La finale

Cao, l'uomo che è rinato due volte

«Dovevo dare una mano per dieci giorni, non immaginavo di vivere tante emozioni»
©Pablo Gianinazzi
Luca Sciarini
Luca Sciarini
02.06.2024 12:30

In settimana è arrivata la buona e attesa notizia: Carlo «Cao» Ortelli resterà a Lugano ancora (almeno) una stagione. Il club bianconero gli ha prolungato il contratto sino al giugno del 2025, data di scadenza di quello di Mattia Croci-Torti. Per Cao una bella soddisfazione e il riconoscimento di un grande lavoro fatto in questi tre anni accanto al Crus.

Tre qualificazioni in Europa e soprattutto tre finali di Coppa Svizzera: un periodo ricco di successi che hanno regalato al 66.enne Cao tante emozioni.
«Onestamente non pensavo che il calcio potesse regalarmi ancora questo genere di soddisfazioni. Quando tre anni fa il «Croci» (lui lo chiama così…) mi chiese di dargli una mano per una decina di giorni, accettai senza pensare a nulla. Non allenavo da sei anni ed ero «semplicemente» il responsabile del settore giovanile. Non avrei mai immaginato di rivivere ancora tutte queste emozioni».

Emozioni che il calcio, e per la precisione il Lugano, gli aveva già regalato dal 1998 al 2002, al fianco di Roberto Morinini e dell’allora presidente Helios Jermini.
«A volte ripenso con nostalgia e un velo di tristezza a quegli anni e a quelle persone che non ci sono più».

Il Crus e Roberto Morinini, due tecnici ticinesi che hanno scritto pagine importanti del nostro calcio.
«Sono due persone molto diverse. Roberto era un tipo introverso, ma a quell’epoca già all’avanguardia. Mi ha insegnato tantissimo. Allenava una squadra fortissima e non lasciava nulla al caso».

Mattia invece com’è?
«Una persona onesta e leale, un gran comunicatore che vanta una grande competenza. Lavora sempre con grande entusiasmo ed è capace di far rendere al massimo i suoi collaboratori. E poi è bravissimo a cambiare la tattica a dipendenza dell’avversario».

Croci-Torti, dopo quei dieci giorni del settembre del 2021, in cui fungeva da tecnico ad interim, fu promosso definitivamente in prima squadra:
«Mi ricordo che mi chiamò e mi disse che adesso dovevamo andare avanti e che il nostro lavoro era appena iniziato. Accettai, senza pensare veramente a cosa sarebbe potuto accadere. In quei pochi giorni sul campo avevo ritrovato quella passione e quell’entusiasmo che pensavo di aver perso».

Tre anni che gli hanno insegnato tanto, nonostante la sua già grande esperienza.
«Nel calcio si impara sempre qualcosa e poi questo sport è cambiato tantissimo negli ultimi vent’anni. Ho dovuto adattarmi e migliorarmi, per crescere ancora e restare al passo con i tempi. Mi sono dato tanto da fare per cercare di essere una valida spalla del Croci, che assieme agli altri colleghi dello staff, mi ha insegnato tanto».

Lavorare in una società come il Lugano di Mansueto gli piace.
«Posso soltanto dire che questa società e questi dirigenti non ci fanno mancare nulla. È una vera azienda, molto organizzata, che ci dà la possibilità di lavorare nelle migliori condizioni».

Cao non è rinato unicamente sul campo: nel 2010 ebbe un arresto cardiaco che fece pensare al peggio.
«Fortunatamente la salute va molto meglio. Mi ritengo una persona non fortunata, direi fortunatissima. Purtroppo, tanta gente che ha avuto il mio stesso problema non è più qui, io invece ho potuto continuare a vivere e a fare ciò che mi piace nella vita».

Anche se forse quello dell’allenatore non è proprio il mestiere ideale, no?
(ride) «In effetti il nostro è un ruolo stressante, anche perché personalmente vivo le emozioni del calcio in maniera molto forte. Dall’allenamento alla partita, sono sempre teso e concentrato. Non so se per il mio cuore sia la cosa migliore…».

Emozioni forti le proverà anche oggi, nella finale di Coppa contro il Servette.
«Respiro un clima e un’atmosfera positivi, questo è un gruppo forte con uomini forti. Abbiamo idee e concetti radicati che sono sicuro ci porteranno a disputare una grande partita, indipendentemente dal risultato. Dobbiamo restare umili, è chiaro, ma personalmente sono molto ottimista».

Anche se il Servette, quest’anno, non lo avete mai battuto.
«Sappiamo che i ginevrini sono molto forti, ma credo che le nostre sconfitte in campionato siano state un po’ frutto del caso e non ci condizioneranno per questa finale. In un paio di partite avremmo potuto ottenere dei risultati diversi, forse ci è mancata un po’ di lucidità in alcune occasioni. Adesso però voltiamo pagina e pensiamo a questa partita, che sarà diversa da tutte le altre».

(Detto tra parentesi: Cao Ortelli nel 1971, quando aveva 13 anni era presente al Wankdorf sugli spalti a sostenere i bianconeri con papà Ernesto, Epe Morandi e altri amici del noto locale di Molino Nuovo, mentre oggi, a 53 anni di distanza, si troverà invece a bordo campo del Wankdorf accanto e dietro a Mattia Croci-Torti per la «rivincita»).