Dazi, il dialogo contro la scure

Nessuna contromisura. Piuttosto, dialogo e diplomazia. All’indomani della stangata decisa dall’amministrazione Trump nei confronti della Svizzera – colpita con tariffe del 31% – il Consiglio federale ha fatto chiarezza sui passi che intende intraprendere: «Eventuali contromisure contro gli aumenti tariffari statunitensi comporterebbero costi per l’economia svizzera, in particolare rendendo più onerose le importazioni dagli USA», ha spiegato la presidente della Confederazione, Karin Keller-Sutter, durante una conferenza stampa straordinaria convocata oggi a Berna. «Per il momento, il Governo non prevede alcuna contromisura».
Date e termini
Il Consiglio federale ha preso atto dei dazi doganali di ampia portata annunciati dagli USA, ha esordito Keller-Sutter. A partire dal 5 aprile, gli Stati Uniti applicheranno dazi del 10% su tutte le importazioni provenienti da tutti gli Stati, seguiti da dazi supplementari per una sessantina di Paesi, a partire da 9 aprile. «Complessivamente per la Svizzera i dazi ammontano a circa il 31- 32%», ha chiarito Keller-Sutter. Alcuni prodotti, come i farmaci e l’oro, saranno esentati, il che è positivo considerando che rappresentano oltre la metà delle esportazioni svizzere verso gli USA, ha precisato dal canto suo il «ministro» dell’economia Guy Parmelin. Tuttavia, settori chiave come l’orologeria e altri beni di lusso saranno colpiti duramente.
«Un calcolo meccanico»
Pur affermando la piena disponibilità al dialogo, il Consiglio federale non ha risparmiato critiche nei confronti dell’amministrazione USA, a cominciare dal calcolo impiegato per stabilire l’entità della tariffa doganale. «È un calcolo puramente meccanico che il Governo capisce solo in parte», ha ammesso Keller-Sutter, deplorando la scelta americana di allontanarsi dai principi del libero mercato e di un commercio basato su regole chiare. «Analizzeremo nel dettaglio le conseguenze per la Svizzera, ma non crediamo che un’escalation sia nell’interesse del nostro Paese e dell’economia globale».
Le relazioni con Bruxelles
Al contempo, la presidente della Confederazione ha precisato che il Consiglio federale rimarrà in stretto contatto con l’Unione Europea, il principale partner economico: «Per il momento l’UE non ha segnalato l’intenzione di adottare contromisure che potrebbero ripercuotersi a sua volta sulla Svizzera». Un concetto ribadito in due occasioni da Keller-Sutter in risposta alle preoccupazioni sollevate a più riprese dall’economia nei giorni precedenti l’annuncio di Trump. «Resteremo in contatto con Bruxelles per ogni eventuale sviluppo». Keller-Sutter ha poi annunciato che il Consiglio federale ha incaricato il Dipartimento federale dell’economia (DEFR) di avviare i preparativi per una possibile soluzione con gli Stati Uniti, oltre ad aver incaricato la Segreteria di Stato dell’economia (SECO) di analizzare in dettaglio le ripercussioni e, quindi, di proporre misure adeguate a seconda dell’impatto sulla Svizzera.
Il confronto non tiene
Tornando sull’entità dei dazi applicati alle merci svizzere, il Consiglio federale non ha mancato di esprimere una certa sorpresa: «Si tratta di una percentuale molto elevata», ha commentato Parmelin comparando la tariffa applicata all’Unione Europea (20%) e al Regno Unito (10%). «Oro e prodotti farmaceutici saranno esentati, così come acciaio e automobili, che invece sottostanno a dazi settoriali», ha precisato il capo del Dipartimento federale dell’economia, bollando le misure USA come «ingiustificate». «Il 99% di tutti i beni provenienti dagli Stati Uniti può essere infatti importato in Svizzera in esenzione doganale», ha ricordato Parmelin. La Svizzera ha infatti abolito tutti i dazi industriali dal 1. gennaio 2024. Pertanto, ha spiegato ancora Parmelin, «l’eccedenza del nostro Paese nell’esportazione di beni verso gli USA non è riconducibile a pratiche commerciali sleali». Un dettaglio che, evidentemente, l’amministrazione Trump non ha ritenuto di dover considerare, limitandosi a introdurre tariffe con l’unico scopo di riequilibrare la bilancia commerciale: «Il modo in cui è stata calcolata la tariffa del 31% riguarda solamente una percentuale estremamente ridotta di merci», ha aggiunto Parmelin, criticando i calcoli «troppo matematici» degli Stati Uniti.
Parmelin ha quindi ricordato l’importanza della Svizzera nell’economia americana: «Siamo il sesto Paese per investimenti diretti, e le imprese elvetiche hanno creato quasi mezzo milione di posti di lavoro nel Paese». Parmelin ha ribadito che la Confederazione è in dialogo costante con le autorità commerciali USA e che farà di tutto per ridurre gli effetti negativi dei dazi. Al riguardo Parmelin ha ricordato che insieme alla presidente della Confederazione ha in programma una visita negli Stati Uniti dal 20 al 23 aprile. «L’Amministrazione federale è già in contatto con le autorità statunitensi e lo resterà fino ad allora». Washington ha dichiarato di essere aperta ad accordi con i Paesi interessati dai dazi per ridurre l’onere dei tributi doganali. Resta da vedere se sarà possibile trovare un terreno comune, ha dichiarato Parmelin.
