Società

«Non si sentiva il bisogno che la Svizzera aderisse alle sanzioni contro la Russia»

Il giornalista Marco Travaglio in vista del suo spettacolo di domani a Lugano interviene sulla scelta di Berna in risposta all’invasione di Mosca dell’Ucraina
Marco Travaglio è giornalista, scrittore e direttore de Il Fatto Quotidiano. ©Facebook
Andrea Bertagni
Andrea Bertagni
30.03.2025 09:00

Marco Travaglio non ha mai avuto peli sulla lingua e non li ha nemmeno quando, sollecitato dal giornalista, gli si chiede dell’adesione della Svizzera alle sanzioni contro la Russia, applicate da Berna così come gli altri Paesi dell’Unione europea (UE) in risposta all’invasione di Mosca dell’Ucraina. «Francamente non si sentiva il bisogno che anche la Svizzera aderisse alle sanzioni. Avrebbe potuto mantenersi anche in questo caso neutrale e giocare un ruolo nel promovimento della pace. Purtroppo l’anno scorso ha invece ospitato dei negoziati demenziali nei quali si parlava della guerra tra Russia e Ucraina senza invitare la Russia ma neppure la Cina, e adesso ne paghiamo il contrappasso».

Quale sia il contrappasso, il giornalista e direttore de Il Fatto quotidiano, lo spiega subito. «La pena del contrappasso sono dei negoziati dove Trump decide che non ci deve essere l’Europa e che l’Ucraina prende quello che gli viene dato. Mentre la Svizzera ha una fortuna storica, quella di essere sempre stata neutrale e quindi di essersi sempre potuta porre come intermediario, come sede di negoziati super partes. Invece così le trattative di pace si svolgono in un postaccio come l’Arabia Saudita, un Paese che ha un regime orrendo, al posto di essere in Svizzera che paga la scelta di aver aderito alle sanzioni contro la Russia». Ma Travaglio non si ferma. Va ancora più in là. «Oggi, se ci si ferma un attimo a pensare, ci rendiamo conto di aver regalato la parola negoziato di pace a Orban, a Trump, a Bin Salman, a Erdogan e a Xi Jinping. È una cosa allucinante. Ecco perché penso che anche la Svizzera abbia perso una grande occasione per ospitare in un posto onorevole un negoziato importante e storico come quello di cui sto parlando».

Parole nette, quelle di Travaglio. Che confermano uno stile, il suo, appunto. Uno stile che l’opinionista e saggista porterà anche domani sul palco a Lugano con lo spettacolo «I migliori danni della nostra vita». Uno spettacolo «che racconta gli ultimi 15 anni di storia politica italiana con gli elettori che chiedono continuamente cambiamenti e si fidano delle persone sbagliate che lo promettono e poi lo tradiscono come è successo con Matteo Renzi, Matteo Salvini e Giorgia Meloni. Gli unici governi che hanno cambiato veramente un sacco di cose in pochissimo tempo e che per questo sono stati buttati giù tutti e due da manovre di palazzo con il risultato di frustrare le speranze delle persone e di indurle all’astensione sono stati il Conte I e il Conte II».

Frustrazione e astensionismo. Sono questi, secondo Travaglio, gli effetti subiti dagli italiani negli ultimi 15 anni a livello politico. «Perché se tu dici ai cittadini che il loro voto non vale niente, che può essere ribaltato con un colpo di mano ed essere demolito da restaurazioni feroci come quelle dei governi tecnici Monti del 2011 e Draghi del 2021, a quel punto la gente, almeno quella che non ha l’obbligo di andare a votare per contraccambiare favori o per comprarsi favori futuri, sta a casa. Ma se viene a mancare il voto libero e rimane soltanto il voto controllato, il sistema di potere ha raggiunto il suo scopo: l’astensione programmata».

