Tennis

Jakub Mensik è a capo di una fila ben nutrita

Il classe 2005, che ha sconfitto Novak Djokovic in finale a Miami, ha serie ambizioni future - Sinner e Alcaraz devono badare a diversi altri giovani pronti a spiccare il volo, Joao Fonseca su tutti - I giocatori nati nel nuovo secolo stanno approfittando del buco generazionale dei loro predecessori
© Reuters/Robert Bell
Alex Isenburg
02.04.2025 06:00

akub Mensik è il nuovo che avanza. Non l’unico, per la verità, ma è colui che si è messo maggiormente in luce ultimamente, grazie al prestigioso successo colto in quel di Miami. La finale contro il suo idolo di sempre, Novak Djokovic, ha avuto un certo retrogusto simbolico: da una parte il giovane ceco ambiva al primo successo nel circuito ATP, dall’altra il serbo mirava allo storico titolo numero 100. Sarebbe diventato il più anziano di sempre ad imporsi in un Masters 1000, Nole, battendo il record stabilito da Roger Federer, campione, proprio in Florida, nel 2019 a 37 anni e 7 mesi. Così, tuttavia, non è stato e a festeggiare è stato il 19.enne, che è diventato il 9. vincitore più precoce in un torneo di questa categoria. Anzi, il 5., considerando le molteplici presenze, in questa classifica, di quel prodigio che fu Rafael Nadal e delle due volte in cui nella lista figura il nome di Carlos Alcaraz.

Più fortunato di Berdych

È stato un trionfo con i fiocchi, quello di Mensik, giunto al termine di un evento disputato in maniera pressoché impeccabile. Il risultato finale non è frutto del caso, bensì di un cammino irto di ostacoli superati con estrema, e per certi versi sorprendente, disinvoltura. Da parte sua ci si attendeva, prima o poi, un successo di questa portata. Forse, però, non già adesso e non in questo modo. Prima di infrangere, all’ultimo atto, i sogni di gloria del serbo, il classe 2005 aveva sconfitto nomi di assoluto prestigio, quali Draper, Fils e Fritz. E lo ha fatto in bello stile, mettendo in mostra tutte le sue qualità, in primis il servizio. In battuta, infatti, è stato devastante: sono stati 111, in tutto, gli ace distribuiti nel corso del torneo, un record per quanto riguarda i Masters 1000 tenutisi nel 21. secolo. La straordinaria efficacia della sua prima gli ha permesso, inoltre, di accaparrarsi tutti e 7 i tie-break disputati. Compresi, tra l’altro, i due che sono valsi il doppio 7-6 contro Djokovic, uno che, è quasi superfluo ricordarlo, nei momenti decisivi solitamente dà il meglio di sé. Le capacità tecniche di Mensik - brillante soprattutto sul lato sinistro, quello del rovescio – sono ben spalleggiate da una mobilità atletica invidiabile, visti i suoi 193 cm di altezza, e da un solido approccio mentale. Il bilancio negli ultimi 11 scontri contro i top 10 – che recita 8 vittorie al fronte di soli 3 k.o. – ne è fedele testimonianza.

La florida scuola ceca - che può vantare anche dei talenti, meno sfavillanti ma comunque considerevoli, di Machac e Lehecka – ha dunque istruito un altro tennista destinato a grandi cose. L’ultimo, in ordine di tempo, era stato Tomas Berdych che proprio 20 anni or sono vinse il suo primo Masters 1000 sulla rapida superficie di Parigi-Bercy. In maniera inattesa, quel traguardo coincise anche con il suo ultimo sigillo di tale portata. La causa, in sostanza, furono i tempi contraddistinti da una dovizia di fuoriclasse difficilmente replicabili. Per molti anni, Berdych è stato ingenerosamente canzonato per la sua incapacità di prevalere sul gotha del tennis nei grandi appuntamenti. Poi, di fronte allo scenario moderno, si è compreso appieno l’arduo compito al quale era confrontato, il che ha portato l’opinione pubblica a rivalutarne l’immagine. Il suo connazionale, invece, sembra indirizzato verso il primo di molti successi – come lui stesso si è augurato, scrivendo «first of many» sulla telecamera al termine della finale – questo perché Mensik gode di una concorrenza decisamente meno spietata.

