Russia: lo yuan cinese per allontanarsi dal dollaro

Che Cina e Russia avessero un rapporto privilegiato e speciale, nonostante la guerra in Ucraina e – stando a diverse indiscrezioni – un certo malessere da parte di Pechino verso le politiche di Vladimir Putin, è risaputo. Ora, però, all’amicizia «senza confini» si è aggiunto un ulteriore tassello: la Borsa di Mosca, infatti, venerdì ha ripreso a comprare e vendere valute straniere sul mercato interno dei cambi. L’unica valuta trattata? Lo yuan cinese, ovviamente.
Un segnale, inequivocabile, della crescente importanza della moneta cinese per la Russia. «La Banca di Russia effettuerà operazioni di acquisto e vendita di valuta sul mercato nazionale presso la Borsa di Mosca nello strumento yuan-rublo» aveva non a caso annunciato il Ministero delle Finanze russo mercoledì. La data di ripresa è stata fissata per venerdì 13 gennaio.
La Russia, come noto, aveva vietato tutte le negoziazioni sul mercato valutario dal febbraio 2022, in seguito al lancio della cosiddetta «operazione militare speciale» in Ucraina. La guerra ha portato a una raffica di sanzioni economiche senza precedenti e ha fatto vacillare l'economia russa.
La Russia, dunque, tramite la sua Banca centrale acquisterà e immagazzinerà yuan, una valuta che poi – nelle intenzioni del Cremlino – utilizzerà per bilanciare il suo bilancio federale in base alle variazioni dei proventi degli idrocarburi. Non è stato specificato, in questo senso, se altre valute accompagneranno lo yuan nell’immediato.
Meno dipendenza dagli Stati Uniti
Prima della guerra, la Russia ricorreva essenzialmente a euro e dollari per aggiustare il proprio bilancio. Mosca, tuttavia, anche per questioni geopolitiche e – se vogliamo – filosofiche sta rincorrendo una sorta di de-dollarizzazione della sua economia. Tutto, insomma, pur di non dipendere più (o per dipendere in misura minore) da Washington, il rivale dei rivali. Di qui la spinta commerciale verso l’Oriente e nello specifico la Cina, nella speranza di creare un fronte politico compatto anti-USA.
Mercoledì, il Ministero delle Finanze russo ha pure ribadito di voler «ridurre l'impatto delle condizioni volatili del mercato dell'energia sull'economia e sulle finanze pubbliche russe». Un messaggio in politichese per suggerire che il ritorno alle contrattazioni in valuta estera aiuterebbe a limitare l'impatto del tetto ai prezzi del petrolio da parte dei Paesi del G7, dell'Unione Europea e dell'Australia.
Tra venerdì e il 6 febbraio prossimo, di conseguenza, 54,5 miliardi di rubli (circa 800 milioni di dollari al tasso attuale) saranno venduti sul mercato dei cambi, ha dichiarato la stessa fonte, proprio per compensare il calo delle entrate derivanti dagli idrocarburi.
La Banca Centrale russa, dal canto suo, ha invece specificato che interverrà per «limitare l'impatto di queste operazioni sulla dinamica dei tassi di cambio» e «mantenere la stabilità finanziaria» dell'economia russa.