I magnetici e lunari dipinti del «pittore del diavolo» che amava Shakespeare

Ibant obscuri sola sub nocte per umbram. Andavano oscuri nell’ombra della notte solitaria» (Eneide, VI, 268). Questo memorabile verso di Virgilio, intriso di sospensione, attesa, sogno, silenzio - forgiato sul morbido metallo dell’ipallage, la sostituzione, il cambio dei due aggettivi - meglio di chiunque altro ci conduce, ci prende per mano, nella nostra lenta passeggiata attraverso i magnetici dipinti di Johann Heinrich Füssli (Zurigo, 1741 - Londra, 1825). Dai tempi di Caravaggio, pochi pittori hanno amato toni tanto bassi, scuri, lunari. Ma mentre i dipinti di Michelangelo Merisi definiscono le proprie ombre attraverso nette e fulminanti lastre di luce, dove la precarietà della carne si trasfigura in mercurio e diamante, il lento carbone di Füssli brucia silenziosamente in una ricca e sottile evaporazione: «trattando l’ombre come cosa salda» (Purgatorio, XXI, 136).
Era fuggito dalla sua Zurigo
Per motivi politici e giudiziari, giovanissimo, a ventun anni, era fuggito dalla sua Zurigo: prima in Germania, poi in Inghilterra, poi in Italia, infine, dove visse tutta la vita, di nuovo a Londra. E nella effervescente, liberalissima capitale inglese, a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento, Turner e Füssli appaiono di una modernità senza precedenti, in una nuova pittura, una nuova iconografia: ora esterna ora interna all’uomo; ora naturalistica e atmosferica, ora introspettiva e onirica; ora paesaggistica e visionaria, ora letteraria e intimistica; un inedito ordine mentale e formale, che anticipa molti temi dell’arte del Novecento.
Certo, la poetica di Füssli è tutta sotto il segno del manierismo: Rosso Fiorentino, Parmigianino, Primaticcio, Tibaldi. Ma a questi nomi occorre aggiungerne un altro, la cui influenza, oggettivamente, è più chiara ed evidente: Tintoretto. Il pittore della Notte, come amava definirlo Turner. Così la notte è il grande spazio mentale dove abita il teatro di Füssli. Nessuno dei suoi dipinti è ambientato nella netta luce del giorno. Come una quinta, un palcoscenico, il velluto della sera avvolge sempre i suoi personaggi e le sue scene. Le «mascelle del buio» divorano sempre la poca luce.
Studiò il latino e il greco antico
Aveva una cultura letteraria enorme. Conosceva perfettamente il tedesco, l’inglese e l’italiano. Per tutta la vita studiò e approfondì il latino e il greco antico. Era infinitamente grato a sua madre, che fin da bambino gli aveva trasmesso un grande amore per i classici. Era affascinato dal mistero del male, dei tre grandi misteri, con la morte e il dolore, probabilmente il più grave ed inquietante. Poiché se la morte porta in sé l’unico fatto veramente democratico; poiché se nel pianto traspare sempre una infinita dolcezza, solo il mistero del male è un suono nero, livido, vuoto, senza nessun riverbero armonico. Quasi tutta la sua opera, tutti i suoi dipinti, si potrebbero interpretare come una rappresentazione e una interpretazione del male. Amava moltissimo il Macbeth, da un punto di vista letterario, il capolavoro assoluto di Shakespeare. Era fiero che qualcuno lo aveva chiamato il «pittore ordinario del diavolo»: «Si, egli ha posato per me parecchie volte».
Nelle figure qualche cosa di vaporoso
Paragonato ad altri capolavori letterari, riteneva le Metamorfosi di Ovidio troppo superficiali, eccessivamente fluide e astratte e veloci. Nell’Odissea, il solo episodio del dolore compresso, silenzioso, muto: la morte del cane Argo, per lui valeva di più di tutto Ovidio. Il cane, l’animale Argo, non riconosciuto, completamente abbandonato, era probabilmente il più alto e nobile simbolo dell’animale uomo, anch’esso abbandonato da un Dio, in apparenza, totalmente indifferente. Sfumata la fede, la preghiera, il gesto verticale del credere, che cosa rimaneva? Abbandonate le brillanti e colorate forme della mitologia, che cosa perdurava?
I personaggi, le figure di Füssli, nella loro cinerea consistenza, hanno sempre qualche cosa di vaporoso, trasparente, fumigante. Nell’elastico e sinuoso Achille che afferra l’ombra di Patroclo, del 1803, una raffinata orchestrazione di grigi, variati dal blu tenebra al celeste ghiaccio, dal solido corpo di Achille evapora la curva sognante e immateriale dell’anima di Patroclo - così vicina ai fantasmi di William Blake - dove i toni a dense trasparenze a pastello di Puvis de Chavannes s’intrecciano alle ombre visionarie di Odilon Redon. Così la solidità muscolare del suo amatissimo Michelangelo si attenua, si abbassa, si stempera, in un teatrale camino pervaso di grigi.
Come un grande regista cinematografico, un Dreyer, un Bergman, un Tarkovskij del Settecento, per una forte esigenza di concentrazione e interiorizzazione, Füssli prediligeva il bianco e nero, e le infinite, eleganti sfumature del grigio. La tradizione ha sempre rappresentato il grande Omero cieco, poiché colui che conosce ed indaga l’anima e lo spirito degli uomini, deve andare oltre la semplice e banale apparenza delle cose. Al fastoso e fosforescente cromatismo di molti pittori manieristi, Füssli contrappose pochissimi colori, pochissimi toni: il rosso mattone, caldo e dimesso; il rosso vermiglio, minima e veloce macchia sulle labbra di allegri spiritelli stregati; il giallo senape, intriso di polvere e di tramonto; il rosa antico, timida eco della luna; il verde livido, «come d’ottone malato».
Le marziane libellule svolazzanti
«We are such stuff/As dreams are made on; and/our little life/Is rounded with a sleep». «Siamo fatti con la stessa materia dei sogni; e la nostra breve vita è racchiusa nel sonno». (The Tempest, IV, I, 154-158). «Tutto muta, nulla muore. Lo spirito è errabondo:/di là viene qui, di qui va là, occupa qualunque corpo,/ e dagli animali passa al corpo umano e il nostro negli animali. E non si consuma nel tempo./ Come la duttile cera si plasma in nuove figure». (Ovidio, Metamorfosi, XV, 165/169) Appassionato entomologo, grande esperto di insetti, come un precedente e disinvolto Gregor Samsa, Füssli ama far danzare le sue piccole creature, orrende e fascinose, come modellate in una duttile cera, al suono del violino di sorella Tenebra luminosa: ricordi di mostri dal naso colante; antiche fosforescenze grünewaldiane spente in cineree meduse di terra; ectoplasmi rappresi in marziane libellule svolazzanti, fluidi e robusti «robot galvanizzati».