Un’altra rivalità in vista

Attualmente, insomma, sembra esserci maggior spazio di inserimento per i giovani, che ne stanno approfittando per farsi largo a suon di spallate. Grazie al loro straordinario talento, Sinner e Alcaraz sono stati i primi esempi dell’avanzare della nuova gioventù, ma qualcosa di importante si sta muovendo anche attorno a loro. Non c’è da stupirsi, allora, che sin qui i tre tornei più importanti in stagione siano stati vinti da giocatori nati dal 2001 in avanti. Dopo l’acuto del numero uno al mondo nell’unica apparizione stagionale – quella in terra australiana – è stato il suo coetaneo Jack Draper, a Indian Wells, a suggellare la prima tappa del «Sunshine Double». Il britannico, a partire dagli ultimi mesi del 2024 – ossia da quando la sua tenuta fisica si è resa vieppiù affidabile – ha scalato il ranking ATP, tanto che dal prossimo lunedì sarà il numero 6. Oltre a lui, poi, ci sono altri tennisti – vedi Holger Rune; Ben Shelton; Arthur Fils; Lorenzo Musetti – già a ridosso delle prime posizioni ma che sembrano essere dotati di ulteriori margini di miglioramento.

Più attardato in classifica - ma neanche di molto, è il 59. al mondo - c’è il fenomeno Joao Fonseca, che anche a Miami ha fatto parlare di sé. Dopo l’esordio positivo al cospetto di Learner Tien - classe 2005 come Mensik e anch’egli atteso a grandi risultati in futuro – Fonseca ha sconfitto in maniera convincente Humbert prima di arrendersi, al termine di tre parziali combattuti e di buon livello, contro il ben più esperto de Minaur. Anche il brasiliano - come la stragrande maggioranza dei «volti nuovi» sin qui menzionati – si è illustrato al grande pubblico sul palcoscenico delle Next Gen Finals, la competizione di fine anno dedicata ai migliori prospetti del globo. Per lui – nato nel 2006 ed esponente più precoce dell’intera top 100 mondiale – si stagliano grandi traguardi e una serie di sfide avvincenti con lo stesso Mensik. Già, poiché, inevitabilmente, gli appassionati hanno iniziato a paragonarli. Le rivalità, d’altra parte, fanno da sempre parte dello sport - tanto più nelle discipline individuali - e chissà, allora, che non ne possa nascere un’altra affascinante.

Avanzata imperterrita

Ce lo si agura, ne gioverebbe il tennis. Pur tarpando le ali dei giocatori a loro contemporanei, come il citato Berdych, la favolosa triade - Federer, Nadal e Djokovic – ha regalato spettacolo, soffocando però anche le speranze della generazione seguente. Anche per propri demeriti, i tennisti nati negli anni ’90 hanno raccolto poco, troppo poco. Dopo le lezioni subite dagli illustri predecessori, in quello che doveva essere il loro momento, sono in seguito prepotentemente giunti Sinner e Alcaraz. I due campioni sono ancora agli inizi delle proprie carriere, che si preannunciano gloriose, ma avversari come il duo Mensik-Fonseca sono a dir poco ben accetti. E, non da ultimo, va considerato che altri, dalle retrovie, attendono di fare sfoggio delle proprie qualità. Sempre in Florida, da wildcard, l’italiano Federico Cinà ha fatto intravedere le sue potenzialità note da tempo; mentre in Francia determinate attese sono già riposte sulla promessa Moise Kouamé, che ha recentemente compiuto 16 anni. La gioventù, insomma, avanza imperterrita.

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