«I miracoli a volte accadono»

Uno scenario poco ottimista, quello del giornalista. Ma anche uno scenario che non sembra lasciare vie d’uscita. «Non sono d’accordo, la via d’uscita ovviamente è sempre quella di un'informazione che sia da stimolo, da sprone al cambiamento. Un’informazione capace di denunciare le imposture di chi prende i voti per cambiare le cose e poi quando va al potere fa politiche di restaurazione. Ma soprattutto una via di uscita è quella di andare a votare in massa. La più grande illusione che si è diffusa è che stando a casa gliela facciamo pagare, ma in realtà no, non è così. È andando a votare che gliela facciamo pagare. Quando è andato a votare un gran numero di persone che non ci andavano - continua Travaglio - sono infatti successi dei miracoli. Mi riferisco alla la vittoria di un movimento senza soldi e senza fedi, come il Movimento 5 Stelle nel 2013 e nel 2018 o anche alla vittoria della Lega come partito antisistema che arrivò addirittura al 18% nel 2018 quando i 5 Stelle arrivarono al 33%: assistemmo a due partiti antisistema che insieme superarono il 50% dei voti, un fatto epocale. Non a caso quel governo è stato il governo più di cambiamento che abbia mai avuto l’Italia. In 6 mesi hanno fatto il reddito di cittadinanza, il decreto Madia contro il precariato, lo Spazzacorrotti, il taglio dei parlamentari, il taglio dei vitalizi. Cose che non si erano mai viste. Queste sorprese che mandano in cortocircuito il sistema accadono quando va a votare chi è libero di votare e non quando vanno a votare soltanto le clientele che non vogliono cambiare niente, come succede soprattutto alle amministrative».

Andare a votare in massa chi promette cambiamenti e poi li mantiene davvero. È insomma questa una delle ricette proposte dal giornalista per cercare di eleggere un governo diverso in Italia. Non sempre però c’è chi si candida con queste prerogative... «Però è successo con il Movimento 5 Stelle e con la Lega prima maniera, quella di Bossi che ha permesso a Mani Pulite di scatenarsi. Se non ci fosse stata quella Lega, Di Pietro e il pool di magistrati di Milano li avrebbero trasferiti in Barbagia nel giro di tre settimane e quindi non li avrebbero lasciati manco toccare Craxi e tutti gli altri. Questi momenti rivoluzionari derivano sempre dal fatto che la gente vota in maniera spiazzante, vota per il cambiamento. Poi, certo quando vedi Bossi che fa il cane di compagnia di Berlusconi ti cadono le braccia e perdi la speranza. La stessa cosa è stata indotta nell’elettorato quando dopo aver visto dei governi che facevano buone cose, come i governi Conte, li hanno buttati giù ed è arrivato il peggior restauratore che si potesse immaginare, cioè Mario Draghi tra l’altro con un bilancio totalmente fallimentare. È chiaro che poi sei portato ad astenerti. Invece bisogna tornare a votare in massa, perché solo in quel modo si rende la vita difficile a chi vuole restaurare, non vuole cambiare niente».

«Spero nella storia, per quello la racconto»

Sarà anche così, ma non è un po’ il destino di tutte le rivoluzioni quello di diventare qualcosa di diverso rispetto a quello che si era immaginato? «No, il primo governo Conte aveva una carica innovativa che non si è mai più vista, quelli non si può dire che abbiano tradito, quelli hanno fatto le cose, poi li hanno buttati giù e sono arrivati gli altri e li hanno cancellati. Però è vero che Berlusconi non ha fatto la rivoluzione liberale ma solo i suoi interessi, Renzi ha vinto le primarie come rottamatore, ma poi è diventato il peggiore restauratore. Salvini doveva spaccare tutto e poi è diventato un trombettiere del ponte sullo stretto di Messina e altre assurdità. Schlein che vince le primarie del PD per buttare fuori i cacicchi e i capibastone e diventa prigioniera dei cacicchi e dei capibastoni. Meloni che diceva la pacchia in Europa è finita e poi va a braccetto con Von der Leyen...». E cambiare il sistema dall’interno è possibile in Italia? Ancora il giornalista. «È possibile a patto di insistere, abbandonando questa tendenza stramba che abbiamo noi, molto social, di votare per mode, proviamo questo, proviamo quello. Ecco perché spero sempre che si faccia tesoro della storia più recente, questa è la ragione per cui la racconto, anche a Lugano».

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