L'intervista

Ivan Ergic, dal Basilea a Marx: «Il calcio, oggi, predilige l'epica alla lirica»

È stato uno dei calciatori più talentuosi ed eleganti sbarcati nel massimo campionato svizzero - Oggi, l'ex centrocampista renano è un poeta e sceneggiatore teatrale che non teme di denunciare le distorsioni del mondo del pallone
Ivan Ergic, 44 anni, ha vestito la maglia del Basilea dal 2000 al 2009, vincendo quattro titoli svizzeri. ©KEYSTONE/GEORGIOS KEFALAS
Massimo Solari
05.04.2025 06:00

Estate del 2000. Poco meno di 25 anni fa. Il Basilea, che detiene il 50% del cartellino del giocatore, si fa girare dalla Juventus Ivan Ergic. Il club e i suoi tifosi non lo sanno ancora, ma hanno appena abbracciato uno degli elementi più talentuosi – un calciatore totale, sì – nella storia del massimo campionato svizzero. Ergic, però, non è solo grazia e sostanza con il pallone fra i piedi. È un essere umano, con le sue debolezze e una crescente sensazione d’inadeguatezza e rigetto verso il mondo che lo sta rendendo celebre. Uno sportivo di alto livello che non ha paura di parlare di fantasmi, facendosi ispirare – per denunciare il business del pallone e sondare i meccanismi della società moderna – dagli scritti di Karl Marx. Oggi l’ex centrocampista renano è filosofo, poeta e sceneggiatore teatrale.

Signor Ergic, sono oramai passati 25 anni dal suo arrivo in Svizzera. Con quali sentimenti ricorda l’approdo al Basilea, all’alba della stagione 2000-2001?
«Mi accasai al Basilea in prestito dalla Juve e con appiccicata addosso l’etichetta di “grande talento”. Tradotto: la pressione sul sottoscritto fu subito enorme. Adattarmi non risultò semplice, anche perché l’allenatore - almeno inizialmente - contava poco su di me. Dopo l’infortunio di un compagno di squadra, ebbi però l’opportunità di giocare e di mostrare le mie capacità. All’epoca, i dirigenti stavano plasmando una visione a lungo termine per il club e, di riflesso, venne formata una rosa molto interessante. Il mio inserimento coincise con questo periodo, il che rappresentò una fortuna».

Quella squadra riscrisse la storia del calcio elvetico e brillò anche in Europa. C’è una partita in particolare o un momento dell’esperienza al St. Jakob che custodisce gelosamente?
«La doppietta campionato-Coppa Svizzera al termine della stagione 2001-02. Ci regalammo e regalammo ai tifosi - che lo attendevano da tanto tempo - un duplice trionfo dal sapore speciale. In quelle settimane mi resi conto di quanto fosse importante l’FC Basilea per l’intera regione e di quanto lo sarebbe diventato per me successivamente. Poi, certo, fu fantastica anche la prima esperienza in Champions League. Di quell’avventura serbo molti bei ricordi, ma solitamente le persone che incontro non mancano mai di riportare a galla le due reti che siglai contro il Valencia. Più in generale, credo che quel gruppo aprì un varco a favore delle nuove generazioni di giocatori del Basilea. Il tutto spezzando il complesso d’inferiorità verso i grandi club europei».

Eppure non apprezzava i metodi dell’allenatore Christian Gross. Per quale ragione?
«Le nostre filosofie di calcio e di vita sono totalmente opposte. Ogni volta che criticavo il nostro modo di giocare sui media, per esempio dicendo che ci mancava la Spielkultur, od ogni volta che cercavo di cambiare la decisione dell’arbitro a fronte di un rigore fischiato ma inesistente, sapevo che il giorno dopo mi sarei dovuto spiegare e giustificare nel suo ufficio. Per me il gioco corretto e piacevole contava quanto la vittoria, e in particolare la vittoria da ottenere a tutti i costi. Inoltre, ho sempre pensato che il Basilea e i nostri tifosi meritassero qualcosa di più della semplice riproduzione di titoli. Ovvio, sono anche realista; eravamo pagati per vincere. Tuttavia mi sono sempre chiesto perché non si potessero unire entrambe le cose, a maggior ragione essendo la migliore squadra del Paese. Detto ciò, e nonostante la chiara differenza di vedute, lungo i nove anni in cui ho militato per il club, con Gross riuscimmo in un modo o nell’altro ad avere un rapporto discreto e ad avere successo».

