Mercati

Altro che «Liberation», per le Borse (e il dollaro) è «Trepidation Day»

Crollano i principali listini mondiali e il dollaro - Fuga verso euro e franco svizzero - A Wall Street «bruciati» duemila miliardi di dollari di capitalizzazione
© DPA/Arne Dedert
Dimitri Loringett
03.04.2025 21:30

Più che di «liberazione», quella di oggi per i mercati finanziari è stata una giornata di «trepidazione». Chi pensava infatti che le Borse avessero già «scontato» nelle ultime settimane i possibili effetti delle politiche commerciali statunitensi si è dovuto ricredere. E di molto. Il segno meno e il color rosso sono infatti prevalsi sui listini azionari di tutto il mondo, a partire da Oriente dove l’indice Nikkei di Tokyo ha ceduto il 2,77% e lo Hang Seng di Hong Kong l’1,52%. Dello stesso tenore le piazze europee: lo SMI svizzero ha lasciato sul terreno il 2,45%, l’Euro STOXX 50 il 3,61% e il FTSE 100 di Londra l’1,55%. Peggio di tutti ha fatto però Wall Street, con il super-indice S&P 500 che è scivolato del 4,84% e quello tecnologico Nasdaq 100 del 5,41%, facendo «bruciare» oltre duemila miliardi di dollari di valore (capitalizzazione di mercato). In forte calo pure il petrolio, sia il WTI (-6,90% a 66,75 dollari/barile), sia il Brent (-6,7% a 69,95 dollari/barile), così come il Bitcoin, sceso quasi del 6% poco sopra quota 82 mila dollari.

A innervosire gli investitori sono state soprattutto le modalità della mossa della Casa Bianca, che ha deciso le misure tariffarie sulla base di calcoli relativamente grossolani e in tempi molto brevi, senza tenere adeguatamente conto quindi del potenziale impatto negativo dei dazi sulla crescita statunitense e mondiale. Nervosismo che si è tradotto in accresciuta incertezza: il VIX Index, l’«indice della paura» che misura la volatilità dei titoli di Wall Street, è infatti balzato del 35%, a quota 29,40.

E, come negli giorni scorsi, proprio la paura ha spinto gli investitori a cercare porti relativamente sicuri, come l’oro, che in mattinata ha raggiunto l’ennesimo livello record a 3.167 dollari l’oncia, oppure i titoli di Stato, in particolare quelli americani: oggi i rendimenti dei Treasury sono infatti crollati (per l’effetto inverso del rialzo delle quotazioni), con il decennale che è sceso ai minimi di 6 mesi attorno al 4%. «Ma il percorso a medio termine dei Treasury è molto più incerto a causa delle pressioni al rialzo sui prezzi che dovrebbero seguire l’implementazione dei dazi», avverte Daniel Murray, Deputy CIO & Global Head of Research di EFG Asset Management. «Come si è visto nel 2022 e nel 2023 - aggiunge - quando si trovano a dover scegliere tra la lotta all’inflazione e il sostegno all’economia, i banchieri centrali danno maggior peso alla prima, almeno nel breve periodo, nel timore che se l’inflazione si radica le conseguenze a lungo termine siano ancora più dolorose».

Non è da escludere, quindi, un aumento dei tassi d’interesse di riferimento, verosimilmente su entrambe le sponde dell’Atlantico, Svizzera inclusa. I dazi «metteranno alla prova i risultati della politica monetaria», ha affermato infatti Joachim Nagel, presidente della Bundesbank e membro del Consiglio direttivo della Banca centrale europea (BCE), aggiungendo che la BCE, che prenderà la sua prossima decisione politica il 17 aprile, «dovrà rivalutare la situazione».

Dollaro in caduta libera

L’unica nota «positiva», almeno per l’amministrazione Trump che l’ha spesso auspicata, è la caduta verticale del dollaro che, misurato dal «Dollar Index» è scivolato ai minimi raggiunti lo scorso ottobre, rischiando di registrare il maggior calo in un solo giorno dal 2023. A trarre vantaggio dell’ulteriore indebolimento del greenback (da inizio anno si è deprezzato di oltre il 6%) è stato soprattutto l’euro, che è salito fino a quota 1,1144, vicino ai livelli dello scorso autunno. Ma anche il franco svizzero: questa sera un dollaro costava «appena» 86 centesimi di franco, contro gli 87-88 degli scorsi giorni.

In una nota diffusa nel pomeriggio, gli analisti dei mercati Forex di EFG sostengono che l’euro potrebbe continuare a rafforzarsi, ma a prescindere dagli effetti dei dazi americani: gli annunciati piani dell’UE e della Germania per maxi investimenti nelle infrastrutture e nella difesa dovrebbero infatti sostenere la crescita nel Vecchio Continente. Di riflesso, un euro forte significa meno pressione sul franco svizzero: oggi il cambio euro-franco è rimasto stabile sopra quota 0,95, calando però in serata attorno a 0,9475.

Strategia «esagerata»

«È il peggior scenario possibile, più di quanto si potesse prevedere, al punto tale che non sembra neppure vero», afferma Mario Cribari, partner e responsabile della strategia di investimento di BlueStar Investment Managers a Lugano, convinto sempre più che le misure annunciate dalla Casa Bianca mercoledì «fanno parte di una strategia, quella di “esagerare” in una prima fase. Il “poi” invece è ancora tutto da vedere, potrebbe esserci la negoziazione. Ad ogni modo, per l’Europa questa situazione rappresenta un’enorme opportunità e potrebbe voler magari guardare di più a Oriente».

Ma per altri analisti, come Michaël Nizard di Edmond de Rothschild Asset Management a Parigi, ci potrebbe essere la volontà di Trump di attuare il famoso «Mar-a-Lago Accord», basato sulle teorie del consigliere, Stephen Miran. Il piano mira, in estrema sintesi, a indebolire i partner commerciali degli USA, a ripensare il sistema monetario internazionale e a ottenere un dollaro debole. «Sebbene il progetto sia ancora poco comunicato, è abbastanza manifesto e consolidato da non poterlo ignorare», scrive Nizard in una nota.