L'anniversario

Trent’anni fa in Governo: l’entrata della Lega e di Masoni

Dal debutto del movimento di Giuliano Bignasca con l’elezione di Marco Borradori, passando per plebiscito degli elettori a favore della prima donna nell’Esecutivo cantonale - La battaglia nel PLRT e i nuovi rapporti di forza in Gran Consiglio
Il Governo 1995-1999: Marco Borradori, Pietro Martinelli, Marina Masoni, Alex Pedrazzini e Giuseppe Buffi. © CdT/Archivio
Gianni Righinetti
02.04.2025 06:00

Trent’anni fa come oggi. Domenica 2 aprile 1995 veniva eletto il primo Governo con un rappresentante della Lega, dimezzando così i consiglieri di Stato del PPD. Grande novità anche l’elezione della prima donna nell’Esecutivo cantonale. Se non una rivoluzione, fu indubbiamente uno scossone per la politica cantonale. La Lega del picconatore Giuliano Bignasca, fondata come movimento nel 1991, anno nel quale aveva eletto in Gran Consiglio i suoi primi deputati. Ma dal Legislativo all’Esecutivo il passo fu enorme e la poltrona andò a Marco Borradori al termine di un’aspra e combattuta battaglia con Flavio Maspoli: alla resa dei conti finì senza fotofinish a favore della scommessa del Nano, lo sconosciuto Borradori, avvocato e «volto buono» di quella prima Lega, che non le mandava a dire sulla spinta senza limiti o freni inibitori di Giuliano Bignasca e del Mattino della domenica. Ma anche di alcuni tenori del movimento, tra i quali Flavio Maspoli.

Quella sì che fu una rivoluzione nei modi e nei costumi della politica cantonticinese. Politica che era passata dal tavolo di sasso dei partiti storici a una sorta di disobbedienza civile immedesimata dalla «Carovana della libertà» con il blocco dell’autostrada da nord a sud del Ticino con un tappo di protesta che aveva costretto, in pieno esodo di luglio, i vacanzieri a viaggiare a passo da lumaca.

«La Lega entra in Governo» titolava il Corriere del Ticino lunedì 3 aprile 1995 pubblicando tutti i dettagli di quella corsa animata non solo sul fronte leghista, ma anche su quello liberale radicale. Nel PLRT la campagna era stata intensa e contraddistinta dal duello tra due profili (e i loro fan) in un’epoca in cui, semplifichiamo, il confronto era tra il «più» e il «meno» Stato. Tra i radicali e i liberali. Il seggio lasciato vacante dal partente Dick Marty, e, di fatto le chiavi del Dipartimento delle finanze e dell’economia, era in palio e conteso: non tanto da due forze politiche, bensì tra due scuole di pensiero che «convivevano» nel PLRT presieduto allora da Fulvio Pelli. Da parte radicale il sostegno era tutto per Giorgio Pellanda, mentre i liberali puntavano su Marina Masoni.

A spuntarla fu Masoni che raccolse 68.413 voti, Pellanda si fermò a 62.203. Via libera alla liberale che aveva condotto una campagna tutta incentrata sul fronte di centro-destra e che puntava a rilanciare il potere di acquisto del ceto medio e i posti di lavoro. Era l’epoca della crisi, della perdita di molti impieghi e della disoccupazione che in quella legislatura arrivò a toccare un tasso di tre volte quello odierno. Masoni fece incetta e il primato di preferenziali, dietro di lei il collega di partito Giuseppe Buffi (68.231), Alex Pedrazzini (67.907), Marco Borradori (54.553) e Pietro Martinelli (48.099).

Ad oggi le donne sono quattro

Con Masoni arrivò così la prima donna in Governo (poi toccò a Patrizia Pesenti per la sinistra, Laura Sadis, sempre nel PLRT, era l’anno 2007) e con oggi siamo a quattro: in carica da un biennio c’è Marina Carobbio (PS). A raccontarci le sensazioni di Masoni per quel successo del genere femminile è il Corriere del Ticino dell’epoca: Cosa rappresenta? È una conquista importante? «È una domanda alla quale è difficile rispondere. Però penso che per le donne sia un piccolo passo in avanti verso la realizzazione delle pari opportunità».

Al di là di questa dichiarazione e della felicità delle donne del PLRT, non ci furono scene di giubilo in Ticino. Da Masoni anche parole di buona educazione e riconoscimento alla statura politica del collega di partito Giuseppe Buffi, superato a livello di voti personali.

Le prime stoccatine del Nano

Borradori al momento dell’elezione era municipale a Lugano e salutò il successo con queste parole: «È il coronamento di un’avventura che abbiamo scelto di intraprendere in comune». E Borradori, prima di conoscere il suo destino come direttore del Dipartimento del territorio, affermò: «Sarà prioritario curare i rapporti con Berna, cercare di avere più peso come Ticino nella capitale».

