I concerti: sempre più cari e ostaggio degli speculatori

«La musica è un linguaggio universale che esprime l’essenza del mondo», sosteneva Schopenhauer. E come il mondo, aggiungiamo noi, anche la musica sta attraversando un momento complicato. La crisi ormai irreversibile dell’industria discografica che ha quasi azzerato le vendite dei suoi prodotti, l’esplosione incontrollata dello streaming e i suoi perversi effetti (l’esempio forse più emblematico è il fatto che nel 2024 il CEO di Spotify ha guadagnato più di quanto dalla sua piattaforma hanno ricavato assieme i dieci artisti più «cliccati»), le difficoltà in cui versa il settore classico che sta in piedi prevalentemente grazie a sovvenzioni pubbliche sempre più risicate e, soprattutto, le mille contraddizioni in cui versa il settore «pop» rendono l’andamento delle cose nell’universo delle sette note difficile da decifrare.
Prendiamo, ad esempio, il settore dei concerti e dei grandi festival «open air» in cui si assiste a fenomeni diametralmente opposti: da un lato con eventi in grado di far registrare numeri pazzeschi, come il festival vodese Paléo di Nyon che la scorsa settimana, nonostante prezzi non certo popolari, ha venduto 200.000 biglietti in soli 21 minuti; dall’altro con rassegne come la bellinzonese Castle On Air che nonostante abbia alle spalle anni di successi ha alzato bandiera bianca in quanto confrontata con un aumento delle pretese artistiche definito dai suoi promotori «insostenibile». Lo stesso aumento che quest’anno ha spinto gli organizzatori di Estival Jazz a Lugano a una mossa rivoluzionaria: inserire un biglietto a pagamento per chi volesse seguire, seduto, i concerti in piazza della Riforma. Il tutto in un contesto in cui l’accesso alla musica «live» ha raggiunto, per il pubblico, costi a dir poco proibitivi che raggiungono le folli cifre di 3-4.000 franchi per i «golden ring» (gli accessi esclusivi a ridosso del palco) delle grandi popstar mondiali.
Costi più alti? «No, c’è altro»
«Ascoltare musica dal vivo è molto più costoso rispetto al passato», ci confida il responsabile milanese di una casa discografica che preferisce mantenere l’anonimato. «E questo a causa di un sostanziale mutamento delle dinamiche di mercato: un tempo la maggior parte degli introiti degli artisti derivavano dalla vendita di dischi/cassette/cd e i concerti erano un elemento accessorio – tanto che superstar come Mina o Battisti vi rinunciarono senza problemi – se non addirittura effettuati per promuoverne la vendita. Oggi, al contrario, i dischi si fanno per vendere i concerti sui quali vanno caricate non solo le spese per produrli ma anche il costo di elementi che un tempo non esistevano (i videoclip, la gestione dei social media, ecc…) che qualcuno deve pur pagare. Ecco perché i costi dei concerti sono lievitati». Anche perché, aggiungiamo noi, lo standard medio degli show è cambiato: se un tempo la maggior parte degli artisti si esibiva in contesti scenici decisamente scarni, oggi anche la componente visiva si è fatta più ricca, elaborata, tecnologica, con un conseguente aumento dei costi di produzione. «Costi che comunque, a guardar bene, per il pubblico non sono così tanto aumentati, rispetto al passato», aggiunge un po’ maliziosamente il nostro interlocutore. «Un tempo se eri il fan di un cantante lo “supportavi” comperando, ad esempio, tre-quattro suoi dischi e poi andando a un suo concerto. Oggi che la musica sostanzialmente te la regala, continui a “sovvenzionarlo” con la stessa cifra attraverso il biglietto del suo concerto».
