«Con tutto questo sostegno mi sento un po' più tranquilla»

«Grazie agli amici che ci sostengono e alle così tante persone che hanno sposato la nostra causa mi sento un po’ più tranquilla». È un gran sorriso quello che si stampa sul volto di Zelal. La ragazza di 20 anni di nazionalità turca ed etnia curda che, come tutta la sua famiglia, si è vista respingere la domanda di asilo in Svizzera, ha appena consegnato a Palazzo delle Orsoline a Bellinzona le oltre 1.700 firme raccolte in meno di un mese dalla petizione online lanciata dai suoi amici e compagni di scuola. Petizione che chiede al Consiglio di Stato di intercedere affinché Zelal, al primo anno del corso di Design visivo alla Scuola specializzata superiore d’arte applicata dello CSIA, e suo fratello Yekta, di un anno più giovane e apprendista elettricista, possano concludere la loro formazione. Ciò che, in virtù dell’espulsione dal nostro Paese decretata tanto dalla Segreteria di Stato della migrazione quanto dal Tribunale amministrativo federale, è invece loro precluso. Essendo maggiorenni, i due ragazzi che vivono a Riazzino con i genitori ed il fratellino minore e che hanno esaurito le vie ricorsuali in Svizzera, non possono infatti per legge né seguire una formazione post obbligatoria, né lavorare. Possono solo attender l’espulsione.
L’applauso dei compagni
«Fintanto che non arriverà una comunicazione dell’Ufficio cantonale della migrazione, continuo a seguire le lezioni allo CSIA. Anche mio fratello prosegue la sua formazione. Spero di poter finire la scuola. E una volta terminata la mia formazione mi piacerebbe poter lavorare nel campo dei videogiochi, dell’animazione 3D e nel design per i siti web»», continua Zelal, che in piazza Governo a Bellinzona è attorniata dai suoi compagni di scuola e da un nutrito gruppo di amici. Alla consegna della petizione parte un fragoroso applauso. «Sin da subito si è inserita ottimamente nella classe, malgrado qualche difficoltà iniziale nell’esprimersi in italiano», racconta uno dei suoi compagni di corso. «È interessata, curiosa ed è sempre la prima che ci dà una mano quando ne abbiamo bisogno», gli fa eco un altro ragazzo. Malgrado tutto il sostegno e la vicinanza tributatele da coloro che siedono con lei in classe, la 20.enne non può che essere preoccupata per il suo futuro. «Ogni tanto ci dice di non essere riuscita a dormire bene a causa della situazione in cui si trova. Noi cerchiamo di confortarla e anche di parlare d’altro per distoglierla un po’ dalle preoccupazioni che nutre», racconta una delle sue amiche. «Pensare che debba andarsene ci fa venire il magone», aggiunge un’altra amica che ha accompagnato Zelal alla consegna della petizione.

«È difficile prender sonno»
«Dormire la notte a volte è difficile», conferma la 20.enne. «Non sappiamo quel che succederà, che cosa ne sarà della nostra vita», aggiunge. Contro la decisione di rimpatrio in Turchia la legale della famiglia di etnia curda ha inoltrato ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo. «Specialmente per papà e mamma - continua la ragazza - la situazione è molto dura. Noi andiamo a scuola o al lavoro, mentre loro sono costretti a rimanere a casa. Non possono avere un’occupazione o seguire dei corsi. Niente di niente. Così tutto il giorno rimuginano sul fatto che prima o poi dovranno tornare in Turchia. Per loro è veramente difficile. Come lo è anche per nostro fratellino che ha bisogno di essere seguito da vicino a causa del disturbo allo spettro autistico di cui soffre».
La fuga nel 2021
La comunità di Riazzino ha accolto la famiglia di Zelal e Yekta dopo l'arrivo in Svizzera nel 2021 ed un peregrinare tra Zurigo, Chiasso, Balerna e Cadro. Rischiando di essere imprigionato in Turchia perché attivista per i diritti del popolo curdo, il padre aveva deciso di fuggire per assicurare alla moglie ed ai figli un futuro migliore di quello che avrebbero avuto in Turchia. Ma le autorità elvetiche hanno stabilito che la famiglia deve andarsene. Il termine di rimpatrio è scaduto, per ora infruttuosamente, il 12 dicembre scorso. Contro la decisione di espulsione dalla Svizzera, l’avvocata Immacolata Iglio Rezzonico ha, come detto, inoltrato un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Nel frattempo, avendo esaurito tutte le possibilità di appellarsi alle istanze giudiziarie elvetiche e non avendo più alcun permesso per risiedere nel nostro Paese, la famiglia risulta illegale sul territorio svizzero. Oltre al ricorso alla massima istanza giudiziaria europea, l’avvocata Iglio Rezzonico ha anche scritto alla direttrice del Dipartimento educazione, cultura e sport Marina Carobbio Guscetti chiedendole di intercedere a favore dei due giovani affinché possano continuare a seguire le lezioni e l’apprendistato. Alla lettera, oggi, si è aggiunta la petizione corredata da oltre 1.700 sottoscrizioni.
«Dormire la notte a volte è difficile», conferma la 20.enne. «Non sappiamo quel che succederà, che cosa ne sarà della nostra vita», aggiunge. Contro la decisione di rimpatrio in Turchia la legale della famiglia di etnia curda aveva inoltrato ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo. Anche in questo caso senza successo. «In particolare per papà e mamma - continua la ragazza - la situazione è molto dura. Noi andiamo a scuola o al lavoro, mentre loro sono costretti a rimanere a casa. Non possono avere un’occupazione o seguire dei corsi. Niente di niente. Così tutto il giorno rimuginano sul fatto che prima o poi dovranno tornare in Turchia. Per loro è veramente difficile. Come lo è anche per nostro fratellino che ha bisogno di essere seguito da vicino a causa del disturbo dello spettro autistico di cui soffre». Il ragazzino, di 11 anni, frequenta infatti la scuola speciale.
La fuga del 2021 verso la libertà
La comunità di Riazzino ha accolto la famiglia di Zelal e Yekta dopo l’arrivo in Svizzera nel 2021 ed un peregrinare tra Zurigo, Chiasso, Balerna e Cadro. Rischiando di essere imprigionato in Turchia perché attivista per i diritti del popolo curdo, il padre aveva deciso di fuggire per assicurare alla moglie ed ai figli un futuro migliore. Ma le autorità elvetiche hanno stabilito che la famiglia deve andarsene. Il termine di rimpatrio è scaduto, per ora infruttuosamente, il 12 dicembre scorso. Avendo esaurito tutte le possibilità di appellarsi alle istanze giudiziarie elvetiche e non potendo più godere di alcun permesso per risiedere nel nostro Paese, la famiglia risulta illegale sul territorio svizzero. Ora, dopo che anche la Corte europea dei diritti dell’uomo non ha accolto le loro richieste, per Zelal e Yekta è stata presentata un’istanza d’urgenza all’Ufficio cantonale della migrazione: chiede sempre che i due ragazzi possano rimanere in Ticino. Il preavviso allestito da questo Ufficio sarà inoltrato alla Segreteria di Stato della migrazione cui spetta l’ultima parola sulla permanenza dei due fratelli in Svizzera. Nel frattempo la legale di Zelal e Yekta ha scritto alla direttrice del Dipartimento educazione, cultura e sport Marina Carobbio Guscetti chiedendole di intercedere a favore dei due giovani affinché possano continuare la loro formazione in Ticino.