«Non sarà recessione»
Per quanto resiliente, l’economia svizzera sarà impattata dalle decisioni americane, ha infine commentato il direttore del DEFR. Nelle sue precedenti previsioni congiunturali, il gruppo di esperti della Confederazione prevedeva per il 2025 e il 2026 una crescita dell’economia svizzera inferiore alla media. «Con i dazi annunciati dal Governo USA aumenta la possibilità che la congiuntura si sviluppi in modo più debole di quanto previsto. Tuttavia, la Svizzera non entrerà in recessione», ha detto Parmelin. Il quale non ha nascosto che l’onere per i settori toccati dai dazi – ossia l’industria meccanica, l’orologeria, i prodotti alimentari (zucchero, formaggio, cioccolato, caffè tostato) oltre ai prodotti agricoli e chimici – sarà «molto pesante».
«Ora occorre accelerare su altri accordi di libero scambio»
Stupore, incomprensione e sdegno. Non si sono fatte attendere le reazioni delle principali associazioni economiche elvetiche di fronte all’annuncio di Donald Trump. Economiesuisse, Swissmem e USAM hanno unanimemente chiesto al Consiglio federale una reazione rapida nei confronti degli Stati Uniti. «Da un punto di vista economico, non ci sono ragioni comprensibili per le barriere doganali decise da Washington», ha commentato Economiesuisse. «La Confederazione persegue da anni una politica commerciale aperta e ha abolito unilateralmente le tariffe sui prodotti industriali». Di qui, appunto, lo «stupore» per una decisione definita anche da USAM «incomprensibile». Lamentarsi però è inutile, ha commentato il presidente Fabio Regazzi: «L’amministrazione federale faccia i compiti per ridurre al minimo i danni economici previsti».
La bilancia commerciale
I cosiddetti «dazi reciproci» imposti da Trump sono in realtà il risultato di un calcolo basato sulla bilancia commerciale, con l’obiettivo di ridurre eventuali deficit a sfavore degli Stati Uniti. Per quanto Berna non applichi, se non in maniera molto limitata, barriere all’ingresso per i prodotti USA, la bilancia commerciale tra i due Paesi è estremamente favorevole alla Svizzera. Nel 2024, il Governo USA ha dichiarato un deficit commerciale (la differenza tra beni importati ed esportati) di 38,5 miliardi di dollari negli scambi di merce con la Confederazione. I beni importati dalla Svizzera ammontano a 63,4 miliardi di dollari. La formula applicata dall’amministrazione USA prevede quindi che si divida la prima cifra con il secondo dato: 38,5 miliardi diviso 63,4 miliardi. Il risultato è 0,607, ovvero, arrotondato, il 61% che Trump cita nella sua tabella e che poi divide per 2 «perché siamo (gli USA, ndr) buoni». Secondo il direttore della Camera di commercio Luca Albertoni, si tratta quindi «di una formula fantasiosa».
PMI e grandi gruppi
Secondo quanto appreso oggi i settori maggiormente colpiti saranno l’orologeria, i beni di lusso e l’industria tecnologica, con la produzione di macchinari di precisione, mentre il farmaceutico – che rappresenta 35 miliardi di franchi di export verso gli USA, pari al 55% delle esportazioni svizzere verso questo mercato – sarà in gran parte risparmiato grazie all’esenzione di molti prodotti. In generale – concordano gli analisti – a essere maggiormente colpite saranno le Piccole e medie imprese (PMI), che non avendo stabilimenti negli Stati Uniti non potranno evitare i dazi. Il rischio di perdere quote di mercato per le PMI è quindi rilevante. Al contrario, i grandi gruppi con produzione negli Stati Uniti potrebbero persino beneficiare di un aumento dei prezzi.
«Cinque assi di intervento»
Secondo Regazzi, occorre quindi agire su 5 assi: intensificare la diplomazia commerciale con l’amministrazione Trump, evitare contromisure, accelerare nuovi accordi di libero scambio, chiarire rapidamente le relazioni economiche con l’UE e aumentare la produttività riducendo burocrazia e regolamenti per le PMI. Simili le richieste formulate da Swissmem all’indirizzo del Governo. «In questo contesto, diventa ancora più cruciale diversificare i mercati di riferimento, puntando non solo sull’UE, ma anche su India, Sud America, Sud-Est asiatico e Cina». Per affrontare la situazione, l’associazione chiede al Consiglio federale un’azione su due fronti: da un lato, avviare un dialogo con gli USA per ridurre l’impatto delle tariffe; dall’altro, accelerare la firma di nuovi accordi di libero scambio. «In questo scenario, gli accordi bilaterali III tra Berna e Bruxelles assumono un’importanza strategica ancora maggiore». Sul piano interno, inoltre, il Governo è chiamato a sostenere le imprese con misure concrete, come l’estensione del lavoro ridotto fino a 24 mesi. Inoltre, Swissmem sollecita una riduzione degli oneri burocratici e finanziari sulle aziende, citando come esempio negativo l’ordinanza sul CO2 approvata mercoledì dal Consiglio federale.