Di ben altro tenore l’euforia di Bignasca: «Dovremo fare la dogana ad Airolo in venti giorni. Siccome, però, Borradori capisce le cose un po’ più lentamente di me - aggiunse il Nano - ci vorrà il doppio del tempo. Il Canton Ticino deve fare quello che dice la Lega, altrimenti saranno pedate nel culo», con il proverbiale colorito linguaggio.

Le parole degli sconfitti

Queste le parole degli sconfitti, in primis Flavio Maspoli, battuto senza appello dal giovane Borradori: «Sono deluso, molto deluso, ma bisogna inchinarsi al verdetto del popolo. Può essere anche duro, ma è inappellabile. La gente ha preferito Borradori. Io accetto e gli faccio i migliori auguri». Nel PLRT ad essere sconfitto era stato Giorgio Pellanda: «All’inizio della campagna elettorale sono stato etichettato come un rappresentante dell’area radicale del PLRT: penso di avere giocato questo ruolo fino in fondo. Rendo merito a Masoni che ha vinto».

Quell’appoggio esterno

Questa, dal canto suo, la lettura da parte del consigliere di Stato in carica per il PS, Pietro Martinelli: «Il raffronto con le precedenti elezioni cantonali è ingrato. Il partito questa volta ha dato un appoggio esterno, in particolare a Pellanda. Un appoggio, sia ben chiaro, del quale non mi pento». Alex Pedrazzini (PPD) si ritrovò solo per il suo partito: «Un Governo a tre partiti avrebbe dato maggiori garanzie». E su Borradori? «È una persona con cui è possibile dialogare. Se diventasse un mero esecutore degli ordini di Bignasca, insulterebbe la sua intelligenza».

Scosse d’assestamento

Il presidente del PLRT Fulvio Pelli accolse i risultati e si congratulò sottolineando che «il partito ha tenuto assieme le sue anime, facendole dialogare costruttivamente». Complimentandosi con Masoni disse: «È una donna di grandissime qualità, sulle cui idee di tanto in tanto ci sono divergenze». Ma il sindaco di Lugano Giorgio Giudici, senza peli sulla lingua, parlando di Masoni e Buffi disse: «Il popolo ha scelto due persone che il partito non voleva in lista. Con Marina Masoni il messaggio è chiaro: c’è voglia di cambiamento. Più sull’individuo e meno sul ruolo quasi asfissiante dello Stato».

Per Fulvio Caccia (PPD), seppur con un seggio in meno in Governo, il risultato è da considerare «più che soddisfacente. Abbiamo condotto una campagna molto impegnata, ma anche estremamente seria e dignitosa». E Giuliano Bignasca, con il movimento oltre il 20% parlò della Lega come «forza nuova e trainante di questo Cantone». Infine, a sinistra, John Noseda si disse deluso per il PS al 16,8%: «Vi è stato uno spostamento a destra e la Lega ha rafforzato le sue posizioni».

Nuovi equilibri

A livello di Gran Consiglio si registrò l’avanzata del PLRT +1 seggio, complessivamente 30 (un terzo del Parlamento) al 32,5% e il +4 della Lega (16 seggi), -2 per il PPD (a quota 25) e -4 del PS (a quota 15). Con la Lega a diventare il terzo partito del Cantone. Incredibile, se guardiamo i dati odierni (agevolati dal voto per corrispondenza), la partecipazione (con voto rigorosamente al seggio) al 71,9%.

Lo strappo del «monello»

Giusto il tempo di digerire la scorpacciata elettorale, l’11 aprile i cinque eletti si sono trovati per l’assegnazione dei dipartimenti. Masoni pareva predestinata al Dipartimento delle finanze e dell’economia e così (senza alcuna sorpresa) fu. Buffi rimase alla scuola, allora DIC, Dipartimento istruzione cultura, Pietro Martinelli al Dipartimento opere sociali (DOS). Il PPD aveva esercitato una fortissima pressione su Alex Pedrazzini affinché lasciasse le Istituzioni per prendere le redini del Territorio, lasciato vacante da Renzo Respini. I popolari democratici tentarono ogni via per convincere «Il monello» (al secolo Alex Pedrazzini), ma da parte sua arrivò il gran rifiuto e il Territorio andò alla Lega. Trent’anni più tardi le cose stanno ancora così.

Politica e giustizia

Alla cerimonia d’insediamento in quattro promisero fedeltà alla Costituzione e alle leggi, mentre Pedrazzini optò per una formula ibrida: «Prometto davanti agli uomini e giuro davanti a Dio». Da parte del presidente del Tribunale d’appello, giudice Mario Luvini, un discorso dal sapore politico. Fino ad allora, si legge sul CdT, i suoi predecessori avevano sempre volato alto. «Lui invece si concede qualche digressione, non risparmia discorsi allusivi, cita Einaudi. Montesquieu e Bobbio e parla dell’attualità o meno della distinzione destra/sinistra. Ha ancora senso? Sarà la storia a giudicare».