettura pubblica dei fatti da parte di Trump è fatta anche di fake news. Come quella sul gradimento del popolo ucraino per Zelensky. Quanto queste dichiarazioni indeboliranno davvero la figura di Zelensky nei negoziati e in Patria?
«Gli ucraini hanno sempre visto l’America come una grande speranza di libertà. Anche per questo motivo, ora vivono una profonda delusione, e rabbia anche. Perché di colpo l’America ha adottato il linguaggio della Russia sulla guerra. Quando Trump dice che l’Ucraina ha iniziato questa guerra, di fatto si macchia di un tradimento nei confronti degli stessi ucraini. E la cosa più tragica è che gli ucraini e molti europei dell’Est oggi vedono materializzarsi, con l’America di Trump, quei rischi per decenni paventati dalla propaganda sovietica».
Un paradosso, insomma.
«Eppure è la realtà. Trump è arrivato dicendo: “Speriamo di firmare a breve un accordo che ci permetterà di riavere 400 o 500 miliardi di dollari dopo averne dati 300”. È una caricatura del colonialismo dei secoli scorsi».
La situazione sembra aver colto di sorpresa l’Europa. Lei era a Berlino solo qualche giorno fa. Come osserva, ora da Washington, le contromisure europee? Ha parlato, per il vertice di Parigi, di un summit imbarazzante.
«C’è una cosa che accomuna Trump e Putin, ovvero il totale disprezzo nei confronti degli europei. Ma il futuro dell’Europa dipenderà dalla propria reazione. Lunedì Emmanuel Macron era da Trump, mentre a breve arriverà Keir Starmer. Pochi giorni fa era stata la volta di Andrzej Duda, ma al presidente polacco erano stati concessi soltanto dieci minuti, nonostante il lungo viaggio... La mia sensazione è che l’Europa sia ancora oggi incredula rispetto a questa svolta storica. D’altronde, è difficile accettare che l’Alleanza Atlantica di fatto non esiste più, è qualcosa di molto doloroso da metabolizzare. Tutta l’America ha visto il capo della Conferenza sulla sicurezza di Monaco piangere per le crescenti divisioni tra Europa e Stati Uniti».
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Un pianto sintomatico, quello di Christoph Heusgen.
«Un’immagine che ha scatenato l’ilarità di gran parte del movimento MAGA sui social. Ma l’Europa d’altronde si è trovata in una nuova realtà, con la possibilità di una grande guerra alle porte, con la Russia che spende il 10% della propria economia nel militare e che non sembra intenzionata a fermarsi in Ucraina, specie se l’America resta indifferente. Ora sta all’Europa, quindi, iniziare a costruire la propria difesa e reagire. A parte la Polonia e i Paesi nordici, altri sono ancora preda dello choc e non stanno agendo».
La Cina, intanto, sta tenendo un ruolo forzatamente defilato.
«In realtà, Pechino sorride felice. Gli obiettivi principali della Cina in Europa sono sempre stati due: allontanarla dall’influenza americana e mantenere forte il regime di Putin in Russia. Due obiettivi contraddittori: almeno lo erano fino a pochi giorni fa. Ora Xi Jinping ha ricevuto questo regalo da Trump, e quegli obiettivi non sono più contrapposti. La Cina avrà nuove opportunità in Europa».
Nel suo romanzo, lei sceglie di raccontare il passato, tragico e tormentato, dell’Ucraina, anche per tornare alle origini del tentativo sovietico di cancellarla.
«L’Ucraina ricorda bene ciò che è successo nel secolo scorso, conosce la propria storia, anche se è stata a lungo nascosta. Dopo 34 anni di indipendenza, però, conosce il suo passato, ed è questa la ragione per cui combatte. Sa che quel passato è buio, tragico, genocidario, e che la volontà del regime sovietico era di sterminarla e di coprire tutto con il buio della censura. La storia del mio romanzo è la storia di tanti ucraini, discendenti come me da persone sopravvissute a quegli anni tragici. Oggi gli ucraini combattono, nonostante le perdite sanguinose, perché sanno che l’alternativa - arrendersi alla Russia - è ben peggiore e che porterà più morti, la fine del popolo ucraino come popolo indipendente. Lo si vede bene ogni volta che i russi conquistano una città ucraina: la prima cosa che fanno è distruggere i monumenti dedicati alle vittime dell’Holomodor, della carestia artificiale che uccise quattro milioni di persone novant’anni fa. Se racconto questa storia, oggi, è per contribuire alla riscoperta delle radici di questa guerra».
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