Stati Uniti

Netanyahu spacca il Congresso, tante defezioni democratiche

«Sono venuto qui per assicurarvi una cosa, che vinceremo; quello che sta accadendo è uno scontro tra coloro che glorificano la morte e coloro che glorificano la vita; per far trionfare le forze della civiltà, USA e Israele devono stare insieme»
© KEYSTONE (AP Photo/Julia Nikhinson)
Ats
24.07.2024 21:26

«Sono venuto qui per assicurarvi una cosa, che vinceremo. Quello che sta accadendo non è uno scontro di civiltà, ma tra barbarie e civiltà, tra coloro che glorificano la morte e coloro che glorificano la vita. Per far trionfare le forze della civiltà, Usa e Israele devono stare insieme». Tra lunghi applausi e più di qualche fischio, il premier israeliano Benyamin Netanyahu ha arringato per la quarta volta il Congresso statunitense - una in più dell'ex premier britannico Winston Churchill - in un'America distratta dalla sorprendente ascesa della vicepresidente Kamala Harris nella corsa alla Casa Bianca e poche ore prima che Joe Biden spiegasse alla nazione il motivo della sua rinuncia a candidarsi alla propria successione, rubandogli in parte la scena.

Il primo ministro dello Stato ebraico ha parlato in un Capitol (Campidoglio, la sede ufficiale dei due rami del Congresso degli Usa) diviso e blindatissimo, tra numerose defezioni democratiche (circa 100) e le fragorose proteste di migliaia di manifestanti filopalestinesi che lo hanno assediato anche davanti al suo hotel. E che ha apostrofato sprezzantemente in aula come «utili idioti dell'Iran».

Il focus è stato ovviamente difendere il proprio operato a Gaza, ottenere sostegno per continuare la battaglia contro Hamas e contenere i gruppi filoiraniani come Hezbollah, in Libano, e Houthi, nello Yemen, mettendo nel mirino «l'asse del terrore iraniano che minaccia Usa, Israele e il mondo arabo». Ma anche rassicurare sugli sforzi per completare l'accordo sul cessate il fuoco e il rilascio degli ostaggi caldeggiato da Biden, che ha ringraziato per il suo «sincero sostegno» in tutti i suoi 50 anni di politica.

Un discorso meno conflittuale di quello del 2015, quando utilizzò l'invito dei repubblicani per criticare la politica dell'allora presidente Barack Obama sull'Iran. E più bipartisan, cercando di rafforzare i suoi tradizionali legami col Grand Old Party (Partito repubblicano), ma anche di allentare la tensione con il presidente democratico, su cui comunque dovrà fare affidamento per i prossimi sei mesi: con lui si vedrà domani, incontrando anche i famigliari degli ostaggi, mentre con la sua vice avrà un incontro separato, prima di volare venerdì a Mar-a-Lago (Florida) per un faccia a faccia con l'ex presidente repubblicano e candidato alle presidenziali di novembre Donald Trump.

Harris però ha scelto di non presiedere il parlamento a Camere riunite per il discorso di Netanyahu, invocando precedenti impegni elettorali a Indianapolis (Indiana). Dietro questa mossa qualcuno intravede un tentativo di prendere ulteriormente le distanze dalla sua gestione della guerra a Gaza, recuperando elettoralmente la fronda della protesta democratica contro la linea giudicata troppo morbida di Biden.

Il presidente della Camera dei rappresentanti (speaker), il repubblicano Mike Johnson, l'ha attaccata accusandola di slealtà verso «il nostro più importante alleato strategico in questo momento». Ma non c'era neppure il senatore James David Vance (conosciuto come J.D. Vance), il vice di Trump, impegnato anche lui in campagna elettorale.

Quella di Harris comunque è solo la più pesante delle decine di defezioni democratiche (quasi il doppio di quelle del 2015), per protestare contro i bombardamenti a Gaza e per non offrire a Netanyahu un'occasione per risalire la china di sondaggi interni disastrosi.

Assenti infatti anche il primo democratico in linea di successione al Senato, Patty Murray, i suoi colleghi Dick Durbin (il numero due), Tim Kaine, Jeff Merkley e Brian Schatz, tutti membri della commissione esteri del Senato, e Chris Van Hollen: «Per lui si tratta di rafforzare il suo sostegno in patria, non voglio essere parte di una propaganda politica in questo atto di inganno. Lui non è il grande guardiano delle relazioni Usa-Israele».

Ancora più duro il senatore Bernie Sanders: «Sono d'accordo con la Corte penale internazionale e con la commissione indipendente dell'Onu sul fatto che Benyamin Netanyahu e Yahya Sinwar (il leader dell'organizzazione islamista Hamas che governa la Striscia di Gaza) siano dei criminali di guerra».

Tra gli ex deputati a saltare l'intervento anche l'ex speaker della Camera Nancy Pelosi - che ha preferito incontrare le famiglie israeliane vittime delle azioni di Hamas - nonché le pasionarie Alexandria Ocasio-Cortez e Ilhan Omar, insieme alla moderata Ami Bera e al leader afroamericano James Clyburn. C'era invece Rashida Tlaib, la deputata del Michigan di religione islamica che ha mostrato un cartello in aula con la scritta «criminale di guerra».

Assenze in sintonia con l'ondata di proteste che hanno accompagnato Netanyahu sin dal suo arrivo nella capitale, con oltre 200 arresti ieri per l'ingresso nella Cannon House, un edificio del parlamento. Un fiume di manifestanti che oggi ha assediato il Campidoglio - protetto da alte recinzioni metalliche e da un imponente schieramento di polizia - con bandiere palestinesi, slogan contro il «genocidio» e il «criminale di guerra» Netanyahu. Ma anche t-shirt rosse con la scritta Not in Our Name (non in nostro nome), per smarcarsi dalla politica dell'amministrazione di Biden che comunque continua a sostenere l'alleato.

Il premier israeliano troverà sicuramente un ambiente meno ostile a Mar-a-Lago per il primo incontro con Trump dopo la fine della sua presidenza, quando lo accusò di «tradimento» per essersi affrettato a congratularsi con Biden riconoscendone la vittoria. Ormai tutti i principali nodi della politica estera passano anche dalla Florida: dall'Ucraina al Medio Oriente.

Parlando al Congresso, Netanyahu ha del resto ringraziato anche Trump per quanto fatto da presidente, dagli accordi di Abramo al riconoscimento di Gerusalemme capitale dello Stato ebraico con il trasferimento dell'ambasciata statunitense, fino alla lotta senza quartiere all'Iran.

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