La mia depressione? Mi ha dato il coraggio di uscire allo scoperto in un ambiente che reputo darwinista

A Basilea non fu costretto a combattere solo con la rigidità del tecnico, ma anche con una profonda depressione. Non ebbe però paura di mettersi a nudo pubblicamente, denunciando al contempo le distorsioni del mondo del pallone che le avevano favorite. È stato un pioniere?
«Non so se sono stato un pioniere, ma ho avvertito l’esigenza di parlare apertamente delle cose che stavano accadendo. Il motivo? I ragazzi che vogliono giocare a calcio e i loro genitori dovrebbero conoscere l’intero quadro della situazione. Per quanto possa apparire strano, questo sviluppo del mio carattere non sarebbe avvenuto se non avessi sofferto di depressione. Attraversare una simile crisi, infatti, mi ha consegnato una consapevolezza totalmente nuova e il coraggio di uscire allo scoperto in un ambiente che ritengo darwinista. Non solo: la depressione mi ha permesso di trovare la mia vera identità. Durante la malattia, volevo lasciare il calcio, ma il mio psichiatra di allora, il professor Müller-Spahn, mi convinse a non farlo, riconoscendo quanto amassi questo sport malgrado tutto. Le difficoltà, comunque, non mancarono. Col tempo venni riconosciuto come un “filosofo”, un giocatore che non si sottraeva alla critica, e - va da sé - non parliamo di atteggiamenti particolarmente apprezzati in ambito calcistico. Anche per questa ragione non c’erano club disposti ad acquistarmi dopo che il Basilea non rinnovò più il mio contratto».

Lei è stato anche uno dei rari giocatori della selezione serba – con cui disputò il Mondiale del 2006, prima di farsi da parte – a distanziarsi dai sentimenti nazionalistici che la pervadevano e continuano a pervaderla. A quasi vent’anni di distanza, e la Svizzera come avversario ne sa qualcosa, queste dinamiche resistono, vero?
«Non si trattava solo dello pseudonazionalismo folkloristico, ma di molte altre cose. Quando si parla della nazionale serba in quanto tale, ci si scontra con una narrazione a più livelli. Per esempio: come può qualcosa che è così commercializzato, come gli Europei o i Mondiali, avere a che fare con l’amore per il proprio Paese? No, qui in gioco è una sorta di mercificazione del patriottismo, e a non capirlo sono proprio molti nazionalisti. Ma se mi chiedete dell’intera querelle tra Serbia e Svizzera, beh, penso che si tratti di un’idiozia, e che a trarne profitto sono unicamente i media che fomentano l’animosità. Oltre ai politici regionali che sfruttano i sentimenti nazionalistici, dato che non hanno nient’altro da offrire al loro popolo. L’aspetto positivo è che in occasione dell’ultima sfida di Nations League giocata in Serbia non c’è stato nemmeno un incidente. Giocatori e tifosi ne hanno abbastanza».

Di recente Serbia e Albania hanno annunciato l’organizzazione congiunta dell’Europeo U21 in agenda nel 2027. Dove finiscono le buone intenzioni e inizia la strumentalizzazione dell’evento?
«Nei Balcani esistono alleanze corruttive, che politicamente possono sembrare paradossali e traditrici. La verità è che il nostro presidente controlla anche la nostra Federcalcio. Sta realizzando progetti megalomani che andranno a beneficio suo e dei suoi compari, come il nuovo stadio nazionale. E in quest’ottica va percepito e valutato anche un evento come l’Euro insieme all’Albania».

L’industria calcistica ha bisogno di giocatori intellettualmente immunizzati

Oggi che considerazione ha del calcio ad alto livello? Quando scopre il montepremi del prossimo Mondiale per club della FIFA, per esempio, che cosa prova?
«Il calcio si sta allontanando sempre di più dalla gente. È sempre più globalizzato e spettacolarizzato. Per tacere dei nuovi mercati, come l’Asia, la penisola arabica, gli Stati Uniti. Ma non bisogna dimenticare che i processi in questione sono iniziati in Europa; ecco perché i fan tradizionali non hanno il diritto di lamentarsi, soprattutto per quanto riguarda l’espansione del pallone in Arabia Saudita. Al contrario, ora capiscono che cosa hanno provato Sud America, Africa, i Balcani, quando hanno visto i loro giocatori accettare le offerte dei club europei. In molte aree del mondo, poi, è evidente come il calcio costituisca uno strumento politico, e non mi riferisco solo al fenomeno dello sportwashing. Come attore principale, il calciatore non ha idea - o quasi - delle implicazioni economiche e politiche a cui contribuisce. Ed è per questo che l’intera industria calcistica ha bisogno di calciatori intellettualmente immunizzati, e però anche di creare idoli e figure da ammirare. Paradossale. Mi sono sempre chiesto come si possa essere derisi per la propria ottusità e mancanza di eloquenza e allo stesso tempo fungere da esempio».

Una volta terminata la carriera, ha studiato filosofia e ha pure abbracciato la poesia. Che cosa direbbero i grandi filosofi del calcio moderno? E che cosa rimane di poetico sui rettangoli verdi?
«In realtà ho studiato da autodidatta anche durante la mia carriera, scrivendo pure articoli di giornale e sviluppando la sensibilità necessaria per analizzare determinati processi. Perciò mi sono già chiesto, e a più riprese, che cosa avrebbero sostenuto i filosofi del calcio. Marx lo avrebbe osservato nella sua struttura di classe, evidenziandone la deriva in termini d’intrattenimento commercializzato. Si sarebbe dunque interrogato su quello che una volta era uno strumento di coscienza di classe, con la maggior parte dei giocatori accomunati dallo stesso background, e poi sulla realtà attuale, fatta di gladiatori strapagati. Già ai miei tempi, ho avuto difficoltà a identificarmi con il calcio proposto, quindi è facile intuire il mio pensiero circa il modello attuale. Il gioco stesso è diventato meno creativo e più scientifico e atletico. Nel calcio moderno, e lo amo ripetere, l’epica prevale oramai sulla lirica».

