Imposizione dei coniugi, scenari da rebus

Da più di 40 anni, a Berna si sta cercando di sciogliere il nodo della cosiddetta penalizzazione fiscale del matrimonio. A causa del cumulo dei redditi e della forte progressività delle aliquote, a parità di entrate una coppia sposata deve pagare di più – ai fini dell’imposta federale diretta – rispetto a quella di conviventi. Una situazione che si scontra con una sentenza del Tribunale federale del 1984, che tollerava una differenza massima del 10%. I Cantoni, per contro, chi in un modo chi in un altro, hanno eliminato le discriminazioni. Per garantire l’equità di trattamento fra coniugi e coppie di concubini, il Ticino ha introdotto una doppia tariffa; una scala delle aliquote per le persone sole e una, più favorevole, per i coniugi.
A Berna ora ci sono due soluzioni sul tappeto. La prima, che si trova a uno stadio avanzato, prevede il passaggio all’imposizione individuale. In pratica, i coniugi verrebbero tassati separatamente e dovrebbero compilare due dichiarazioni distinte. Si tratta di un controprogetto governativo (a livello di legge) dell’iniziativa popolare delle donne del PLR che chiede un’imposizione indipendente dallo stato civile a tutti e tre i livelli: federale, cantonale e comunale. Lo scopo è duplice: eliminare il maggior onere fiscale a carico di determinate coppie e creare incentivi al lavoro. La seconda proposta, appena giunta sui banchi del Parlamento – Il Governo si è già detto contrario – è un’iniziativa popolare del Centro, che vuole risolvere il problema della penalizzazione fiscale mantenendo l’imposizione congiunta dei coniugi. Il mondo politico è spaccato in due sull’opportunità di un’imposizione separata. La riforma, sostenuta da un’alleanza fra PLR e sinistra, ha superato per il rotto della cuffia la prima tornata alle Camere. La situazione è molto incerta in vista del prossimo passaggio, previsto in maggio al Nazionale e in giugno agli Stati. Siccome l’alleanza per l’imposizione individuale era a rischio a causa di divergenze sull’impatto finanziario, è stato raggiunto un compromesso: le minori entrate per la Confederazione, stimate inizialmente a 800 milioni di franchi, dovrebbero essere ridotte a 600 milioni. Questa cifra dovrebbe mettere d’accordo i liberali, contrari ad aumenti di imposta, e i socialisti, ostili a forti riduzioni del gettito. Basterà questa intesa raggiunta martedì in commissione a salvare la riforma? In teoria sì, se i gruppi rimarranno compatti e non ci saranno ripensamenti o assenze, soprattutto agli Stati, dove il recente annullamento dell’elezione del socialista sciaffusano Simon Stocker assottiglia la già risicata maggioranza favorevole. Sul fronte opposto, Centro e UDC non faranno sconti. Il mese scorso, i due partiti hanno votato tatticamente a favore di una proposta che andava contro i loro obiettivi, pur di minare l’avanzata della riforma in Parlamento o di complicarle la vita in caso di referendum. La risposta dipenderà anche dall’impatto concreto del compromesso (mancano ancora le cifre dettagliate), che in ogni caso peggiorerà la situazione fiscale di un certo numero di coppie e di contribuenti «single». In particolare, la fattura dovrebbe ulteriormente aumentare per le famiglie benestanti organizzate secondo il modello tradizionale, in cui il reddito è conseguito da un solo coniuge, mentre le coppie in cui entrambi i partner lavorano e il reddito è suddiviso in modo più uniforme pagherebbero meno.
La partita è aperta sotto tutti i punti di vista. La minoranza ritiene che per sanare un’ingiustizia se ne crei un’altra, perché la riforma sfavorisce le coppie monoreddito e quelle in cui uno dei due coniugi guadagna poco; inoltre, contesta le complicazioni amministrative per i Cantoni, che dovrebbero esaminare, con i relativi oneri, 1,7 milioni di dichiarazioni fiscali in più. Ci sono quindi tre scenari. La riforma potrebbe forse essere respinta in Parlamento. In tal caso si andrebbe a votare sull’iniziativa delle Donne PLR che però, se accolta, richiederebbe un nuovo progetto concreto. Secondo, in caso di approvazione alle Camere, in giugno, potrebbe scattare un referendum, non necessariamente da parte di partiti. In consultazione, anche 21 Cantoni si erano detti contrari al cambio di sistema. Per un referendum ne bastano otto. Oppure la riforma farebbe il suo corso ma richiederebbe diversi anni per essere attuata, perché prima andranno sciolti diversi nodi tecnici e uniformati i sistemi fiscali dei Cantoni. Nel frattempo, il Parlamento dovrà trattare l’iniziativa del Centro, il cui esame è stato sospeso apposta per non sovrapporlo a quello del controprogetto, ormai in dirittura d’arrivo. Chiusa una partita se ne aprirebbe subito un’altra. Potrebbero passare entrambe le soluzioni sul tappeto, seppur portatrici di soluzioni contraddittorie. E a questo punto la faccenda si farebbe terribilmente complicata.