Venerdì nero in Borsa: ora è «panico»

Se la giornata di giovedì era di «trepidazione», quella di oggi per i mercati finanziari è stata, detto senza giri di parole, di panico. Per la seconda seduta consecutiva si è assistito infatti a massicce vendite di titoli azionari su tutti i listini, partendo da Oriente (Tokyo -2,75%, il minimo da 8 mesi), proseguendo dall’Europa, con la Borsa di Zurigo che «conquista» la maglia nera (-5,14%, peggior giornata da marzo 2020), seguita da Londra che ha ceduto il 4,95%, mentre il super indice pan-europeo STOXX 600 è scivolato del 5,01%. A completare il quadro Wall Street, dove gli indici S&P 500 e Nasdaq 100 cedono oltre il 4%. Una buona misura del «panico» è dato dall’«indice della paura» VIX, schizzato fin oltre quota 45, il valore massimo dallo scoppio della pandemia a inizio 2020.
In forte calo ancora il dollaro USA, questa volta in favore del franco svizzero, contro il quale ha toccato il livello minimo di 84,77 centesimi, il più basso da sei mesi. La «fuga» verso il franco svizzero è confermata anche dalla sua quotazione contro la valuta europea: per un euro si è potuto pagare fino a un minimo di 93,63 centesimi di franco.
Fra le ragioni per il «sell-off» sui mercati finanziari vi è, da una parte, la Cina che ha annunciato di voler imporre dazi aggiuntivi del 34% sui prodotti statunitensi e controlli sulle esportazioni di sette «articoli correlati alle terre rare» - una notizia che lascia presagire un inasprimento delle tensioni commerciali fra le prime due economie del mondo, con probabili ripercussioni sul piano globale (leggasi: accresciuto rischio di un rallentamento congiunturale). Dall’altra, sono continuate le vendite di titoli azionari di singoli settori, come quelli energetico e automotive. Ma soprattutto quello bancario: in Europa, l’indice STOXX Europe 600 Banks è arrivato a cedere oltre il 10%, con titoli quali l’italiana Unicredit in ribasso di oltre l’11%, o la svizzera UBS di oltre l’8% (che ha chiuso a 23,26 franchi, pari a un calo del -5,25%).
Gli investitori sono preoccupati per il rischio di un rallentamento economico, se non addirittura di una recessione - termine per altro già evocato dal segretario al Tesoro USA Scott Bessent - che, tra le altre cose, ridurrebbe la domanda di prestiti da parte delle banche e porterebbe a un aumento delle insolvenze. Non solo: il rallentamento dell’economia, negli USA come nel mondo, aumenta la pressione sulle banche centrali per intervenire con riduzioni dei tassi d’interesse. Tassi più bassi, per le banche, significano anche contrazione dei margini d’interesse netti, quindi risultati in calo.