Il reportage

Quando il gioco allevia il dolore, in Pediatria con la «dottoressa Sogni»

Il pomeriggio di Natale nel reparto pediatrico dell'Ospedale San Giovanni di Bellinzona in compagnia dell'artista della Fondazione Theodora «dottoressa Balera» – Da Aaron a Giulia, passando per il pronto soccorso
© Ti-Press / Pablo Gianinazzi
Jenny Covelli
27.12.2024 06:00

È il 25 dicembre e per trovare parcheggio nell’autosilo dell’ospedale San Giovanni di Bellinzona devo salire fino al terzo piano. «Natale si passa in famiglia, se uno dei membri è ricoverato, gli altri sono qui», penso. Nell’atrio del reparto pediatrico, al piano terra dello stabile C, mi accoglie la «dottoressa Sogni» della Fondazione Theodora. Indossa un camice pieno di colori, le tasche gonfie. Porta grossi occhiali luccicanti e in testa ha un cappello ricoperto di peluche. «Piacere, sono la dottoressa Balera», mi dice. Che scelta strana, penso. «Loredana Bertè cantava ‘‘di questa vita-balera’’ e a me piace il concetto di una sala da ballo popolare. So che i bambini difficilmente ricordano il nome che ho scelto, ma è più importante che si concentrino su quello che sono riusciti a fare durante la visita, invece della mia presenza».

Le bolle di Aaron

«Dentro» alla dottoressa Balera c’è Arianna, 53 anni. Gli ultimi 22 li ha dedicati alla Fondazione Theodora. Sotto il camice, e sopra i pantaloni, indossa un paio di mutandoni rosa. «Sono un supereroe», dice. «La vita dei supereroi e del ricoverato è simile: vieni chiamato quando meno te lo aspetti, a fare cose che non conosci e speri di essere all’altezza».

Indossiamo camice azzurro sterile e mascherina. Entriamo nella stanza, isolata, di Aaron, 2 anni tra pochi giorni. Ci accoglie tossendo. Con lui ci sono mamma, papà e il fratellino di pochi mesi. «Ti nascondi? Sono la dottoressa Balera». Tira fuori un contenitore e dice: «Devo chiederti un favore. Ho trovato questa cosa ma non so assolutamente a che serva. Puoi aiutarmi?». Aaron esclama «bolle» e nasce la magia. In un batter d’occhio hanno costruito un rapporto. Complice il papà, la stanza si riempie di timide bolle che hanno vita breve. La dottoressa estrae un peluche dalla tasca sui cui è disegnata una grande luna. «Lei è Esther Lamponi». La topolina mangia le bolle e «balla la techno, anche se è un pochino anziana». Aaron è totalmente rapito. «Ancora! Bolla, ancora!», dice tra un colpo di tosse e l’altro. Io ho quasi dimenticato i rumori dei macchinari in sottofondo. La dottoressa Balera si rivolge ai genitori: «Quando uscite da qui, fatevi un regalo per chiudere questa avventura, perché bisogna chiudere le cose prima di aprirne altre. Se non mi credete, provate a uscire senza aprire la porta e vedrete che è un problema. E da oggi imparare a prendervi tre minuti a testa solo per voi, sull’arco dell’intera giornata. Almeno tre minuti in cui non ci siete per nessuno».

Prima di congedarci, Aaron mi mostra un’auto fiammante di Cars. «L’ha portata Babbo Natale», spiega la mamma. «È passato anche da casa e dai nonni. Quando saremo fuori da qui, il nostro Natale durerà una settimana». La dottoressa saluta. «Ciao Aaron, rimarrai il mio creatore di bolle preferito».

Giulia tra le nuvole

Via il camice, via la mascherina. Laviamo le mani e le disinfettiamo. Mentre ci spostiamo verso la camera successiva, la dottoressa Balera mi spiega che è alla ricerca di una badante per il topolino Esther. «Ne aveva già una, era un lupo. I bambini erano terrorizzati, mostrava loro i denti e li digrignava. Quando spiegavo che era sofferente perché aveva una caramella incastrata tra le zanne, loro trovavano il coraggio di liberarlo, tra i lacrimoni. Dopo essere diventato amico del lupo, non ti ferma più niente».

© CdT/JC
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Proseguiamo. Camice sterile, mascherina, disinfettante. Anche Giulia, 11 mesi, è in isolamento. È in braccio alla mamma, che le ha appena fatto il bagnetto. Un ciuffo ribelle punta verso l’alto. La musica che viene dall’aggeggio della dottoressa Balera la rapisce subito. Sorride. Dalla tasca-luna esce un velo bianco. Vola in aria e si posa sul viso di Giulia. «Abbiamo preso una nuvola dal cielo. Se soffi forte, diventa spuma di mare». La piccola ride sonoramente, è il suo primo Natale, la sua mamma è «la donna con i dorsali d’acciaio». Una volta fuori, mentre ci liberiamo degli indumenti contaminati, la dottoressa mi spiega la necessità di «pulirsi»: «Non puoi portarti quello che provi nella camera successiva. Sono due mondi diversi. Aaron era con la sua famiglia e già pensava a quando sarebbe stato fuori, nel suo mondo allargato. Giulia è sola con la mamma. Una coppia fortissima. Viaggiano con la loro culla dentro il guscio di una lumaca». Sono i bambini a scegliere di accettare quella visita. Dottori e dottoresse Sogni hanno dai 15 ai 20 secondi per capire quale strada percorrere, dove li porterà quella relazione. «A volte basta un attimo. Si crea la magia, come un amore a prima vista. È stato calcolato che in ospedale la porta di una stanza si apre in media 30 volte al giorno. Se sei la trentunesima, devi portare qualcosa in più. Succede che il medico visiti il bambino e io visiti il medico. Si crea un’alleanza attraverso il gioco. Il bambino prende il potere su quello che sta succedendo, non è succube. Ci concentriamo sulla sua parte sana, per cambiare prospettiva. Quando vedi l’energia della stanza cambiare, hai raggiunto l’obiettivo».

