Il futuro è ancora nelle nostre mani, ma bisogna agire in fretta

Un centinaio di anni fa mia nonna si recava a scuola d’inverno portando della legna per alimentare la stufa che dava un po’ di tepore all’aula. E così facevano tutti i suoi compagni. Da allora tante cose sono cambiate, non solo a scuola: viviamo in case comode e riscaldate; i mezzi di trasporto spostano rapidi merci e persone da un punto all’altro del globo; i processi produttivi ci mettono a disposizione cibi, medicinali, vestiti e elettrodomestici neanche immaginati dai nostri nonni. Tutto ciò è stato possibile sia grazie a innumerevoli ricerche in campo tecnico-scientifico, sia alla disponibilità di combustibili adatti . Perché senza energia nulla più funziona nella nostra società: non potremmo né scaldare, né raffreddare le nostre case; fine dei viaggi di studio o di shopping, d’affari o di vacanza; nessuna illuminazione negli ospedali; i telefonini tacerebbero. Dalla rivoluzione industriale, per produrre energia abbiamo fatto un uso intenso dei combustibili fossili perché molto versatili, ce li possiamo portare appresso e quando bruciano forniscono tantissima energia. È questo il segreto del loro successo. Però, che ci piaccia o no, ogni combustione di carbone, petrolio o gas naturale produce emissioni di anidride carbonica (CO₂). Così è la natura, non possiamo farci niente. Ma per vivere abbiamo bisogno di energia. Se la prendiamo dai combustibili fossili, emettiamo. Viviamo, dunque emettiamo.
Un effetto noto sin dall’Ottocento
Joseph Fourier, Svante Arrhenius, John Tyndall e Eunice Foote sono quattro scienziati che nell’Ottocento studiarono i meccanismi che regolano gli scambi di energia nell’atmosfera. Ricerca dopo ricerca, semplicemente applicando basilari leggi della fisica, la comunità scientifica capì già allora che l’anidride carbonica, benché presente in minima parte nell’aria (è circa lo 0,04 % del volume), gioca un ruolo decisivo nel determinare la temperatura dell’atmosfera. Più le concentrazioni di CO₂ sono elevate e più la temperatura dell’atmosfera vicino al suolo aumenta. Questo effetto, chiamato effetto serra, non è dunque una scoperta recente. È noto da più di 100 anni. A quell’epoca non si disponevano ancora dei raffinati strumenti moderni in grado di misurare con precisione sia la temperatura dell’aria, sia le concentrazioni di anidride carbonica nell’atmosfera. Oggi disponiamo di questi strumenti e il risultato delle loro misure è chiaro. La concentrazione di CO₂ è aumentata dai 280 ppm preindustriali ai più di 400 ppm attuali (1 ppm indica che su 1 milione di molecole presenti nell’aria, 1 è di anidride carbonica). La temperatura annuale media è aumentata, sempre nel medesimo periodo, di circa 1 °C a livello globale e di circa 2 °C in Svizzera. Entrambi i trend non sembrano volersi fermare. In più di 150 anni le conoscenze climatologiche si sono evolute. Ora comprendiamo molto meglio le interazioni presenti nell’atmosfera, rispetto alla grossolana conoscenza di allora. Ciò nonostante il ragionamento di base fatto più di 100 anni fa è tuttora valido: aumentando la concentrazione di anidride carbonica, si incide sul bilancio energetico dell’atmosfera provocandone il suo riscaldamento. L’anidride carbonica non è l’unico gas ad avere questa proprietà. Vi sono altri gas ad effetto serra, ma essa è quella che riveste il ruolo principale. In questi anni sono state numerose le teorie formulate per spiegare il riscaldamento globale in atto. Ma l’unica che attualmente è in grado di spiegarlo in modo soddisfacente, nelle sue diverse sfaccettature, è ancora solo quella che fa riferimento all’effetto serra indotto dai gas emessi dall’uomo.
