Vi prego, non prendetevela con Alessandro Bastoni

Vi prego, non ve la prendete con quel ragazzo. Il difensore interista Alessandro Bastoni da Casalmaggiore provincia di Cremona, un quarto di vita da compiere la domenica delle Palme, figlio di un ex calciatore professionista. Vi prego, non ve la prendete con quel ragazzo e, per citare Ettore Petrolini, non ve la prendete con quelli che gli stanno accanto. Chi non sa, non ha colpe. Bastoni non sa. In un'intervista televisiva, quelle che vanno oltre le due o tre banalità che si dicono a corredo di una partita, Alessandro è uscito dal campo: «Davanti a tutto metto i sacrifici che ho fatto. Per la gente in generale i sacrifici li fanno solo gli operai o i muratori. Se non sei dentro a questo mondo fai fatica a capire i sacrifici che fa un giocatore. Giochiamo talmente tanto che siamo sempre lontano dalle famiglie. Il discorso si riduce sempre a «eh ma guadagni milioni», però per me è una cosa sbagliatissima: il tempo è una cosa impagabile e non te lo restituisce nessuno. Se facciamo ancora i ritiri? Almeno uno a settimana, il sabato prima della partita, poi la domenica giochiamo, lo stesso quando giochiamo il mercoledì. Dormo a casa due-tre notti alla settimana. Poi i giorni in cui dormo a casa sono via fino alle 14:00 per via degli allenamenti, quindi il tempo a casa è veramente ristretto».
Il testo riproposto qui è lungo, quasi integrale, ma è utile per riflettere sul suo dipanarsi: Alessandro soffre la lontananza da casa, le regole del mestiere, la disciplina che impone. Forse avrebbe preferito un'esistenza alla Caravaggio o alla Michelangelo. Purtroppo non sono questi i tempi. Di quel che pensa Alessandro Bastoni e dei suoi presunti sacrifici, ce ne frega il giusto. Un giusto prossimo allo zero. Quello che invece merita la nostra attenzione, e il nostro dispiacere, è il calcio «borghese». Gigi Riva era il garzone nella ditta di ascensori del patron della squadra di Legnano; Gaetano Scirea studiava le traiettorie della palla calciandola contro le pareti dei dormitori Pirelli di Milano; Alessandro Del Piero affinava la mira colpendo i fiori dei vicini in una frazione di San Vendemiano. Per ciascuno di loro il calcio era una passione indomabile, un'occasione di riscatto, un istinto che li spingeva oltre ciò che in quel momento era immaginabile. Chiamatela come volete, provate a chiamarla passione. È un privilegio fare ciò che ci appassiona. È l’unica ricompensa possibile a qualsiasi tipo di sacrificio. Riva e Scirea e Del Piero ne erano consapevoli. E ci hanno trasmesso emozioni perché si emozionavano spettinandosi col vento della fama e della gloria, pensando a quel bambino che aveva esaudito i suoi desideri in un solo modo: credendoci, nonostante. Il calcio è diventato uno sport che richiede tre allenamenti alla settimana in orari improbabili per genitori lavoratori, snervanti selezioni per le migliori scuole, un sacco di soldi per iscrizioni, divise, trasferte. Oggi il calcio respinge il garzone di Legnano, il proletariato di Milano, il provinciale di Treviso. Oggi il calcio cerca quelli che non sanno. Se non quanto sono ricchi, ma ricchi di cosa? E soprattutto, chi sono? Caro Alessandro, se vuoi fare un viaggio nel passato, vai a portare un fiore al civico 235 di via XXV Aprile a Cinisello Balsamo. E manda un bacio a Gaetano anche per noi. Un bacio di gratitudine.