Berna

Limite di microchip imposto dagli USA, l’impatto in Svizzera «non sarà eccessivo»

Il Governo risponde a Gianini: «Ogni azienda dispone di 1.700 chip all’anno: una quantità superiore al fabbisogno»
Giona Carcano
25.03.2025 06:00

La limitazione all’accesso al mercato dei semiconduttori statunitensi preoccupa la Svizzera. Era stata l’amministrazione Biden a decidere che le esportazioni dei microchip verso altri Paesi dovesse essere regolata. E, fra gli Stati che non figurano sulla lista con accesso illimitato, vi è anche la Confederazione: quando scatterà il blocco (il prossimo 15 maggio), potrà attingere a questi preziosi strumenti - indispensabili per sviluppare l’intelligenza artificiale - solo in maniera limitata.

Protezionismo tecnologico

Una forma di protezionismo tecnologico che a inizio anno aveva messo in allarme anche il mondo della ricerca elvetico. È da queste premesse che è nata l’interrogazione urgente di Simone Gianini (PLR) al Consiglio federale. Il consigliere nazionale aveva chiesto spiegazioni e approfondimenti sul tema. Al momento, spiega il Governo nella risposta arrivata nei giorni scorsi, «si sta valutando il motivo per cui le disposizioni non prevedono agevolazioni per la Svizzera». Insomma, la questione è ancora sul tavolo. Berna sta quindi cercando una via per uscire dalla «lista grigia» sondando piste alternative «con i soggetti interessati dell’industria, della ricerca e dell’innovazione per agevolare l’accesso ai semiconduttori».

Non abbassare la guardia

Il Consiglio federale ha quindi spiegato nei dettagli qual è il contingente di microchip fissato per i Paesi terzi. Sottolineando però un aspetto centrale: «In base alle disposizioni vigenti l’approvvigionamento di circuiti integrati avanzati in Svizzera rimarrà possibile grazie alle quantità esentate disponibili». Ogni azienda dispone di circa 1.700 chip Nvidia all’anno, «una cifra di gran lunga superiore alla media del fabbisogno dichiarato». Di conseguenza, stando alle stime, «l’impatto sulle aziende svizzere non dovrebbe essere eccessivo». Non va però abbassata la guardia, in particolare per il posizionamento della Confederazione, considerato uno dei Paesi più innovativi al mondo. Per questo, il Consiglio federale considera «importante che le aziende e gli istituti di ricerca abbiano un accesso più libero possibile a importanti beni intermedi e di investimento come i chip».

Contatto diretto

«Sono soddisfatto», spiega Gianini al CdT. «Il Governo non ha preso sottogamba la questione, accogliendo l’urgenza dell’interrogazione». Per il consigliere nazionale liberale-radicale, «ciò dimostra la delicatezza della questione. Inoltre, l’Esecutivo dimostra di essere sul pezzo e in contatto diretto sia con le aziende, sia con gli istituti di ricerca». Un altro punto importante, secondo Gianini, è il fatto che la Confederazione non abbia perso tempo, cercando di intavolare subito delle discussioni con Washington. Tuttavia, nonostante il fabbisogno annuo di microprocessori sarebbe per ora coperto, è necessario studiare ogni misura possibile per evitare blocchi futuri. «Il nostro è un Paese che vive di innovazione, basti pensare al rinomato Centro svizzero di calcolo scientifico di Lugano che ha da poco inaugurato uno dei più potenti supercomputer d’Europa», ricorda ancora Gianini. «Essere su una lista assieme a Stati soggetti a importanti restrizioni non sarebbe un buon biglietto da visita per le aziende estere che intendono operare in Svizzera».

L’interpellanza di Farinelli

Ciò che sta accadendo nel mondo scientifico e tecnologico statunitense è quindi destinato ad avere ripercussioni un po’ ovunque. Ma potrebbe altresì costituire un’opportunità per la Confederazione. Detto della risposta sui microchip, un’altra interrogazione - stavolta del collega di partito di Gianini, Alex Farinelli, sottoscritta anche dal primo - si inserisce in questo contesto. «In un momento in cui alcuni Paesi riducono il sostegno alla ricerca (come gli USA, ndr), la Svizzera potrebbe rafforzare la sua posizione offrendo condizioni favorevoli ai talenti stranieri, questo a maggior ragione tenuto conto della prossima riammissione della Svizzera nel contesto del programma Horizon», spiega il consigliere nazionale.

Ecco perché «un'azione tempestiva su questo fronte permetterebbe al nostro Paese non solo di attrarre cervelli e competenze, ma anche di intercettare potenziali finanziamenti legati ai progetti di questi ricercatori, creando un circolo virtuoso a beneficio dell’intero sistema scientifico ed economico svizzero».

Il consigliere nazionale, fra le altre cose, chiede dunque al Consiglio federale se è stata analizzata questa opportunità e se esistono strumenti specifici per incentivare la collaborazione tra istituti svizzeri e ricercatori provenienti dagli Stati Uniti.