Trump torna a parlare del Canada, e la tensione sale
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Non bastava la Groenlandia. Dopo aver espresso il suo interesse verso il territorio artico, Donald Trump, ora, ha proposto, a più riprese, di far diventare il Canada parte degli Stati Uniti. Nello specifico, «il 51. Stato degli USA», come ha ribadito anche nelle scorse ore, sottolineando come «molte persone in Canada vorrebbero diventarlo». «Avrebbero meno tasse e avrebbero sicurezza», ha commentato il presidente americano. Una dichiarazione che, tuttavia, non menziona i recenti sondaggi condotti nel Paese, dai quali, al contrario, emerge che ben 7 canadesi su 10 non considerano l'idea di unirsi agli Stati Uniti.
La storia, insomma, sembra ripetersi. Da un lato c'è il tycoon, desideroso di espandersi e di potenziare gli Stati Uniti. Dall'altro, ci sono Paesi, territori «non in vendita» – come ha ribadito, più volte, la premier danese Mette Frederiksen a proposito della Groenlandia –, i cui cittadini non hanno, per la maggioranza, alcuna volontà di far parte degli Stati Uniti. Come emerso da un sondaggio delle ultime settimane, l'85% dei groenlandesi si dice infatti «contraria» all'adesione agli Stati Uniti. Un altro 45% della popolazione, invece, ha indicato l'interesse di Trump come «una minaccia».
«L'errore» di Google
Una situazione che, ora, potrebbe ripetersi anche in Canada. Paese, dove, proprio nelle scorse ore, è già scoppiata la bufera. Complice un errore di Google Maps che ha modificato il nome di diversi parchi provinciali della Columbia Britannica, etichettandoli come «parchi statali». Un cambiamento che non è stato visto di buon occhio dai canadesi. Anzi, è stato visto come un tentativo di accostarli, in qualche modo, agli Stati Uniti. «Questa allarmante rivelazione ha agitato molti di coloro che se ne sono accorti, perché è un attacco alla nostra identità canadese», ha scritto una donna a CTV News. «Vorrei richiamare l'attenzione su questa disgustosa dimostrazione di oppressione americana della cultura e dell'autonomia canadese», ha dichiarato, aggiungendo che molti utenti canadesi di Google Maps hanno immediatamente segnalato gli errori alla piattaforma, contrassegnando i parchi per «designazioni errate» e suggerendo modifiche alla categoria.
Tuttavia, Google ha risposto alle segnalazioni negando di aver apportato modifiche recenti. Al contrario, sottolineando come «parco statale» sia diventata, già da tempo, un'etichetta predefinita nel suo sistema. «Non abbiamo apportato modifiche recenti al modo in cui etichettiamo i parchi in Canada: la stragrande maggioranza di questi parchi ha le proprie etichette esistenti da diversi anni. Stiamo lavorando attivamente per aggiornarle per i parchi in Canada, per evitare confusione», ha dichiarato a tal proposito Google Canada in una dichiarazione. Insomma, dietro a queste modifiche – avvenute già tempo fa – non ci sarebbe lo zampino degli Stati Uniti. Diversamente da come avvenuto, nelle scorse settimane, con la rinomina del Golfo del Messico in «Golfo d'America».
La petizione contro Musk
Anche se si è trattato di un fraintendimento, però, la tensione rimane alta. E lo dimostrano anche le centinaia di migliaia di firme raccolte, nelle scorse ore, per revocare la cittadinanza canadese di Elon Musk, a causa delle tensioni tra l'amministrazione Trump e il Canada. Cinque giorni fa, infatti, è stata aperta una petizione che accusa l'imprenditore sudafricano «di agire contro l'interesse nazionale del Canada» e di «comprometterne la sovranità». Nello specifico, la petizione sostiene che il miliardario abbia «usato la sua ricchezza e il suo potere per influenzare le elezioni canadesi, diventando ora membro di un governo straniero che sta tentando di cancellare la sovranità canadese». Facendo un piccolo passo indietro, Musk gode della cittadinanza canadese grazie alla madre, nata in Saskatchewan. Di più, si era trasferito nel Paese, dal Sudafrica, all'età di 18 anni. Periodo in cui aveva svolto lavori salutari, prima di studiare alla Queen's University di Kingston, in Ontario.
In Canada, tuttavia, la cittadinanza può essere revocata, ma solo nel caso in cui venga commessa una frode, ci si presenti in modo falso o si nascondano, consapevolmente, informazioni su una domanda di immigrazione o di cittadinanza. Dal canto suo, Musk ha risposto alla petizione scrivendo un post su X, in cui sosteneva che il Canada «non fosse un vero Paese». Contenuto che, tuttavia, dopo poco, è stato cancellato.
Secondo la BBC, dal 20 febbraio ad oggi, sono già state raccolte oltre 250.000 firme. La petizione, ufficialmente, resterà aperta fino al 20 giugno. E anche se il so valore è per lo più simbolico e non legale, avendo più di 500 firme e godendo del sostegno di un membro del parlamento, non si esclude possa ricevere una risposta dal governo, come spesso accade in questi casi. Resta, tuttavia, un'incognita legata alle elezioni primaverili che potrebbero sciogliere il parlamento, ignorando, di conseguenza, la petizione.
Dal canto suo, nelle scorse settimane, il primo ministro Justin Trudeau aveva reagito alle dichiarazioni di Trump in un primo momento senza prenderlo sul serio. Pensava, insomma, che «stesse scherzando». Al punto da essersi limitato a dire solamente – seppur senza mezzi termini – che il Paese non sarebbe mai diventato il 51. Stato degli USA. Con il passare dei giorni, però, Trudeau ha suggerito, a porte chiuse, che le insistenti richieste di annessione di Trump potrebbero non essere solo «chiacchiere», ma «una cosa reale». Una minaccia, insomma. Che alza, inevitabilmente, le tensioni.