La storia

Un drone per il Ticino: il sogno di Rotorborne

A tu per tu con Emanuele Galli, a capo di un progetto che vorrebbe insediarsi nel nostro cantone: «Bellinzona e Lodrino potrebbero diventare le nostre basi»
Sketch realizzato per Rotorborne da Rémy Piffaretti
Marcello Pelizzari
05.04.2025 20:47

Emanuele Galli, davanti a sé, aveva tante, tantissime carriere possibili. Laureato in ingegneria aerospaziale al Politecnico di Milano, poco dopo il titolo di studio si è trasferito nel Canton Zurigo dove – ci spiega – ha lavorato per Kopter, un’azienda elicotteristica parte di Leonardo, e per la compagnia di bandiera Swiss. Dentro, però, covava altri progetti o, meglio, cullava altri sogni. «Avevo e ho un’altra idea di ingegnere, per me, e questo perché ho sempre avuto una naturale attrazione verso una visione più ampia dei progetti, che andasse oltre i soli aspetti tecnici».

Una visione che ha spinto Emanuele a riprendere gli studi per conseguire un MBA all’Università di San Gallo, concluso l’estate scorsa. «Mi è sempre piaciuto immaginare nuovi velivoli» prosegue il nostro interlocutore. «In passato, però, si trattava perlopiù di un esercizio un po’ fine a se stesso». Nel 2022, per contro, una prima svolta, grazie a un amico, Mathias, poi divenuto socio, che ha ricoperto ruoli di altissimo livello in aziende elicotteristiche e che vanta diversi decenni di esperienza nella commercializzazione di elicotteri. «Mi è sembrato naturale rivolgermi a lui per verificare, da un punto di vista commerciale, una mia idea». Un’idea confluita in un vero e proprio progetto, Rotorborne, che a detta di Mathias «corrisponde alle reali esigenze dei clienti e ha un ottimo potenziale sul mercato».

«Al momento – dice Emanuele – siamo un piccolissimo team, tutti con background ed esperienza in ambito aeronautico ed elicotteristico. Mathias e io siamo supportati da diversi professionisti del nostro network con conoscenze tecniche e certificative. Dunque, siamo una squadra piccola ma ben diversificata, che copre quello che definirei il “triangolo dei check fondamentali”: potenziale di mercato, fattibilità tecnica, certificazione ottenibile».

D’accordo, ma concretamente in che cosa consiste Rotorborne? E quale velivolo ha in mente Emanuele? «Quello dell’aviazione – ribadisce – è un settore piuttosto variegato e lo diventerà sempre di più. Personalmente, non credo che avremo il cielo invaso da oggetti volanti come in alcuni film futuristici, d’altro canto dovremo gradualmente abituarci alla presenza di velivoli diversi dai soliti aeroplani ed elicotteri, nonché al fatto che alcuni di essi saranno pilotati da remoto, con diversi livelli di automazione. A questa evoluzione, beh, noi vogliamo partecipare e contribuire con un progetto basato su semplicità, flessibilità, intesa come versatilità, e pragmatismo. Il nostro velivolo – o più precisamente, la nostra famiglia di velivoli – si colloca nella categoria dei velivoli ad ala-rotante. Pertanto, si presta a missioni nelle quali l’efficienza e la stabilità in hovering (il volo a punto fisso, ndr) e nelle manovre relativamente lente sono fattori più importanti rispetto all’autonomia e alla velocità».

Di base, il concetto è simile a quello dei droni-giocattolo, però di taglia molto più grande, in quanto puntiamo ad avere un carico utile di 500 chilogrammi, un valore che ci posiziona strategicamente tra le gru, gli elicotteri monomotore e multirotori di taglia più piccola

