Calcio

Il silenzio sul treno del ritorno, per la seconda volta

Per tre volte l'urlo di gioia strozzato dai rigori sbagliati: rimane solo la delusione e lo sconforto dei tifosi - Il racconto di un viaggio surreale
Mattia Sacchi
02.06.2024 23:30

Senza arrosticini all’andata. Senza Coppa al ritorno. La sensazione di vuoto è forte nel treno speciale dei tifosi del Lugano, che per il secondo anno consecutivo rientrano in Ticino con il gusto amaro della sconfitta. Stavolta il rammarico è ancora più grande, con l’urlo di vittoria per tre volte pronto a fuoriuscire dai 12 mila sostenitori bianconeri e per tre volte strozzato in gola, rotto dai rigori sbagliati da Sabbatini, Steffen e Hajdari. «Tutto questo è estenuante, non ce la faccio più», commenta sconsolato un tifoso dopo l’errore del difensore bianconero.

Più che una tragedia greca, una sequela di emozioni così caotica e surreale da essere degna di un film di Emir Kusturica. Un regista a cui piace alternare musiche balcaniche a improvvisi silenzi. Come quello che scoppia al momento del secondo rigore, quello fatale, di Lukas Mai. Un silenzio assordante, che pervade la curva del Lugano e sembra quasi in grado di fermare il tempo, anche per quei secondi di attesa nella speranza che l’arbitro potesse far ribattere il rigore, esattamente come accaduto a Nishimura pochi minuti prima. Secondi in cui l’intero popolo bianconero appare immobile, forse in apnea. Ma nessuna seconda chance: si torna a respirare. E si può cominciare a piangere.

Programmando la festa

Sono le lacrime di chi, al mattino, era convinto di realizzare l’impresa. Durante il viaggio di andata, un gruppo di ragazzi si stava già organizzando per il rientro. Non da Berna, bensì da Lugano, alla fine della festa per la vittoria, che secondo i loro piani sarebbe dovuta durare tutta la notte: i cinque avevano concordato per aspettare il primo treno del giorno dopo, saltando la scuola. Abbiamo rincontrato uno di loro a fine partita, sulla strada verso la stazione: visto l’incedere, l’impressione e che marcherà comunque assenza, avendo probabilmente affogato la sua delusione con lo stesso quantitativo di birre che avrebbe consumato durante l’intera festa.

C’era insomma la sensazione che il treno per Berna conducesse a un ineluttabile e glorioso destino. Come se, dopo la sconfitta dello scorso anno, gli dèi del calcio avessero un conto da saldare con il Lugano. Per quanto i tifosi riconoscessero nel Servette una squadra pericolosa, era chiaro a tutti che fosse il momento dei bianconeri. Si sprecavano i pronostici, sul risultato e sull’uomo partita. Ironia della sorte, in molti hanno indicato Sabbatini. Hanno avuto ragione, anche se per i motivi sbagliati. Il rigore della vittoria, alla sua ultima partita: sembrava la perfetta congiuntura astrale, degna di quello che il capitano ha rappresentato per i bianconeri. Ma i capricciosi dèi a cui i tifosi si sono affidati hanno voluto che fosse proprio l’eroe a fallire. Eroi che sono amati anche per le loro cadute, per il loro mostrarsi umani. Infatti, più che la rabbia per l’errore o per la sconfitta, a prevalere è il dispiacere che a sbagliare sia stato proprio il «Sabba». «Quando ho visto il suo tiro finire sopra la traversa, ho capito che avremmo perso – racconta singhiozzando una signora -. Non doveva finire così».

Una mistica che i tifosi hanno vissuto anche appena scesi dal treno: camminando verso il Wankdorf si poteva scorgere un albero al quale era stata attaccata una foto con il volto di Mattia Croci-Torti. I tifosi in transito la toccavano, come si fa con le reliquie religiose. In fondo il senso di affidamento al Crus è palese.

La sfida sugli spalti

Al termine del primo tempo c’era soddisfazione: non per la prestazione, bensì per la convinzione che il mister avrebbe cambiato l’inerzia della partita. «Vedrai come striglia i suoi nello spogliatoio: se non siamo passati in svantaggio nei primi 45 minuti, in cui abbiamo fatto schifo, ora con la carica che darà non la perdiamo più», ha commentato un tifoso di lunga data. In effetti la squadra è entrata in campo più convinta, così come più convinti si sono fatti i cori della curva. Se nel primo tempo l’applausometro poteva essere a favore dei tifosi del Servette, che non hanno smesso di cantare un istante, a partire dal secondo l’impatto sonoro dei bianconeri è stato impressionante. E questo rende ancora più dicotomico l’epilogo della giornata, con le facce scure e le bocche chiuse di chi si prepara ad affrontare il lungo e mesto viaggio di ritorno. Poca voglia di parlare, a parte un signore che sorride: «Sono venuto nel 2016, nel 2023 e oggi. L’unica finale a cui non ho assistito è quella che abbiamo vinto». Un ragazzo lo fulmina con lo sguardo. Non vorremmo essere scortesi, ma suggeriamo al tifoso una vacanza alla prossima finale.