La zingara, il maresciallo e le mode

La Scala di Milano
Giancarlo Dillena
Giancarlo Dillena
16.01.2018 05:55

di GIANCARLO DILLENA - A Firenze una Carmen con finale rovesciato: è lei a uccidere lui e non il contrario, come nell'originale di Bizet (e nel racconto di Mérimée). Ed è subito polemica. A Milano alla Scala l'esecuzione della Marcia di Radetzky manda su tutte le furie parte del pubblico, che vede nell'omaggio al maresciallo austroungarico (campione della repressione absburgica) un'offesa al Risorgimento e alle Cinque giornate milanesi. E subito fischi e schiamazzi.
Niente di nuovo sotto il sole, diranno alcuni. A ragione, visto che di allestimenti lirici più o meno balordi, volti a suscitare rumore nel segno della provocazione, ne abbiamo visti molti negli ultimi anni. Quanto al caso Radetzky, ricordate le furibonde polemiche che accompagnarono Barenboim quando diresse per la prima volta Wagner in Israele? Anche qui un déjà vu. Perché perderci del tempo, allora? Si finisce solo col fare il gioco di chi, da un lato, cerca volutamente la facile chiassata, pur di far parlare di sé; o, dall'altro, di chi, per ritrovare un po' di orgoglio nazional-cittadino, ha bisogno di atmosfere da stadio.

Ma la questione va al di là di questi atteggiamenti, tanto plateali quanto superficiali. Quando si giustifica il cambiamento del finale della Carmen come «segnale forte contro la violenza sulle donne» si mortifica un capolavoro del teatro lirico sacrificandolo sull'altare di un politically correct banalizzato, tipico dei nostri giorni. Perché modificare la fine del racconto non è solo un modo facile per provocare (e far così parlare della regia). È anche un atto di violenza gratuita nei confronti di un'opera che, al di là della trama, è portatrice di ben altri valori ed emozioni. Che stanno nelle note di Bizet e nell'impianto drammatico complessivo e non nelle sovrapposizioni manipolatorie. Queste sono solo il prodotto di una moda che impone di appiattire tutto sul presente e sui temi che nel presente richiamano l'attenzione. Fosse anche per un attimo fuggente, come quello che creano e fanno scomparire a suon di like in rete, l'effimera gloria di Tizio, Caio o Sempronio.

«Ne ho avuti un milione», proclama tronfio l'autore della sciocca battuta diventata virale, anche se solo per qualche ora. Ma questa è la gloria che ci si affanna a inseguire di questi tempi. E sull'altare del politically correct, del protagonismo di un giorno, del rumore che serve a richiamare l'agognata attenzione, tutto va bene come oggetto sacrificale. Anche e soprattutto le manipolazioni, le storpiature, le scorciatoie. In barba agli autori ma anche alla storia, quella con la S maiuscola, bruscamente e brutalmente appiattita su uno slogan «che tira» o su una raffica di fischi che butta le Cinque giornate di Milano in un calderone di luoghi comuni e sentimenti primari, sorta di anticipo del campionato delle fierezze nazionali a basso costo.

Ma questo altare sacrificale, apparentemente così moderno nell'aggrapparsi all'attualità trendy, evoca quelli davanti ai quali, in un lontano passato (ma poi davvero passato?), si invocavano quegli dèi falsi e bugiardi cui governanti e governati si affidavano nella ricerca della prosperità e nello scongiurare le sciagure. Oggi il sacrificio ha obiettivi più modesti: un po' di celebrità o magari un po' di senso di identità.

Al posto delle vittime come capro espiatorio di turno si ritrovano così un paio di musicisti e qualche scrittore. Che, siccome sono morti da tempo, non ne soffriranno più di quel tanto. Per loro e nostra fortuna. Certo ha di che infastidire questa ostinata tendenza a mescolare tutto e il contrario di tutto, nella proclamata illusione di scoprire chissà che cosa. In realtà il più delle volte si scopre solo ciò che sta sotto la foglia di fico delle grandi intenzioni e degli slogan. Il che non è un bel vedere, perché quel che appare è un'inconsistenza che sfiora il nulla. Ma si sa: il tempo è galantuomo. E col tempo arriva sempre, prima o poi, qualcuno che «riscopre» quanta infinita sostanza ancora da valorizzare c'è nell'originale di quest'opera o in quel brano musicale. Carmen torna allora la zingara ribelle e fatale pronta a rimanere se stessa sino al sacrificio estremo, riproponendo l'attualità del suo essere donna con la forza e la profondità del personaggio (non con mezzucci narrativi o arzigogoli scenografici). E la Marcia di Radetzky ridiventa la parte migliore (quella musicale) di un'Austria che amava celebrarsi come felix, anche se per molti versi non lo era. Un aspetto che merita di essere meditato, tra i fasti dell'impero multinazionale absburgico e quelli (ahimè, senza neppure Strauss) della nuova e non meno celebrata e imperiale Eurolandia. Basta guardare, ascoltare, riflettere. Senza fischi o colpi di scena gratuiti. Per il bene di Strauss e Bizet. Ma soprattutto per il nostro, cioè di noi contemporanei a rischio di smarrimento nella triste e vacua selva oscura dei luoghi comuni.

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