L'arma del debito e la difesa comune

Nel discorso pubblico, negli ultimi due decenni, si è sempre fatta una bella distinzione tra «debito buono» e «debito cattivo». Al primo si è assegnato - sempre nell’immaginario collettivo - il significato di investimento positivo per antonomasia. Finanziare con il debito investimenti e spese che generano un ritorno economico o un beneficio a lungo termine, superiore al costo del debito stesso (per esempio, gli interessi pagati), ha una sua razionalità. In altre parole, è un debito che viene utilizzato in modo produttivo per creare valore, anziché per consumi immediati o spese improduttive. L’esempio corre subito al mutuo contratto per finanziare l’acquisto di una casa. Se il valore dell’abitazione aumenta nel tempo o se permette di risparmiare l’affitto, il debito è buono. Lo è anche in caso di prestiti contratti per migliorare la propria istruzione e formazione professionale.
Meglio ancora se il prestito è stato contratto per avviare o far crescere un’attività imprenditoriale che genererà profitti e posti di lavoro con ricadute che vanno oltre le sole aspettative di utile - più che legittime - dell’imprenditore. Sono tutti esempi di debiti privati che dovrebbero generare un circolo economico virtuoso.
Il «debito cattivo» è invece quello contratto per spese non produttive o che non generano valore a lungo termine, come usare una carta di credito per acquisti impulsivi o beni deperibili, senza avere i mezzi per rimborsarlo.
Quando parliamo di debito contratto da uno Stato, il concetto di «debito buono» si applica in modo simile a quello individuale o aziendale, ma con alcune differenze legate alla scala, agli obiettivi e alla capacità di gestione. Il debito pubblico è considerato «buono» se viene utilizzato per finanziare investimenti che stimolano la crescita economica, migliorano le infrastrutture o aumentano il benessere della popolazione nel lungo termine, generando un ritorno (economico o sociale) che supera il costo del finanziamento.
L’Europa, declinata nella sua entità di Unione europea, dopo aver fatto del rigore di bilancio un idolo totemico negli anni della crisi finanziaria, annuncia un piano da 800 miliardi di euro per il riarmo. ReArm Europe, si chiama il progetto evocato da Ursula von der Leyen. Un nome infelice che richiama un’epoca passata fatta di corsa agli armamenti e di deterrenza nucleare tra superpotenze che mal si concilia con la natura e la genesi della stessa UE nata per altro. Gli ispiratori dell’Europa unita come Robert Schuman, Alcide De Gasperi e Konrad Adenauer ambivano a un continente pacificato e pacifico dopo gli orrori della Seconda guerra mondiale di cui furono testimoni. Il programma europeo dovrebbe mobilitare risorse finanziarie che l’UE di fatto non ha. A indebitarsi in modo preponderante sarebbero i 27 membri dell’Unione o di chi ci vorrà stare. Lo strumento per liberare spazio fiscale dovrebbe essere quello della deroga al rispetto del patto di stabilità che fissa paletti per deficit e debito rispetto al Prodotto interno lordo (PIL) e quindi permettere un maggiore indebitamento dei Paesi aderenti e un aumento dell’attuale spesa militare di 1,5 punti percentuali del PIL. E sulla via del riarmo e della rottura del tabù del debito sembra essersi lanciata anche la Germania del futuro cancelliere Friedrich Merz con un «bazooka» che ricorda il whatever it takes di Mario Draghi fino a mille miliardi di euro. Per il momento festeggiano i titoli delle imprese legate all’industria della difesa, il presidente pro-tempore dell’alleato storico dell’Europa e azionista di maggioranza della Nato che si crogiola della confusione scatenata nel Vecchio continente e il nemico perfetto russo che non vede l’ora di tornare ai tempi della guerra fredda.