Levatrice condannata per pratiche illecite opera ancora a Campione d'Italia

Una questione di moralità
La condanna di una levatrice ad un anno e mezzo di carcere per pratiche illecite richiama l’attenzione delle autorità sul ripetersi di casi consimili, la maggior parte dei quali sfuggono alle sanzioni della giustizia e che molte volte sono aggravati nelle loro conseguenze dalla imperizia o dalla negligenza da parte delle persone che prestano, non per senso di umanità ma per lucro, la loro opera.
Mentre si stava giudicando una levatrice (nota di 100 anni dopo: nell’edizione del 1. aprile 1925 il «Corriere del Ticino» riferì che a Lugano la levatrice Guidobono era stata condannata a un anno e mezzo di carcere per procurato aborto in un processo che vide inoltre condannati tali Ida Fumagalli a due mesi e Alberto Serandrei a un mese; le pene di questi ultimi nella sentenza vennero sospese con la condizionale), l’autorità doveva occuparsi del caso di un’altra levatrice, costei non più residente a Lugano perchè espulsa dopo una condanna dal Cantone Ticino, la quale nel vicino Comune di Campione continuerebbe da parecchio tempo, indisturbata, le pratiche per le quali era stata a Lugano condannata ed espulsa. Ci consta che una vittima di questa levatrice ha fatto ampia confessione, onde l’autorità nostra, impotente a perseguire direttamente la donna, che trovandosi sul territorio italiano di Campione era fuori della giurisdizione svizzera, interessò l’autorità giudiziaria italiana, la quale venne minuziosamente informata dei fatti, e messa in condizione di avere nelle mani tutte le testimonianze.
Ora, da fonte che riteniamo ineccepibile quantunque non ufficiale, godendo di speciali protezioni, è riuscita a restare indisturbata anche dopo le denuncie mosse a suo carico, denuncie, abbiamo detto, non basate su voci ma su fatti positivi, accertati. Crediamo che autorità cantonali abbiano intenzione di fare pratiche in più alta sede per ottenere che la levatrice in questione venga allontanata da Campione.
L’inchiesta sul fatto di Carabbia
La Maria Pietrasanta, arrestata ieri l’altro sotto accusa di infanticidio, continua a mantenersi risolutamente negativa, pur avendo ammesso di essersi trovata incinta. Essa, tuttavia, spiega il fatto asserendo che si tratta di un aborto provocato dalle fatiche della lavorazione dei campi. Ad un’altra confessione si è lasciata trascinare la donna, ammettendo di avere avuto una relazione collo zio del marito Domenico Pietrasanta, mentre invece costui, quantunque sottoposto a stringenti interrogatorî, nega ostinatamente ogni imputazione. Anche un’altra parente dell’arrestata venne tradotta al Penitenziere (quello di Lugano, nota di 100 anni dopo), mentre il lavoro della polizia continua perchè completa luce sia fatta sulla brutta faccenda.
Clicca qui per l'edizione completa del Corriere del Ticino del 2 aprile 1925 disponibile nell'Archivio Storico del CdT.