L'editoriale

Papa Francesco, una voce flebile che spicca tra le urla

La presenza del pontefice in una congiuntura globale di grande tensione non può che essere un bene da preservare in tutti i modi
Paride Pelli
25.03.2025 06:00

Nel suo non breve pontificato, che ha da poco superato il dodicesimo anno, Francesco è stato talvolta un Papa divisivo, probabilmente consapevole di esserlo, attraverso un approccio «progressista» che non ha permesso di collocarlo appieno e fin da subito nella categoria «il papa di tutti». Ma oggi possiamo tranquillamente dire che lo è diventato. Le dimissioni, domenica scorsa, dal Policlinico Gemelli di Roma, dov’era ricoverato dal 14 febbraio per una grave infezione alle vie respiratorie, sono state accolte anche dai suoi critici più affilati come una vittoria e una dimostrazione di forza nella fragilità, una prova di coraggio e di paziente sopportazione superata contro tutti i pronostici. Per dirla con il linguaggio dei media, i coccodrilli erano già pronti per essere pubblicati e mandati in onda. Ma Francesco ha di nuovo spiazzato tutti. Ora il Papa dovrà affrontare almeno due mesi di convalescenza «protetta». Significa che dovrà stare a riposo ed evitare il più possibile incontri, specialmente con gruppi e con famiglie, e questo per scongiurare nuove, rischiose infezioni. Per un carattere «operativo» come il suo, con le festività di Pasqua in arrivo e nel bel mezzo di un anno giubilare, questa sarà una prova altrettanto dura di quella affrontata per trentotto giorni al decimo piano del Gemelli. Certo, Francesco è un uomo coriaceo. Durante il ricovero, pur debilitato dalla polmonite bilaterale e persino nei momenti di prognosi riservata, ha continuato a lavorare, a scrivere omelie e interventi per i fedeli, e a dirigere, almeno a grandi linee, la Chiesa. Ha dato, come ha potuto dire ieri uno dei suoi cardinali, «un’autentica lezione di leadership, che non è avere molto potere e fare molte cose ma possedere una forza spirituale e umana ampia e profonda, in servizio del bene comune».

Sono, queste, parole che stimolano una riflessione più ampia e laica che ci coinvolge tutti. In un presente come il nostro, dove sia negli Stati Uniti sia in Russia, sia in Asia sia in Medio Oriente, presidenti e premier non si lasciano scappare un’occasione per promuovere una visione «muscolare» della propria leadership, l’azione di Francesco va in direzione opposta. Di nuovo, come fu il caso di Giovanni Paolo II alle prese con il morbo di Parkinson, un Papa anziano e malato dà l’esempio di un’autorevolezza personale e, diciamolo pure, geopolitica che va oltre il suo ruolo di guida religiosa. Da questo punto di vista, la presenza di Francesco in una congiuntura globale di grande tensione non può che essere un bene da preservare in tutti i modi. Fosse accaduto il peggio, al Policlinico Gemelli, si sarebbe creato un pericoloso vuoto non solo nella diplomazia della Chiesa cattolica, ma anche tra tutti coloro, credenti e no, che cercano di tirare il freno a mano in un mondo sempre più sedotto dalle sirene della guerra, del riarmo a tutti i costi e dalla «forza» in generale, anche in termini di dialettica. Questo Papa è un lottatore con dei valori precisi, al di là delle polemiche che può aver sollevato tra i fedeli stessi, specie fra i più tradizionalisti.

Resta da vedere come Francesco gestirà la momentanea perdita della voce, forse lo strumento più importante nell’azione di un pontefice. I suoi polmoni ancora debilitati non riescono infatti a portare sufficiente aria per far vibrare le corde vocali e sarà necessaria una lenta quanto paziente riabilitazione. La sfida per l’87.enne Francesco è dunque ardua ma non impossibile, anzi: quando le telefonate tra Casa Bianca e Cremlino fanno rumore, spesso anche troppo, chissà che la pur flebile voce del Papa non diventi alla fine la più ascoltata.

In questo articolo: