L'editoriale

Ma la questione educativa va oltre i social

Quello attorno all’utilizzo dei social network - per non dire degli smartphone - in giovane età è un dibattito che non riesce a centrare il punto, restando plafonato attorno all’ipotesi di vietare o meno queste piattaforme digitali
Paolo Galli
11.09.2024 06:00

Quello attorno all’utilizzo dei social network - per non dire degli smartphone - in giovane età è un dibattito che non riesce a centrare il punto, restando plafonato attorno all’ipotesi di vietare o meno queste piattaforme digitali. Ma non si parla abbastanza di responsabilità educative e, stringi stringi, di educazione. Se, come ieri l’Australia, arriviamo a fissare un’età minima di utilizzo dei social, è perché lo strumento ci è sfuggito di mano. Ma non solo, forse è un modo come un altro di ammettere che un’intera generazione si è resa conto di aver smarrito la capacità di comunicare con i propri figli. Il fatto è che il consumo tecnologico nasce in famiglia. Come sottolinea Matteo Lancini, psicologo, presidente della fondazione Minotauro, «la prima spacciatrice di smartphone è la mamma». Perché ogni genitore ha bisogno di un attimo per sé, e allora cerca soluzioni, spesso facili, che possano spostare la concentrazione dei figli. Ma attenzione, non è una questione di colpe da attribuire. Bisognerebbe semplicemente riconoscere la situazione, la modernità, che è fatta di vita analogica ma anche di stimoli digitali. Qualcuno ha teorizzato il concetto di «onlife», di una vita nella quale non si distinguono più online e offline, in cui non è più ragionevole opporre le dimensioni. Qualcosa stride, allora, nella decisione australiana - non la prima, di questo tenore -, ma anche nell’appello lanciato ieri dai pedagogisti Daniele Novara e Alberto Pellai alla politica italiana. Perché si pretendono ostacoli a una generazione nata con il cellulare dei genitori in mano, destinata poi a vivere, a studiare, a lavorare, in un mondo sempre più artificiale. Si chiede, di rimando, ai nostri figli di non essere digitali. Glielo si impedisce, addirittura. Il problema è che questi ostacoli sono posticci, rispetto a quella che dovrebbe essere la piena responsabilità genitoriale. La questione è, piuttosto, interrogarsi sull’alfabetizzazione emotiva dei genitori. Ed è una questione terribilmente complicata, molto più complicata di un divieto già di per sé difficile, per mille motivi, da imporre.