Uscendo dal linguaggio più tecnico, Emanuele e la sua squadra hanno in cantiere un multirotore a pilotaggio remoto o, se preferite, un drone. «Di base, il concetto è simile a quello dei droni-giocattolo, però di taglia molto più grande, in quanto puntiamo ad avere un carico utile di 500 chilogrammi, un valore che ci posiziona strategicamente tra le gru, gli elicotteri monomotore e multirotori di taglia più piccola. Il volo è attuato per mezzo di rotori azionati da motori elettrici, sebbene la fonte di energia primaria possa essere anche combustibile. Senza entrare nei dettagli tecnici, abbiamo diverse chicche che rendono il nostro concept molto attraente, perché risolvono diversi problemi reali – identificati intervistando diversi potenziali clienti, che hanno valutato entusiasticamente la nostra idea – e ci permettono di proporre un business model piuttosto innovativo per il settore. I nostri velivoli svolgeranno principalmente missioni di trasporto di materiali e attrezzatura, ad esempio per l’edilizia, per il disboscamento, per i rifugi alpini, eccetera. Ma potranno essere usati anche per missioni più specifiche, in agricoltura, nell’ambito della protezione civile, in caso di incendi e altre catastrofi, o ancora per opere ingegneristiche. Difficile elencare tutte le missioni possibili perché, così come gli elicotteri, anche il nostro velivolo andrà a svolgere le missioni più disparate. Ci tengo a menzionare che non intendiamo sostituirci agli elicotteri, bensì affiancarli nelle missioni nelle quali risultano inadatti o inefficienti, economicamente o tecnicamente; dunque, i nostri velivoli sarebbero complementari rispetto agli elicotteri. Per il momento non prevediamo la presenza di persone a bordo (né pilota, né passeggeri); tale possibilità verrà eventualmente presa in considerazione in futuro».

Visto nella sua interezza e complessità, soprattutto da chi non è addetto ai lavori, il progetto potrebbe spaventare ed essere bollato come un sogno o, peggio, un’utopia. «La suddivisione del progetto in fasi con obiettivi ben definiti – garantisce però Emanuele – aiuta ad attribuire fattibilità all’impresa. In particolare, suddividiamo il tempo tra la fondazione dell’azienda e l’inizio della produzione seriale in quattro fasi, di complessità crescente e richiedenti fondi crescenti». Eccole: fondazione dell’azienda e inizio della progettazione (2025); completamento della fase 1 con volo del dimostratore in scala ridotta (2027); completamento della fase 2 con volo del dimostratore in scala 1:1 (2029); completamento della fase 3 con il primo volo del prototipo (2031); completamento della fase 4 con l’ottenimento della certificazione (2033), seguito dall’inizio della produzione seriale.

Per rispettare una simile tabella di marcia, evidentemente, servono soldi oltre alle ambizioni. «Il rischio finanziario è alto – riconosce il nostro interlocutore – ma ben controbilanciato da un elevatissimo potenziale in caso di successo. Inoltre, per i finanziatori le possibilità di uscita dal finanziamento non mancheranno». Rotorborne, già nel 2023, aveva partecipato all’acceleratore di idee Boldbrain, organizzato dalla Fondazione Agire, arrivando in finale nonostante il progetto fosse in fase embrionale. «È stata, quella, un’ottima occasione per fare il punto della situazione e cominciare a scrivere un business plan in forma compatta: il punto di partenza per il business plan vero e proprio, solido, che ho poi sviluppato come tesi di laurea del mio MBA. Per ora, siamo ancora in quella che definisco la fase 0, perché non abbiamo ancora fondato l’azienda; contiamo di farlo quest’anno, appunto. Abbiamo investito molto tempo (ergo soldi) a titolo personale, ma a questo punto occorre fare uno scatto deciso per uscire dalla citata fase 0. Purtroppo, non siamo sufficientemente abbienti da sostenere questo passaggio da soli, quindi siamo alla ricerca di fondi per la fase 1, durante la quale svolgeremo principalmente le seguenti attività: modellazione CAD (Computer-Aided Design), avvio di pratiche per l’ottenimento di brevetti sulle parti più importanti, realizzazione di materiale promozionale, sviluppo e produzione del dimostratore in scala ridotta. Queste attività e il traguardo finale, il volo dimostrativo, saranno strumentali all’attrazione di capitali più grandi per la fase 2. La ricerca di fondi in questo stadio e per questo tipo di progetti è molto difficile. Tipicamente, i business angels club e i venture capital vogliono vedere uno stadio più avanzato, che però non riusciamo a raggiungere proprio per assenza di fondi; dunque, un gatto che si morde la coda. Poi ci sono le agenzie per l’innovazione, come Innosuisse, che però puntano maggiormente sulla ricerca, mentre noi siamo più orientati verso lo sviluppo, per quanto spinto. E il fatto di venire dal mondo professionale (non accademico) in questo caso non aiuta. Non è una lamentela, solo una constatazione: i pianeti in questo momento non si allineano a nostro favore. Ciononostante, sono confidente che la nostra tenacia porterà i suoi risultati. Tra le altre vie in esplorazione, c’è anche la speranza di trovare quello che definisco un “mecenate tecnologico”: una persona facoltosa che creda fermamente nel nostro progetto, investa e che eventualmente abbia pure la voglia e le competenze per contribuire attivamente; magari un appassionato di aviazione. In altre parole, una sorta di business angel come si intendeva il termine in origine».

La speranza è che la voglia di Ticino da parte nostra entri in risonanza con la voglia di aeronautica da parte del Ticino. Anche perché la regione trarrebbe notevoli benefici: investimenti da fuori, posti di lavoro altamente qualificati, innovazione e via discorrendo

La storia di Rotorborne passa anche dalla Svizzera. «Conosciamo l’azienda Pilatus e il grandissimo valore aggiunto che porta alla regione della Svizzera centrale. Noi, con le dovute proporzioni, vorremmo costruire qualcosa di simile in Ticino. Ci sono diversi motivi per cui abbiamo deciso di puntare su questo cantone. Innanzitutto, la posizione geografica e l’attrattività del Ticino, in combinazione con quella del nostro progetto, ci spingono a guardare con ottimismo alla possibilità di pescare talenti da tre serbatoi piuttosto importanti: il Ticino stesso, l’area Lombardia-Piemonte (con forte tradizione aeronautica) e l’asse Zurigo-Losanna (molto forte sui droni). Chiaramente, i vantaggi vanno oltre la ritenzione e l’attrazione di risorse umane, ma si estendono alla vicinanza di industrie specializzate e Università all’avanguardia (SUPSI, PoliMi, PoliTo, ETH, EPFL). Non sto assolutamente dicendo che abbiamo intenzione di limitarci geograficamente, ma certamente la vicinanza può essere un facilitatore per molti argomenti. In secondo luogo, sembra che il Canton Ticino stia dando un forte impulso allo sviluppo di un ecosistema innovativo, in generale (vedi Nuovo Quartiere Officine di Bellinzona) e in particolare nel settore dei droni (vedi Swiss Drone Competence Center presso l’aeroporto di Riviera). Le autorità amministrative ci hanno naturalmente detto che vedrebbero di buon occhio il nostro progetto e che sono pronte a supportarci, nei limiti delle loro competenze giustamente quando saremo in uno stadio più avanzato. Infine, vale la pena sottolineare che il Canton Ticino ha un’alta densità di elicotteri per numero di abitanti, sintomo di una forte vocazione per l’ala-rotante, che purtroppo non fa il paio con una sufficiente presenza di progetti. Da questo punto di vista, la speranza è che la voglia di Ticino da parte nostra entri in risonanza con la voglia di aeronautica da parte del Ticino. Anche perché la regione trarrebbe notevoli benefici: investimenti da fuori, posti di lavoro altamente qualificati, innovazione e via discorrendo. Stimiamo che la nostra azienda potrebbe dare lavoro direttamente a circa duecento persone, occupate principalmente nella progettazione e nell’assemblaggio finale. Sembra poco per un progetto del genere, tuttavia occorre sottolineare che – come la maggior parte dei costruttori di velivoli – noi saremo degli “integratori”, ovvero integreremo a bordo sistemi provenienti (sviluppati e prodotti) in grossa parte da fornitori esterni specializzati. Quindi si dovrebbe sommare un indotto piuttosto importante, parzialmente situato nello stesso Ticino. Anzi, rilancio: perché non provare a ipotizzare un Distretto aerospaziale ticinese (DAT) che, partendo insieme a Rotorborne, si apra anche ad altri clienti?».

Quanto al dove, di preciso, in Ticino Emanuele afferma: «Non ne abbiamo ancora discusso nel dettaglio e siamo aperti ad altre proposte, ma la mezza-idea che abbiamo consiste nello stabilire gli uffici a Bellinzona, attraente e facile da raggiungere, il centro per prototipi e test di volo presso l’aeroporto di Lodrino e la produzione nelle zone limitrofe. Tornando al discorso del “mecenate tecnologico”, sarebbe fantastico se fosse un ticinese. Ovviamente, se non lo troviamo a queste latitudini cercheremo altrove, ma mi piacerebbe lanciare la sfida in questo senso». Chi fosse interessato a raccogliere questa sfida, può rivolgersi direttamente a Rotorborne all'indirizzo e-mail [email protected].

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