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I dazi americani visti dal Ticino: la risposta delle imprese locali

L’impatto della politica commerciale USA sulle piccole e medie imprese del cantone e i rischi legati alla delocalizzazione - Nicola Tettamanti (Swissmechanic): «Attenzione a non spezzare le catene del valore» – La concorrenza con l’UE si fa più agguerrita
©Chiara Zocchetti
Francesco Pellegrinelli
04.04.2025 22:00

C’era una volta la resilienza svizzera. Piccola anticipazione: c’è ancora. Ma fino a quando potrà durare? Nicola Tettamanti è presidente di Swissmechanic, l’associazione delle piccole e medie imprese (PMI) dell’industria metalmeccanica svizzera, uno dei settori più toccati dai dazi americani. «Essere imprenditore oggi rappresenta una sfida complessa. Da due anni il contesto economico è sfavorevole: non a caso un terzo delle aziende dell’industria MEM svizzera è interessato dal lavoro a tempo ridotto». Tettamanti non nasconde una certa preoccupazione per il rischio di un’ondata di recessione. Da imprenditore, però, cerca il lato positivo delle cose. «Sono fiducioso che le imprese sapranno trovare nuove opportunità». Ecco la resilienza. Il bicchiere è mezzo pieno.

Delocalizzare è possibile?

Il giorno dopo la stangata è il momento della riflessione. Gli interrogativi, per le PMI, sono tanti. Cosa comporta subire dazi del 32%? È davvero possibile delocalizzare negli Stati Uniti, come auspica l’amministrazione Trump? La realtà è che, per le 1.350 aziende rappresentate da Swissmechanic, la delocalizzazione è una sfida complessa. Come spiega Tettamanti, queste imprese non dispongono di una struttura internazionale che permette di spostare parte della produzione senza colpo ferire. Non solo, però.

«Negli scorsi mesi, con la nostra azienda familiare di Mezzovico, abbiamo intrapreso un viaggio esplorativo negli Stati Uniti per valutare possibili opportunità di espansione». Gli USA, spiega, rappresentano il mercato con la crescita più dinamica negli ultimi anni, compensando in parte il rallentamento della Germania. Tuttavia, le criticità emerse sono evidenti: «La domanda esiste, ma abbiamo riscontrato una grande difficoltà nel trovare personale qualificato sul posto. Il Midwest, pur avendo un’importante tradizione industriale, soffre di una carenza di competenze specifiche». In queste condizioni, aprire uno stabilimento negli USA risulterebbe particolarmente complesso.

Swissmade? «Non è un caso»

Non è quindi un caso quindi che certi prodotti vengano realizzati proprio in Svizzera. «Abbiamo qualità e conoscenze per vendere in tutto il mondo», dice Tettamanti. La speranza è che si possa continuare a farlo anche in futuro. E non si tratta di una pia illusione, sottolinea il presidente di Swissmechanic. «Il più grande dazio – se così possiamo definirlo – che la Svizzera affronta ormai da anni sulle esportazioni è il franco forte. Nel 2008 l’euro valeva 1,68 franchi, oggi è sceso a 0,94. Il dollaro, in 15 anni, è passato da 1,20 a 0,85. La Svizzera è un Paese estremamente caro, eppure il settore dell’industria metalmeccanica è riuscito a mantenere i posti di lavoro negli ultimi vent’anni, nonostante la valuta sfavorevole. Questo è stato possibile perché puntiamo sulla qualità. La Svizzera si è specializzata nel risolvere problemi che altri Paesi non sono in grado di affrontare».

Un ragionamento che si applica anche all’industria farmaceutica, dove il settore ha sviluppato prodotti unici. Non sorprende, dunque, che gli USA abbiano evitato, almeno per il momento, di imporre dazi su questo comparto. Riassumendo: nonostante il franco forte, i prodotti svizzeri non hanno smesso di essere attrattivi.

Il differenziale con l’UE

E ora? «Di certo non è un esercizio scontato. Il franco continua a essere un bene rifugio, i costi del lavoro restano elevati e la carenza di manodopera spinge al rialzo salari e spese aziendali. Se a questo si aggiungono i dazi del 31% imposti dagli USA sulle merci provenienti dalla Svizzera – superiori di 11 punti percentuali rispetto a quelli applicati all’UE (fermi al 20%, ndr.) – il rischio di perdere clienti e commissioni diventa importante».

Bilancia e resilienza

Nel 2023, la Svizzera ha importato beni per un valore di 29,7 miliardi di franchi dagli Stati Uniti. Le esportazioni ammontavano a 56,6 miliardi, rendendo gli USA la destinazione più importante per le esportazioni di merci dalla Svizzera. Il 20% di tutto l’export svizzero è destinato agli USA. Tanto, tantissimo.

«Per settori come il lusso e l’orologeria, il posizionamento di fascia alta sul mercato offre una certa resilienza. Sebbene la domanda possa risentire dei dazi, l’impatto sarà probabilmente meno drastico rispetto ad altri settori più sensibili al prezzo», spiega Tettamanti. Il quale aggiunge: «La preoccupazione principale per le nostre aziende è che, essendo spesso al servizio di grandi gruppi, possa emergere un trend all’interno dell’Europa e della Svizzera di delocalizzare parte della produzione al fine di contrastare, almeno in parte, l’impatto delle tariffe sulle importazioni imposte dagli Stati Uniti». L’effetto per le PMI che riforniscono di componenti i grandi gruppi sarebbe deleterio: «Nel caso in cui delocalizzassero una parte della produzione, in particolare negli Stati Uniti, difficilmente verrebbero a comprare la componentistica in Svizzera». L’indotto legato alla fornitura verrebbe quindi meno. «Questa è la paura più grande. Ossia che i grandi gruppi delocalizzino, togliendo lavoro alle nostre aziende».

Calma e gesso

Delocalizzare tutto e subito Oltreoceano può quindi essere estremamente controproducente in quanto metterebbe a rischio l’intera catena del valore. In quest’ottica, Tettamanti condivide l’analisi del presidente dell’USAM, Fabio Regazzi, per il quale occorre sì reagire - intensificando per esempio i canali diplomatici - ma senza farsi male da soli.

Che fare quindi? «La Cina sta affrontando un rallentamento economico, così come la Germania, che non è più la locomotiva d’Europa. Gli Stati Uniti avevano sostituito il mercato tedesco. L’Europa, nel complesso, sta faticando, tranne che per i piani legati alla difesa», afferma Tettamanti. «Guardavamo agli Stati Uniti con grande fiducia. Ora ci troviamo a dover confidare nei negoziati che l’autorità federale deve intraprendere con il Governo USA per cercare di attenuare l’impatto dei dazi».

Produzione e organico verranno rivisiti? «Il lavoro ridotto non è un aiuto di Stato, ma un’assicurazione che tutti pagano», premette l’imprenditore. «Occorre quindi appoggiarsi a questo strumento per garantire il mantenimento dei posti di lavoro. Chiediamo quindi che questa misura venga prolungata a 24 mesi. La diminuzione dell’organico è l’ultima ratio che un’azienda mette in atto quando non ha più prospettive. Prevediamo un ulteriore scossone da qui all’estate. Ma la vera incognita è capire quanto i mercati puniranno questa politica e quanto i consumatori americani saranno toccati. Nel caso in cui l’UE dovesse reagire, la stagflazione potrebbe essere dietro l’angolo».

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