Mappe di comunità

Siamo a Gandria, bellezza

Il progetto della Città per valorizzare il patrimonio dei quartieri fa tappa nel borgo lacustre
Barconi a Gandria nel 1926. © Archivio Storico della Città di Lugano/Wehrli, Kilchberg
Giuliano Gasperi
04.04.2025 06:00

Gandria è bella, si sa. Tanto bella che Dio, per compensare la creazione di tanta meraviglia, ci ha messo i gandriesi. Così recita un detto popolare sulla litigiosità della gente del luogo: un tocco di autoironia sulla mappa di comunità realizzata dagli in abitanti in collaborazione con la Città e pubblicata online nei giorni scorsi. Ci sarebbe, secondo alcune testimonianze, anche una rivalità tra i residenti a Gandria alta e Gandria bassa. A unire tutti, un soprannome: «I tori». Si crede derivi dalla robustezza e dalla tenacia che caratterizzava i paesani, in quanto dovevano adattarsi a un territorio scosceso che metteva loro a dura prova. Un simbolo di questa verticalità è il Sasso di Gandria, che svetta lungo il sentiero tra San Domenico e il villaggio. Sulla staccionata si possono vedere alcuni lucchetti attaccati da altrettante coppie per suggellare il loro amore. Altri hanno percepito questo posto come un’intensa fonte di energia, tanto di organizzarci dei raduni spirituali. Lo stesso potere, secondo alcuni, risiede nel masso erratico di gneiss che si trova in località Predéscia e ha numerose coppelle incise sulla sua superfice. Ora però dobbiamo scendere fin dove la roccia si tuffa nel lago: un altro elemento che costituisce l’identità di Gandria. La mappa ci conduce sulla Riva grande, dove un tempo le donne andavano a lavare i panni e che è stata anche la spiaggia del paese. Oggi è soprannominata «stazione di Chiasso», in quanto spesso piena di barche.

Volgendo lo sguardo al Ceresio, ci sono due cose che non si possono vedere ma che è interessante sapere: di fronte a Gandria s’incrociano il 46. parallelo e il 9. meridiano, mentre in corrispondenza del confine nazionale si trova il punto più profondo del lago: 288 metri. A increspare la sua superfice, venti come il tiván, che soffia il mattino verso Lugano, e la bréva, che spira di sera in direzione di Porlezza: un’alternanza che un tempo era utile alle donne di Gandria che si recavano al mercato in barca. Meno fortunato il ramaio ambulante che, in un passato non meglio definito, fu costretto a rifugiarsi in un anfratto della riva vicino alla dogana dopo essere stato investito da un altro vento: la porlezzina. Quel riparo, da allora, è conosciuto come böcc di magnán. E i pesci del lago? Contrariamente a quanto si potrebbe pensare, Gandria non è mai stata un paese di pescatori: la popolazione era dedita soprattutto alla pastorizia e all’agricoltura. Alcune famiglie, in primavera, trasportavano i loro bovini alle Cantine, dove avrebbero trovato più prati rispetto alla riva di Gandria. Si racconta che alle galline, invece, veniva messo un piccolo cestino dietro la coda per non far cadere le loro uova nel lago: rimedi popolari alla geografia del luogo. Fra le attività dei gandriesi spicca anche l’allevamento dei bachi da seta, con le donne del paese che per la festa di San Gottardo erano solite andare a Cureggia con i bachi nel grembiule per farseli benedire. Un’altra opportunità era la lavorazione del tiglio, la cui corteccia veniva fatta essiccare e poi sfruttata per riparare le falle nelle barche. Con il ‘900, poi, prese piede un settore destinato a caratterizzare il futuro del borgo: il turismo. Un tempo, quando passavano i battelli stracolmi di persone, i ragazzi del villaggio si tuffavano dai pali dell’imbarcadero per farsi notare dai visitatori, che lanciavano loro delle monete.

Fra chi, negli anni, ha viaggiato e si è innamorato di Gandria, ci sono anche personalità illustri. Come lo scrittore Franz Kafka, che citò il villaggio nei suoi diari («una casa infilata dopo l’altra, logge con panni colorati…»), oppure il botanico svizzero Carl Joseph Schröter, che fece conoscere le bellezze del luogo a nord delle Alpi. Ha abitato nel quartiere, insieme alla moglie pittrice Francesca Marazzi, anche l’attore germanico Hardy Krüger. A proposito di cinema: Gandria ha fatto da sfondo a film come Il contrabbandiere di Gandria (1953), L'ultima speranza (1944) e Innocenza (1986). Restando in ambito artistico, alcuni hanno ricordato la figura di Elsa Barberis, stilista che aveva dato ad alcuni suoi capi i nomi di località ticinesi, come lo scamiciato «Gandria». La mappa rende poi tributo a due persone meno note a livello internazionale, ma molto amate dalla comunità locale. Il medico Francesco Beretta Piccoli, ad esempio, è ricordato ancora oggi per le sue capacità e la sua umanità. Alcuni raccontano che utilizzava una buca delle lettere in cui gli abitanti potevano lasciare un biglietto con scritti i propri malanni, in modo che poi potesse far loro visita. Plinio De Marchi invece era un omeopata nato a Gandria, dove continuò ad andare per visitare i suoi numerosi pazienti. Per chi ama lo sport, il gandriese Domenico Giambonini vinse la medaglia di bronzo a squadre nel tiro rapido con la pistola alle Olimpiadi di Anversa del 1920, mentre Fritz Gottlieb Pfister, imprenditore nel settore dei mobili che aveva una casa a Gandria, a inizio Novecento giocò a calcio anche nel Barcellona e contribuì alla costruzione del campetto di quartiere. Storie che portano oltre il confine. Già, il confine: è anch’esso un elemento «costituente» di Gandria.

Sopra la dogana odierna, lungo il sentiero che un tempo veniva usato per andare in Italia, ci sono un cippo di frontiera e una vecchia garitta. Qualcuno ricorda che due donne, Silvia e Ilda, avevano l’abitudine di sedersi sul cippo in corrispondenza delle inziali dei loro nomi. Hanno storie da raccontare anche le gallerie lungo la strada cantonale. Sul muro di un tunnel, ad esempio, erano state scoperte scritte lasciate da soldati durante la Seconda guerra mondiale. Un’altra reminiscenza bellica si trova all’interno della galleria prima del confine, dove nel 1939 l’esercito svizzero costruì un fortino di fanteria armato con quattro mitragliatrici, un portone blindato per sbarrare la strada e cinque camere contenenti quasi duemila chili di tritolo, mentre più verso Lugano furono scavati altri quattordici tunnel con altri cinquecento chili di esplosivo.

È tempo di chiudere la mappa di Gandria. Non prima, però, di un ultimo sguardo verso l’altra sponda del lago e le Cantine di Gandria. Là, tra le varie cose, si trovano una statua di una santa Cristina, protettrice dei pescatori, e una ripida scalinata costruita in territorio italiano dagli internati polacchi durante la guerra. Testimonianze. Poi ci sono i suoni. Come i bramiti dei cervi che dal bosco raggiungono la riva, oppure il rumore dei sassi che rotolano verso l’acqua dopo un forte temporale. Il lago, nel suo silenzio, li fa arrivare fino a Gandria.

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