Un’enorme e artificiale bolla
Anche altri elementi hanno tuttavia contribuito a portare fuori misura i costi della musica, sostiene Gabriele Censi, titolare di quella GC Events titolare del già citato Castle On Air che dopo dieci anni e un grande successo di pubblico, ha deciso di sospendere la rassegna che potrebbe riprendere nel caso mutasse la situazione attuale. «Siamo in mezzo a una grande bolla speculativa, dietro la quale ci sono delle grosse agenzie che invece di supportare gli artisti speculano su di loro», spiega. «Soprattutto sui più giovani che appena azzeccano un pezzo giusto invece di essere aiutati a crescere artisticamente vengono sfruttati al massimo e subito dopo messi in disparte. E questo anche attraverso mezzi scorretti. Tipo organizzando per artisti emergenti dei megaeventi in luoghi per loro sovradimensionati (giganteschi palazzetti dello sport, stadi) che riempiono artificialmente regalando la maggior parte dei biglietti. Poi, sulla scorta di quella finta popolarità alimentata anche “acquistando” contatti sulle piattaforme di streaming, sfruttano il momento vendendo questi concerti a prezzi esorbitanti, salvo poi scaricare l’artista appena la sua stella inizia a brillare un po’ meno e ripetendo l’operazione con nuovi personaggi. Un trend che poi ha dei riflessi anche sugli artisti di consolidata fama i quali, vedendo personaggi senza storia e esperienza pretendere cachet astronomici, alzano a loro volta le pretese giusto per ribadire il loro status. E chi ci va di mezzo in questa folle corsa al rialzo siamo noi promoter che abbiamo visto i costi artistici più che quadruplicati. Costi che, aggiunti a dinamiche organizzative sempre più complesse (autorizzazioni, logistica, costi di allestimento…) stanno rendendo impossibile lavorare e proporre degli eventi a prezzi accettabili. Tanto più in un periodo economicamente non semplice in cui la gente è chiamata a fare delle scelte del tipo: o si va al concerto o si esce a cena».
I colossi dietro i grandi festival
Se ci sono festival e operatori che attraversano una fase di grande difficoltà, c’è anche chi di problemi non sembra averne: abbiamo citato in apertura il record di prevendite effettuato dal Paléo di Nyon ma potremmo parlare anche di altri grandi festival che vanno a gonfie vele. «Ma parliamo di situazioni e dinamiche completamente diverse», spiega Filippo Corbella, direttore artistico della Divisione Eventi e Congressi della Città di Lugano cui fanno capo buona parte delle manifestazioni estive cittadine nonché gli eventi promossi al Foce. «Dietro le grandi rassegne oggi ci sono infatti prevalentemente dei colossi organizzativo-commerciali che controllano il music-business in ogni aspetto: producono gli artisti, organizzano la promozione, gestiscono in toto le loro esibizioni controllando spesso anche le prevendite dei biglietti. Si tratta di aziende con interessi anche nei massmedia e nel campo della pubblicità con una filiera a disposizione che consente loro di generare profitti ovunque e dunque di autoalimentarsi. Ma parliamo appunto di grandissimi eventi che poco hanno a che spartire con realtà «normali». «Si tratta di manifestazioni che anche il pubblico vive in maniera diversa», gli fa eco Gabriele Censi, «non come dei normali concerti ma come degli eventi, da vivere indipendentemente da chi li anima. Ecco perché spesso capita che riescano a vendere tutti i biglietti ancor prima di annunciare chi saranno i protagonisti».
I mutamenti del pubblico
E a proposito del pubblico, come è cambiato, in generale il suo rapporto con la musica? «Internet e lo streaming lo hanno modificato completamente», spiega Filippo Corbella. «Se un tempo il contatto con un artista era limitato alle registrazioni discografiche e ai concerti, oggi lo stesso artista lo si può ascoltare gratuitamente in streaming, vedere ogni momento e in ogni situazione su YouTube e sui social media. Dunque è venuta meno quella curiosità che un tempo portava la gente a seguire un evento anche se non ne conosceva i protagonisti. Oggi uno partecipa a una manifestazione per sentire qualcosa di specificoe solo se conosce perfettamente chi vi partecipa e cosa proporrà. Ecco perché molte manifestazioni che in passato attiravano tanta gente, forti anche del fatto che spesso erano a ingresso gratuito, oggi hanno un minor appeal. Visto che gli eventi ad accesso gratuito stanno scomparendo a causa del già citato aumento dei costi e del contemporaneo calo di finanziamenti e sponsor, la gente vi partecipa solo se c’è qualcuno che conosce o apprezza: non è più disposta a scommettere su un artista o un gruppo nuovo».
Ma da questa complessa situazione come se ne esce? «A mio avviso, una svolta deve partire anzitutto dagli artisti», chiosa Gabriele Censi. «Devono cominciare loro a ribellarsi alla logica di quelle agenzie che pensano esclusivamente al business e mettono l’elemento artistico in secondo piano. E ricominciare a lavorare come in passato, quando non pensavano solo a grandi eventi con cui massimizzare al massimo il profitto, ma a situazioni nelle quali mantenere più vivo il contatto con il pubblico e dai costi più ridotti, in modo che la musica possa tornare a essere veramente per tutti: per la gente, per gli artisti e anche per noi promoter che potremmo tornare a lavorare con un po’ meno di acqua alla gola. Ma devono essere loro a fare il primo passo e, soprattutto i più giovani, gli emergenti, capire che il vero successo si costruisce in un modo differente da quello che troppo spesso viene dipinto loro».