Parlavamo della Serbia. Come vive e come giudica i tumulti che stanno accendendo Belgrado e le proteste nei confronti del presidente Aleksandar Vucic?
«Vucic è il massimo esponente di una “stabilocrazia” (ndr. un regime che presenta notevoli carenze in termini di governance democratica, ma gode di legittimità esterna offrendo una presunta stabilità). Un dispotico che si propone come uno dei leader chiave della regione. La protesta in atto è molto originale, in quanto avviata dagli studenti, sulla scia delle rivolte scoppiate nel Sessantotto e senza che all’origine dei tumulti vi sia un partito politico. La Serbia di Vucic è un’autocrazia corrotta e le nuove generazioni, ora, dicono basta. La speranza, dunque, è che a lungo termine queste azioni portino a un cambiamento sostanziale, un cambiamento di coscienza politica, e non a un semplice cambio di regime».

Tutto nasce dal disastro alla stazione di Novi Sad. In un suo post su Instagram aveva apprezzato il gesto dell’FC Lugano, che lo scorso autunno aveva posato una corona di fiori in memoria delle vittime di quella tragedia.
«Sì, è stato un gesto semplice e al contempo nobile, in un momento in cui tutto il Paese era in lutto. La gente ha apprezzato molto, e sono sicuro che l’FC Lugano ha dei nuovi tifosi in Serbia. Questo dimostra come il calcio, in certe situazioni, abbia ancora la facoltà e il potere di dimenticare per un attimo la competizione, elevandosi al di sopra di se stesso e mettendosi al servizio dell’umanità tra le persone».

Conobbi Georg Heitz quando era ancora un giornalista: nei primi mesi difficili fu tra i pochi a difendermi

E a proposito del Lugano. A Basilea ebbe modo di lavorare con Georg Heitz, all’epoca direttore sportivo del club e oggi membro del CdA bianconero. Che rapporto avevate?
«In realtà Georg entrò a fare parte della società solo nella parte conclusiva della mia avventura. Ma lo ricordo bene come giornalista sportivo, all’alba del mio percorso al Basilea. Durante la mia prima stagione, quando giocavo poco e la stampa iniziò a parlare di “trasferimento flop”, Heitz è stato fra i pochi a sostenermi. Sì, ha sempre creduto in me. E una volta, se non sbaglio, gli dissi di non averlo dimenticato».

Domani pomeriggio Basilea e Lugano si affrontano al St. Jakob-Park, in una sfida che potrebbe valere molto nella lotta al titolo. Segue ancora il campionato svizzero e le imprese della sua ex squadra?
«Anche se vado raramente allo stadio, ovviamente non ho perso di vista i renani. Quest’anno il campionato è molto combattuto, il che è positivo per il torneo stesso. Sarebbe fantastico per il Basilea se finalmente vincessimo il titolo. D’altra parte, se osservo la situazione societaria più a fondo, noto come negli ultimi anni sia venuta a mancare la classe fuori dal campo. Insomma, penso che il club necessiti di un po’ di stile a livello di comunicazione e immagine. Riuscirci nei periodi di successo è facile, ma la dignità si dimostra quando si fallisce. Dalla scorsa stagione, ad ogni modo, le cose sono migliorate. E faccio un esempio: in precedenza, nelle lounge del St. Jakob in cui venivo di tanto in tanto invitato, vedevo più agenti che ex giocatori; ora è stata creata una sezione dedicata alle vecchie glorie, dove possiamo incontrarci e riunirci. E, a mio avviso, è proprio questo che fa la differenza tra un’azienda e un club calcistico con una storia».

Ivan Ergic nasce il 21 gennaio del 1981 a Sebenico, nell’allora ex Jugoslavia. Dopo essere fuggito con la famiglia in Australia, complice il conflitto nei Balcani, diventa un professionista al Perth Glory. Nell’estate del 2000 è acquistato in comproprietà da Juventus e Basilea, e ai renani viene subito girato in prestito. Con i rossoblù contabilizza 282 presenze, vincendo quattro campionati, tre volte la Coppa Svizzera e disputando in due occasioni la Champions League. Nel 2004, alla luce di una profonda depressione, viene ricoverato per quattro mesi in una clinica psichiatrica. Nel 2006 disputa i Mondiali con la Serbia, mentre dal 2009 al 2011 - una volta conclusa l’avventura al St. Jakob - gioca in Turchia per il Bursaspor, con cui a sorpresa vince pure il titolo nazionale. Si ritira nell’estate del 2011, a soli 30 anni. Forte di studi in filosofia, oggi Ivan Ergic si occupa di poesia e teatro. A settembre ha portato in scena la sua prima pièce teatrale, allo «ZKM Theater» di Zagabria. Il tema? I giovani e il calcio, ovviamente.