L'editoriale

Il 1995, la Lega e l'azione di M&M

A trent'anni dal voto che scompaginò la politica e a due anni dall'inizio della legislatura: politica quo vadis?
Gianni Righinetti
02.04.2025 06:00

Trent’anni dall’entrata in Governo della Lega e della prima donna nell’Esecutivo cantonale. Metà della legislatura in corso. Oggi, 2 aprile 2025, è una giornata dal duplice significato per il Ticino della politica. Quando i ticinesi eleggevano Marco Borradori, il volto «pulito» della Lega, in Consiglio di Stato, c’erano sul tavolo idee, progetti e voglia di cambiare le cose. Era la stagione della politica «del fare», volavano pure gli stracci tra i partiti e all’interno degli stessi, specie nel PLRT. Alle urne correva oltre il 70% degli aventi diritto e non era ancora realtà il comodo (e pigro) voto per corrispondenza. I social non esistevano neppure nel mondo dei sogni, i computer erano una rarità e l’e-mail non ancora diffusa. La campagna elettorale era fatta all’insegna dei comizi, parlando con e tra la gente. Era un altro mondo. Non lo diciamo tanto per manifestare vuota nostalgia: il tempo passato, ce lo insegna la vita, non torna più. Ma il passato insegna ad affrontare il presente. O dovrebbe essere d’insegnamento. La politica contemporanea non ha nulla in comune con quella finita nei libri o impressa nelle pagine ormai ingiallite del Corriere del Ticino. La campagna del 1995 era stata viva, condotta da politici con proposte chiare, che avevano percorso il cantone per illustrare le loro intenzioni. Poi, come sempre, tra il dire e il fare il passo era complicato anche allora. Era la stagione in cui c’era anche ideologia, sulla spinta di chi voleva più Stato, nella forma di mamma chioccia e di chi puntava maggiormente sulla responsabilità individuale, di chi osannava la politica del sussidio e di chi voleva dare vigore al ceto medio. C’erano i liberali, i radicali, i socialisti e i conservatori. E c’era la grande novità del primo lustro degli anni Novanta, la Lega tutta zoccolette, boccalino e, soprattutto, piccone. Un movimento, allora, e un partito come e forse pure più ingessato e granitico di tanti altri, oggi. Con il tempo chi aveva sgretolato il tavolo di sasso della partitocrazia, ne ha costruito un altro, perché il potere logora chi non ce l’ha. E mira ad averlo. Forse oggi non c’è più il tavolo di sasso, ma c’è la chat degli amici, delle poltrone o degli affari. Nessuno si scandalizzi, non lo diciamo con acredine, men che meno sulla spinta idealista di «un mondo migliore che fu». È solamente la lettura della realtà, che talvolta emerge, ma il più delle volte rimane sommersa. Osservando la Lega 30 anni più tardi ci si può chiedere «ma quale Lega?». A onor del vero la Lega entrata in Governo con il compianto sorridente, affabile e sempre disponibile Borradori, non era la Lega. Di certo non quella che predicavano altre due figure scomparse: il conducator Nano (al secolo Giuliano Bignasca) e il tribuno in salsa ticinese Flavio Maspoli. In sostanza era stato eletto il meno leghista, ma a chi stava in Via Monte Boglia andava bene così. Esserci come forza, fare casino all’esterno, tra la gente, la domenica, anche in Parlamento, ma non avere troppi problemi nella stanza dei bottoni. Della Lega, quella Lega, oggi rimane davvero un nonnulla, e sarà dura per il nuovo coordinatore Daniele Piccaluga reinterpretare nel 2025 la verve della gioventù movimentista di una forza che giocava abilmente su molti tavoli prendendo, di volta in volta, una posizione di convenienza, spaziando da destra a sinistra con la dimestichezza di un prestigiatore. Lega che aveva preso il Dipartimento del territorio dopo che, nonostante la pressione del suo PPD, c’era stato il gran rifiuto di Alex Pedrazzini, rimasto alle Istituzioni.

Quello del 1995 è stato un Governo profilato: Masoni, piaccia o meno leggerlo ad anni di distanza, non si è mai nascosta. Battagliera, documentata, determinata e finanche testarda. Coraggiosa al punto di remare contro la corrente partitica ed eletta con un plebiscito: la più votata al debutto in un contesto di cattiverie e sgambetti. Per la prima donna nell’Esecutivo non furono mai rose e fiori, d’altronde non è quello che cercava Masoni. Ad osannarla furono le donne del PLRT, mentre il mondo femminista, tacque. Alla faccia della solidarietà di genere. Si trovò a battagliare con un uomo d’esperienza e di un’altra generazione, il socialista Pietro Martinelli. I due, distanti anni luce, furono in grado di trovare accordi puntuali, senza fermarsi allo sterile scontro. Politicamente parlando un leone e una leonessa, capaci di ruggire, di fare la voce grossa, ma di raggiungere una sintesi produttiva nell’interesse del Paese. Quante volte lo sentiamo dire da parte della politica contemporanea, quella che oggi, a metà legislatura, a causa dei reciproci difetti tra Governo e Parlamento (unitamente all’incapacità di dialogo tra le forze rappresentate nell’Esecutivo) marcia sul posto. Il tutto mentre dobbiamo constatare che tra M&M (Masoni-Martinelli) la diversità non ha scalfito la stima reciproca. Ancora oggi uno parla con accento di positiva riconoscenza dell’altro. Davvero politica e politici d’altri tempi.