L'editoriale

Lettera aperta al rettore dell'USI che verrà

Prima di individuare il nome sarebbe il caso di chiedersi cosa ci si aspetta dalla persona che sarà scelta
Mauro Spignesi
29.05.2022 06:00

Prima ancora di individuare un nome, sarebbe il caso di chiedersi, cosa ci si aspetta dal nuovo rettore dell’Università della Svizzera italiana. Che poi vuol dire interrogarsi sul futuro dell’USI e verificare se la sua proposta formativa sia ancora aderente alla realtà del territorio, ai bisogni del mercato, e riesca insieme a formare laureati con solide basi culturali. L’addio di Boas Erez, comunque lo si voglia interpretare, offre l’occasione di riflettere sull’Università, che quando è stata inaugurata doveva da una parte colmare un vuoto di formazione e dall’altra creare professionisti “spendibili” nel tessuto industriale ed economico di allora. 

Negli anni lo scenario è profondamente cambiato: c’è stata una accelerazione in alcuni settori, basta pensare al digitale e complessivamente all’innovazione, ma l’impressione è che l’Università almeno in parte sia rimasta tagliata fuori da questi processi, spesso anche per ritardi da parte della politica. Anno dopo anno sono state riproposte le stesse facoltà, a parte alcuni guizzi come biomedicina e scienze informatiche.

Ora uno studio, un «piano strategico» presentato recentemente dall’Associazione delle industrie ticinesi e realizzato dai ricercatori della SUPSI Carmine Garzia (professore di strategia aziendale e imprenditorialità) e Edoardo Slerca, prevede che nei prossimi cinque anni, anche per effetto della demografia e della «desertificazione» del Ticino, serviranno almeno 33mila lavoratori. Di questi buona parte - se non si corregge il tiro - arriveranno necessariamente da fuori, perché - oltre gli operai specializzati - mancheranno alcune competenze oggi necessarie alle imprese. Mancheranno ingegneri, informatici (la facoltà dell’USI già oggi ha poco meno di 500 studenti e tutti trovano rapidamente un’occupazione, non sempre in Ticino), insegnanti e altre figure, come gli specialisti nell’ambito energetico. Rivedere il sistema scolastico e formativo (e su questi piano bisogna dire che la SUPSIè risultata più reattiva in fatto di proposte e corsi) a questo punto appare un fatto irrinunciabile.

Tra parentesi e al netto del fatto che va bene avere una dimensione internazionale con 93 Paesi rappresentati, ma forse è anche il caso di riflettere su perché su oltre 3.300 studenti complessivi all’USI solo 881 sono ticinesi.

Oggi l’Università, con le sue competenze, con il suo ruolo, con l’importante esperienza acquisita in questi anni, può davvero diventare la locomotiva dello sviluppo futuro, essere più moderna, vivace, flessibile e legata alla nuova pelle del Ticino che muta rapidamente. Senza dimenticare, come ha dichiarato al Corriere del Ticino Fabio Merlini, direttore della sede della Svizzera italiana della Scuola universitaria federale per la formazione professionale, che è importante coniugare in un unico percorso formativo due fattori: certamente quello legato ai bisogni del mercato, ma anche quello più ampio di offrire agli studenti solide basi culturali.

Il nuovo rettore avrà dunque un ruolo importante. Dovrà - con l’aiuto della politica e dell’economia - contribuire a riallineare domanda e offerta di lavoro, altrimenti si continuerà ad assistere da una parte alla «fuga dei cervelli» (certo, dettata anche dal fattore salariale) e dall’altra a un aumento ancora più marcato di frontalieri. E a quel punto, se non si interverrà, nessuno potrà poi lamentarsi.