L'intervista

«Che cosa c'è nella testa di Sabbatini? Provo a dirvelo io»

Lucio Bizzini ha vissuto due vite: la prima, come calciatore fra le altre del Servette e della nazionale svizzera e, poi, la seconda come psicologo e psicoterapeuta
Lucio Bizzini, a destra, con la fascia di capitano della nazionale svizzera. © KEYSTONE
Marcello Pelizzari
01.06.2024 19:00

I ricordi di Lucio Bizzini, a distanza di anni, per sua stessa ammissione sono meno vividi. E, di riflesso, meno intensi. «Può capitare – dice – che io tenda a mischiare partite o stagioni, a confondermi. Succede, quando ti costruisci una vita intera lontano dal calcio». È così, in effetti. Bizzini, classe 1948, al termine di una carriera importante come difensore – Giubiasco, Chênois, Servette e Losanna le sue tappe, per tacere della nazionale svizzera – ha giocato e sta giocando una sorta di secondo tempo come psicologo. Dottore in psicologia e psicoterapeuta, nonché membro fondatore dell’Associazione Svizzera di Psicoterapia Cognitiva, il 75.enne ha metaforicamente indossato, una volta ancora, le scarpette. E disputato assieme a noi la finale di Coppa Svizzera fra il «suo» Servette e il Lugano.

Cominciamo proprio dal Servette, la squadra che la vide protagonista fra il 1975 e il 1982 e con cui vinse un titolo svizzero nonché due edizioni della Coppa. Che effetto le fa rivedere i granata in finale?
«Storicamente, è vero che il Servette ha spesso avuto anni se non decenni meravigliosi e periodi più bui e complicati, complici alcuni cambiamenti a livello di dirigenza. Ora, beh, questa proprietà ha gettato le basi per qualcosa di solido. Penso, fra le altre cose, al settore giovanile. Molti protagonisti del calcio elvetico, oggi, hanno mosso i loro primi passi proprio con i ginevrini. Per cui, ecco, viste simili premesse non mi sorprende che il Servette sia tornato a giocarsi una finale del genere».

Il peso della storia, di questa storia, potrebbe schiacciare i ginevrini? Lei, ad esempio, le sentiva le finali?
«Senza scomodare il Sion di turno, è chiaro che la Coppa Svizzera, un po’ come la FA Cup in Inghilterra, vanta una forte, fortissima tradizione. Una squadra può trascinarsi appresso un’intera città o un intero cantone. Il nostro è uno dei pochi Paesi in cui la Coppa è parificata al campionato. Venendo al mio vissuto e a come sentivo io questo tipo di partite, c’era sicuramente una dimensione particolare: partivamo alcuni giorni prima, in ritiro sul Lago di Thun, per preparare al meglio l’evento».

Che ricordi le restano, a distanza di anni?
«Può sembrare strano, ma a un certo punto questi ricordi, quelli tipicamente sportivi diciamo, si sono sovrapposti l’uno sull’altro. Ho l’impressione, guardandomi indietro, di aver perso un po’ il filo della verità. Sì, tendo a mischiare partite e stagioni. Chi ha segnato quando, cose così. Credo sia normale visto che, dopo il calcio, mi sono costruito una seconda vita».

Seconda vita che lei ha costruito grazie al calcio.
«Sì. Proprio perché facevo parte di una generazione in cui era possibile, ancora, costruirsi un’identità professionale e lavorativa durante il corso di una carriera sportiva. Tant’è che, a livello universitario, sono arrivato a ottenere pure un Dottorato. Per questo, tornando ai ricordi, mi è difficile ogni tanto ripescare il Bizzini calciatore. In fondo, la mia vita dopo il pallone è diventata un’altra. Probabilmente, se oggi giocassi a calcio ad alti livelli e fossi il capitano della nazionale penserei solo e soltanto a quello. O non avrei tempo per costruirmi un dopo. C’è questa esclusività del calcio che, ai miei tempi, non esisteva. E che, magari, ti porta a rimanere ancora dentro ai ricordi di giocatore a fine carriera».

