L'editoriale

Ma cercare il dialogo con Trump non è peccato

Cercare un canale di comunicazione con l’inquilino protempore della Casa Bianca potrebbe essere un modo per cercare di attenuare gli effetti nefasti di un conflitto commerciale che non giova a nessuno
Generoso Chiaradonna
05.04.2025 06:00

Di solito di fronte a un bullo o a un prepotente è meglio non litigare. Lo dicono gli psicologi e anche il buon senso. Rispondere agli insulti e alle minacce con freddezza e senza accogliere la sfida è la strada migliore per smontare la sua aggressività. Ora, prendendo con le pinze il paragone tra Donald Trump nei panni del bullo del quartiere globale, il comportamento del Consiglio federale di non reagire istintivamente ai dazi - sbagliati, è inutile sottolinearlo ancora una volta - e imposti su una parte dell’export svizzero negli Stati Uniti (quello farmaceutico è per ora meno colpito rispetto ad altri settori produttivi) è corretto. Cercare un canale di comunicazione con l’inquilino protempore della Casa Bianca potrebbe essere un modo per cercare di attenuare gli effetti nefasti di un conflitto commerciale che non giova a nessuno. La Svizzera ha comunque delle carte da giocare, per rimanere nel linguaggio di Trump. Analizziamo la situazione e le possibili opzioni, considerando il contesto attuale e il fatto che Donald Trump ha annunciato dazi del 31% sulle importazioni svizzere, giustificandoli con un presunto squilibrio commerciale. 

Gli Stati Uniti sono un mercato cruciale per la Svizzera: l’anno scorso, circa il 19% delle esportazioni svizzere (pari a 63,4 miliardi di dollari) ha preso la strada per gli USA, con un surplus commerciale a favore della Confederazione di circa 38,5 miliardi di dollari. I settori più colpiti dai dazi base al 10% sarebbero quelli farmaceutici (60% dell’export verso gli USA), meccanico-metallurgico (20%) e degli orologi (8%). L’amministrazione Trump ha calcolato le tariffe doganali con una formula semplicistica e contestata dagli esperti: (deficit commerciale USA con il Paese / importazioni dal Paese) / 2, arrivando al 31% per la Svizzera. Tuttavia, la Svizzera ha abolito dal primo gennaio del 2024 i dazi residui che applicava ai beni industriali importati dall’estero e applica tariffe solo su alcuni prodotti agricoli (in media del 32%) e fondamentali per mantenere una produzione agroalimentare locale, rendendo risibile l’accusa di barriere al 61%. L’errore concettuale e teorico di tale formula è banale: non ogni singolo dollaro di deficit commerciale è causato da una pratica commerciale scorretta del venditore estero. Contribuiscono anche una forte domanda interna al Paese in deficit e una forte propensione al consumo (e gli americani da questo punto di vista sono campioni mondiali) oppure il bene estero, semplicemente, non è prodotto o se lo è non è di pari qualità di quello estero. Ridurre il tutto a pura meccanica contabile è errato.

Il Consiglio federale, per ora, ha scelto di non adottare contromisure immediate, privilegiando il dialogo con Washington e mantenendo la fedeltà al libero scambio e al diritto internazionale. Questa decisione riflette la cautela svizzera, ma apre il dibattito su quale sia la strategia migliore. La Svizzera ha un forte argomento: non applica, come detto, dazi sui beni industriali e investe pesantemente negli USA (sesto posto mondiale), impiegando circa 400 mila lavoratori americani. Puntare su questi punti potrebbe convincere l’amministrazione Trump a rivedere i dazi, magari in cambio di concessioni minori (per esempio acquisti di prodotti americani). Inoltre, Trump sembra aperto a negoziati, come suggerito dalla sua retorica («venite a produrre qui»). Una escalation commerciale con gli USA, quindi, danneggerebbe un’economia export-dipendente come quella svizzera, rischiando di perdere un mercato chiave per le sue imprese. 

Anche allinearsi troppo alle contromisure, in preparazione secondo Bruxelles, dell’Unione europea potrebbe irritare Trump, portando a ulteriori ritorsioni. Inoltre, la Svizzera dovrebbe evitare di essere «schiacciata» tra Stati Uniti e UE, mantenendo la sua neutralità commerciale. Rafforzare gli accordi di libero scambio con India (in fase di ratifica), Cina o Mercosur (l’America del Sud) ridurrebbe la dipendenza dagli USA, ma solo a lungo termine. I nuovi mercati potrebbero però non compensare la riduzione delle vendite negli Stati Uniti nel breve periodo. Nel frattempo, il rischio di una recessione è aumentato in modo consistente. I segnali in questo senso che giungono dai mercati finanziari non sono tranquillizzanti avendo «bruciato» in due giorni migliaia di miliardi di dollari di capitalizzazione. 

In questo articolo: