Compromesso per salvare l’imposizione individuale

L’imposizione individuale dei coniugi è forse un po’ più vicina alla meta, almeno in Parlamento. Le tensioni fra PLR e socialisti, i principali fautori della riforma, sembrano essere rientrate. Lo scopo principale è di eliminare la cosiddetta penalizzazione fiscale del matrimonio, perché oggi a parità di reddito le coppie sposate pagano di più a livello federale rispetto ai conviventi. L’alleanza fra i due partiti era diventata più fragile nelle ultime settimane, a causa delle divergenze sull’impatto del nuovo sistema di tassazione sulle casse federali. Ma in vista del secondo passaggio al Nazionale, previsto nel mese di maggio, ieri nella Commissione economia e tributi c’è stata una svolta. PLR e PS, con Verdi e Verdi liberali, hanno trovato un accordo (13 voti contro i 12 di Centro e UDC). L’imposizione individuale dovrà comportare una perdita di gettito di 600 milioni di franchi, 200 in meno rispetto a quanto proposto inizialmente dal Consiglio federale. Secondo la sinistra, un’imposizione slegata dallo stato civile è giusta, ma minori entrate per 800 milioni di franchi sono inaccettabili. In concreto, in base al compromesso, ci sarà uno sgravio complessivo inferiore per i contribuenti. Questo significa che qualcuno pagherà di più rispetto ai piani originari, nei quali certi contribuenti dovevano comunque sopportare un onere fiscale maggiore. Chi? Secondo la NZZ, ci sarà un aggravio fiscale per il 14% dei contribuenti, anziché per l’11%. A pagare di più, a livello di imposta federale diretta, saranno le famiglie tradizionali (in cui un genitore consegue l’intero reddito), in particolare quelle più benestanti, ed i single più ricchi, con e senza figli. A trarne vantaggio, invece, continueranno ad essere i nuclei familiari con doppio reddito in cui le entrate sono suddivise in modo più equo fra marito e moglie. Nel complesso, secondo il quotidiano zurighese, il compromesso favorirà la metà dei contribuenti e ne svantaggerà una minoranza. Per le altre famiglie non dovrebbe cambiare nulla.
Secondo il PLR, adesso «le forze progressiste del Consiglio nazionale e del Consiglio degli Stati (che dovrebbe discutere la riforma in giugno, ndr) devono far sentire la propria voce affinché questo importante progetto per la parità dei diritti superi finalmente la prova». Da parte sua, il PS dice che con il compromesso concordato in commissione si potrà raggiungere l’uguaglianza nella tassazione delle persone sposate. L’imposizione individuale, tuttavia, «è solo un pezzo del puzzle sulla via per un’effettiva parità».
Sul tavolo della commissione c’è anche l’iniziativa popolare contro la penalizzazione fiscale del matrimonio, promossa dal Centro e che mantiene l’imposizione congiunta. Il Consiglio federale, lo scorso 7 marzo, si è detto contrario. La maggioranza della commissione (sempre 13 a 12) ha deciso di sospenderne l’esame fino a quando le Camere non avranno deciso sull’imposizione individuale, verosimilmente nel mese di giugno. Il motivo è che gli obiettivi perseguiti dalle due proposte «sono in contraddizione fra loro».
Salari minimi
La Commissione ha dato il suo benestare alla legge secondo cui i salari minimi cantonali non potranno prevalere su quelli previsti nei contratti collettivi di lavoro (CCL) dichiarati di obbligatorietà generale. Il progetto messo a punto dal Consiglio federale realizza una proposta già accolta dal Parlamento. La misura riguarda in particolare i Cantoni di Ginevra e Neuchâtel, dove vigono salari minimi decisi a livello cantonale. Anche in Ticino, Giura e Basilea Città esistono salari minimi, ma in questi tre Cantoni la legge già esclude dal campo di applicazione i settori con contratti collettivi di obbligatorietà generale. A livello nazionale questi contratti sono in vigore in oltre 40 settori e interessano quasi un milione di lavoratori. Secondo la maggioranza commissionale, fissare salari minimi cantonali che prevalgono su quelli previsti nei CCL dichiarati di obbligatorietà generale rappresenta un intervento unilaterale che mette a repentaglio la tradizione del partenariato sociale. Per sinistra e sindacati, invece, questa modifica legislativa è un attacco frontale alla democrazia, al federalismo e a un importante strumento di lotta alla povertà; inoltre si rischia una riduzione dei salari nei settori a bassa rimunerazione.