A proposito di fine carriera, o quasi: ha seguito il caso Jonathan Sabbatini a Lugano?
«Sì, certo. Dirò di più: anche a me capitò una faccenda simile. A sei mesi circa dalla fine del campionato i dirigenti del Servette vennero da me e da altri due senatori. Ci dissero che non avrebbero rinnovato i nostri contratti perché era necessario fare spazio ai giovani. Io, a quel punto, mi guardai in giro e mi sistemai a Losanna, trovando perfino una soluzione economica più vantaggiosa. Il pubblico ginevrino, all’epoca, protestò e non poco per i nostri addii. Un po’ come hanno fatto i tifosi del Lugano ora con il loro capitano. Non c’era ancora Internet, ma anche per il sottoscritto fu organizzata una raccolta firme. Può sembrare paradossale, ma capii di dover partire proprio quando il pubblico mi implorò di restare. Era arrivato il mio momento».

Da un lato, è logico che la dirigenza pensi al futuro considerando l’età di Sabbatini. Dall’altro, lo stesso Sabbatini ha fornito sin qui prestazioni eccezionali e, insomma, ha dimostrato di meritare il rinnovo sul campo

Lei, quindi, come legge questa lotta intestina fra giocatore e società?
«Da un lato, è logico che la dirigenza pensi al futuro considerando l’età di Sabbatini. Dall’altro, lo stesso Sabbatini ha fornito sin qui prestazioni eccezionali e, insomma, ha dimostrato di meritare il rinnovo sul campo. Gran parte del pubblico, ora come ora, non comprende le logiche aziendali dietro al possibile addio del capitano. Io, invece, le posso capire. Anche se, onestamente, mi rincresce pensare a un Lugano senza la sua figura più importante».

Proviamo a entrare nella testa di Sabbatini…
«Ha davanti a sé una decisione epocale, oserei dire. Decidere di andare altrove, via dalla sua Lugano, per uno o due anni di carriera vera o, in alternativa, accettare la proposta del club bianconero. Proposta che, di fatto, porrebbe fine al suo essere giocatore ad alti livelli».

Ne risentirà, di tutto questo, in finale?
«No, penso piuttosto che il Sabbatini visto e ammirato negli ultimi mesi saprà tirar fuori le energie necessarie per guidare la squadra. Io, per dire, dopo aver parlato con i dirigenti disputai le mie partite migliori con il Servette. Croci-Torti potrà contare su di lui. Anzi, fossi nel Crus lo inserirei fra i titolari».

Piccola parentesi, visto che abbiamo parlato molto di Servette: tiferà per i granata all’ultimo atto?
«Non sarò a Berna, innanzitutto. Di più, pur avendo mantenuto un forte legame con il Servette con il passare degli anni sono diventato tifoso anche di molte altre squadre. Quelle, nello specifico, in cui allenavano o allenano miei amici».

Ci sta dicendo che è amico di Croci-Torti?
«No, mi piace ma credo addirittura di non averlo nemmeno mai incrociato. È un tipo in gamba, sta facendo un lavoro stupendo. Ma ecco, non posso dire che sia mio amico. Non ancora, almeno. Tornando alle questioni di tifo, ho un fratello che è tifoso sfegatato bianconero per cui potrebbe partire qualche sfottò pensando al mio passato granata. Però, davvero, sono felice che il Lugano sia in finale. Che vinca il migliore».

Abbiamo parlato di Croci-Torti, ma quanto deve essere psicologo un allenatore?
«Molto. Un allenatore non deve lavorare solo sul fisico, ma anche sulla testa. Mi riferisco al cosiddetto mentale. Preparare una squadra per una finale come questa significa anche lavorare sui pregi e sui difetti dei giocatori. Per questo mi immagino che Sabbatini sarà nell’undici di partenza».