Un tutt’uno con l’ospedale

In Pediatria arriva una famiglia con tre bambini. Hanno portato biscotti per gli infermieri e giocattoli per i pazienti. Il papà indossa un berretto rosa shocking. La più grande mi guarda e dice: «Il mio papà si sente bambino dentro, ma in realtà ha quasi 40 anni». Strizza l’occhio, augura buon Natale e si allontana felice.

In un’altra camera c’è un paziente oncologico. Non si sente bene. «È meglio di no», ci comunicano. Ci spostiamo verso il pronto soccorso. Dietro alla porta del triage c’è un bimbo che urla. La dottoressa Balera aspetta. «Non è il momento». Mi racconta di quella volta in cui è entrata nella camera di una bimba che si è alzata in piedi sul letto e ha esclamato: «Dottoressa, meno male è arrivata». Ha preso il vasino e le ha detto: «Guardi che cosa ho fatto!». «Vado a chiamare la mia collega», le ha risposto lei, «è espertissima di cacca». I dottori e le dottoresse Sogni rendono più morbida l’alleanza tra il bambino, la famiglia e il personale curante. Sono presenti durante gli esami, accompagnano i bambini in sala operatoria, fanno compagnia ai genitori durante l’intervento. «Sei anche un po’ psicologa?», domando io. «No, sono umana. Insieme rompiamo l’attesa. Anche tra ansia e paura, è tutto giusto. Sto con te dove vuoi stare tu».

© Ti-Press/Pablo Gianinazzi
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Dottoressa Sogni per scelta

Nelle lunghe degenze, dottori e dottoresse Sogni creano relazioni durature. E capita di dover preparare anche «il grande viaggio». È un rischio. «Recentemente ho fatto visita a una ragazzina terminale», racconta la dottoressa Balera. «Le ho chiesto che cosa le facesse più male. ‘‘Vorrei salutare i miei amici’’, ha detto. Il suo pensiero non era la morte, ma la vita. Il problema era il suo viso deformato dalla malattia. Non voleva mostrarlo. Allora abbiamo creato un gioco social, una riunione con cappelli e maschere nella semi-oscurità, con un gioco di luci. Hanno fatto merenda insieme, e ha esaudito il suo desiderio».

Dopo ogni incontro, la dottoressa Balera torna a casa «a bocca aperta»: «Rimango ammirata da come il bambino, in un momento di grande fragilità e in un luogo ostile, riesca a donarsi in modo così intimo a uno sconosciuto. C’è chi ne è capace, ma io non riesco a lasciare fuori dalla porta quello che vivo durante le visite. Spesso arrivo a casa e piango. Io sono anche il lavoro in ospedale, fa parte di me, sono tutto quello che mi succede nella vita. Ho deciso di diventare una dottoressa Sogni perché ho visto che si può fare bene questo lavoro. Sogno un futuro in cui non sarà più necessario, un mondo con meno malattie e persone "relazionalmente fluide". Ma fino a quel momento sono onorata di potere aiutare a sciogliere i grumi. Mi sento come la signora che gira la polenta. Se servi una buona polenta, senza grumi, cambi la serata di chi la assapora».

Fondazione Theodora è stata creata nel 1993 dai fratelli Jan e André Poulie in memoria della madre Theodora. A causa di un incidente, André ha dovuto trascorrere lunghi mesi all’ospedale. Theodora raccontava storie allegre, cantava canzoncine e inventava giochi, alleggerendo il soggiorno ospedaliero dei piccoli pazienti. Oggi la Fondazione organizza e finanzia settimanalmente la visita di 68 dottor Sogni in 32 ospedali e 27 istituti specializzati per bambini con disabilità in Svizzera. Nel 2023, i dottor Sogni hanno realizzato 115.900 visite in Svizzera: grazie al potere dell’immaginazione, restituiscono al piccolo paziente la capacità di ridere e di sognare. Di essere semplicemente un bambino. I futuri dottor Sogni seguono una formazione erogata in collaborazione con l’Accademia Dimitri e l’Institut et Haute Ecole de la Santé La Source. La Fondazione Theodora è riconosciuta come organizzazione di utilità pubblica. Offre gratuitamente le visite degli artisti agli ospedali e agli istituti specializzati e non riceve alcuna sovvenzione statale. Per questo, si affida alla generosità e alla fedeltà di partner e donatori (IBAN CH51 0900 0000 1006 1645 5).