«Critiche sulla gestione dei richiedenti l'asilo? Fatele a Berna, non a livello locale»

Direttrice, partiamo dai casi di Rovio, Bombinasco, Cadro, Paradiso e Vezia. Una critica che spesso vi viene mossa è la scarsa comunicazione verso i richiedenti l’asilo e la popolazione. Pensa di aver fatto tutto giusto?
«Si può sempre migliorare. Come Croce Rossa comunichiamo il prima possibile eventuali spostamenti ai richiedenti l’asilo e incoraggiamo sempre l’incontro con la popolazione: l’avevamo fatto con Vezia, ad esempio. È vero, però, che le soluzioni sono sempre last minute, ma non appena il Cantone si accorda con il proprietario e ce lo comunica, viene organizzata una serata pubblica, come si è fatto a Rovio. Nel caso del foyer di Cresciano (bloccato da due anni per opposizioni, ndr), abbiamo informato con largo anticipo la popolazione, ma sull’esito poco é cambiato purtroppo. Sono comunque gli accordi tra Cantone e proprietario che determinano quando si può comunicare».
Quindi è il Cantone che sbaglia approccio…
«No, non direi questo. Capita che ci siano più soluzioni di alloggio che il Cantone valuta, e sarebbe impensabile organizzare dieci serate pubbliche non sapendo le concrete possibilità di alloggio. Ci troviamo comunque di fronte a un paradosso: nessuno sembra volere richiedenti l’asilo nella propria regione, eppure è esattamente ciò che la Confederazione ci chiede di fare. Ogni Cantone ha l’obbligo legale di accogliere le persone assegnate dalla Confederazione, come stabilito dalla Legge sull’Asilo. Non è solo un obbligo giuridico, ma un dovere morale che ci definisce come comunità. Solo così garantiremo un’accoglienza dignitosa per chi fugge da situazioni disperate».
È solo questo il paradosso?
«Direi di no. Nel 2022, ad esempio, nel nostro cantone oltre il 29% della popolazione era di origine straniera: un dato che non tiene conto delle naturalizzazioni. Nel dibattito pubblico, spesso, si trascura che il Ticino e l’intera Svizzera si sono sviluppati anche grazie a persone di origine straniera. Chi si oppone all’accoglienza dovrebbe riflettere sul contributo che la migrazione ha storicamente portato alla crescita del Paese».
Torniamo a Rovio, dove è in forse il trasferimento di 39 richiedenti l’asilo al Park Hotel. Cosa succede adesso?
«Visto quanto accaduto, stiamo suddividendo i migranti in altre strutture sul territorio cantonale. Sono comunque comprensibili timori e le domande della comunità. Purtroppo, le tante polemiche e le strumentalizzazioni rischiano di distogliere l’attenzione dalla realtà: accogliere è un dovere legale ed etico. Se vi sono perplessità su come affrontare questa sfida, queste dovrebbero essere indirizzate a Berna, non alimentate a livello locale con informazioni distorte. Le domande sono sempre le stesse, ma è tempo di cercare nuove risposte. È necessaria un’azione concreta e condivisa, basata su responsabilità, trasparenza e umanità. Molti richiedenti l’asilo sono desiderosi di integrarsi e dovremmo concentrarci su come facilitare il loro percorso».
Qual è la giornata tipo dei profughi? Alcuni dicono che sono in giro a «ciondolare»…
«Sono impegnati in un percorso, non ‘ciondolano’. Quando si sono integrati socialmente, hanno frequentato almeno un corso di italiano e hanno fatto almeno un’esperienza professionale sul territorio, il Cantone attribuisce loro un appartamento. Accogliere i richiedenti l’asilo, però, non significa dimenticare la popolazione locale. Croce Rossa offre servizi essenziali anche in assenza di finanziamenti pubblici. In questi casi, interviene con fondi propri, donazioni e ore di volontariato».


Quanti centri ha Croce Rossa in Ticino?
«Le domande di asilo sono passate dalle 273 del 2021 alle 533 del 2022, fino alle 606 del 2023. Ciò ha reso necessario trovare alloggi per circa 1.100 richiedenti in fase di prima accoglienza, portando all’apertura di 17 nuovi centri distribuiti su tutto il territorio cantonale, con un conseguente incremento dei costi. Attualmente il numero di centri e foyer, inclusi Bombinasco e Cadro Ulivo, acquistati per sopperire in parte alla cronica carenza di posti, è di 23 strutture con circa 900 posti letto occupati. Dovremmo però chiederci se è giusto che un’organizzazione umanitaria debba sopperire a carenze che dovrebbero essere gestite direttamente dalle autorità pubbliche».
Sta dicendo che Croce Rossa deve rimediare alle carenze cantonali e comunali?
«Sto dicendo che ci sono difficoltà, ma noi non ci tiriamo indietro: è un lavoro di squadra tra Croce Rossa, il settore pubblico e la comunità».
Parliamo di costi. Croce Rossa riceve un indennizzo per gestire i centri, così come il privato che mette a disposizione un alloggio. L’accusa che vi viene mossa è che lavorate secondo logiche di profitto.
«Croce Rossa opera su mandato cantonale (la cifra percepita non è pubblica, ndr). Ogni anno, un preventivo dettagliato viene sottoposto al Consiglio di Stato. Qualsiasi modifica al budget – ad esempio per un aumento degli arrivi o per la necessità di nuovi alloggi – va approvata dalle autorità competenti. A noi è riconosciuta la copertura dei costi, come quelli del personale che lavora secondo salari richiesti dal mandato cantonale. Sono previsti 1 case manager ogni 59 adulti e 1 educatore ogni 4,1 minori, mentre per gli psicologi il rapporto è di 1 ogni 300 adulti e 1 ogni 100 ragazzi. Imigranti ricevono poi un budget quotidiano che va dai 3 franchi al giorno per chi è accolto nelle pensioni ai 16 per un adulto che vive in un centro e che deve provvedere ai propri pasti (alla coppia vengono riconosciuti 24 franchi al giorno, con 10 per il primo figlio e 8 dal secondo)».
E il privato, cosa riceve?
«La retribuzione dei privati che mettono a disposizione le proprie strutture – come a Rovio e a Vezia, ndr – varia in base agli accordi tra proprietario e Cantone. C’è un massimo concesso di 65 franchi al giorno per vitto e alloggio di un richiedente adulto. É una negoziazione tra privato e Cantone».