Ora tocca a noi
Una volta nell’atmosfera l’anidride carbonica vi rimane a lungo, nell’ordine di centinaia di anni. In altre parole abbiamo ancora fra noi buona parte della CO₂ emessa dai nostri nonni e i nostri nipoti convivranno con quella che noi attualmente emettiamo. Nelle simulazioni del clima del futuro questo tempo di permanenza è uno dei numerosi fattori considerati. I risultati dei modelli mostrano il clima che dobbiamo attenderci nei prossimi 50-100 anni, in funzione dei quantitativi di gas ad effetto serra che saranno emessi. Per la Svizzera lo studio più completo a disposizione sono gli scenari climatici CH2018 pubblicati lo scorso anno dal National Center per Climate Services, l’organo della Confederazione che coordina lo sviluppo dei servizi climatici. Il quadro che emerge è chiaro: ci attendono temperature in ulteriore rialzo in tutte le stagioni, estati più asciutte, precipitazioni più intense e inverni più poveri di neve rispetto a oggi. Dagli scenari climatici CH2018 emerge come il clima futuro sia oggi nelle nostre mani. Infatti, l’ampiezza dei cambiamenti dipenderà da quanto gas ad effetto serra emetteremo nei prossimi anni. Ad esempio, senza provvedimenti di protezione del clima verso la fine del secolo in corso le temperature estive a sud delle Alpi saliranno di circa 4,1-7,0 °C rispetto a oggi. Con provvedimenti efficaci potremo tuttavia limitare questo aumento a 0,7-2,4 °C. Proprio per il lungo tempo di permanenza della CO₂ nell’atmosfera dei cambiamenti sono oramai inevitabili e, indipendentemente dalle misure di protezione che adotteremo, li dovremo gestire. Però siamo ancora in tempo per evitare che tali cambiamenti assumano delle dimensioni ingestibili. A patto di tagliare drasticamente le emissioni di gas ad effetto serra.
Le tecnologie per limitare l’impatto
Alcuni giorni fa il Consiglio federale si è posto l’obiettivo di ottenere entro il 2050 un saldo netto delle emissioni di gas ad effetto serra pari a zero. Un obiettivo molto ambizioso, ma coerente con le indicazioni fornite dalla scienza. Per soddisfare quanto concordato a Parigi nel 2015 ed evitare un riscaldamento globale superiore a +2 °C rispetto all’epoca preindustriale è indispensabile agire su più fronti. Accanto alle misure note da tempo, come l’uso generalizzato delle fonti d’energia rinnovabili o i provvedimenti per migliorare l’efficienza energetica, sta emergendo la discussione attorno alle cosiddette tecnologie volte a estrarre l’anidride carbonica dall’atmosfera. Ad esempio, alcune sfruttano reazioni chimiche per estrarla dall’aria e pomparla poi nel sottosuolo. Altre la catturano tramite le piante che poi vengono bruciate; il CO₂ così prodotto è di nuovo stoccato nel sottosuolo. Alcune di queste innovazioni sono allo stadio di impianti pilota, altre sono un po’ più mature. Per avere un impatto sui cambiamenti climatici sarà necessario svilupparle in modo notevole e alla svelta. Esse non possono dunque sostituirsi alla riduzione immediata e massiccia delle emissioni di gas ad effetto serra. Bisogna dunque proseguire nella ricerca affinché le nuove tecnologie – se matureranno come sperato – possano arricchire il pacchetto di provvedimenti per de-carbonizzare la nostra società. Cinquant’anni fa l’uomo arrivò sulla Luna grazie ad un decennio di intense ricerche scientifiche e a innovativi sviluppi tecnologici. Uno sforzo simile è ora necessario per continuare a rimanere sulla Terra.
L'uragano Dorian non dimostra una tendenza chiara
Dall’America rimbalzano in questi giorni le notizie dell’uragano Dorian, che dopo aver toccato le Bahamas, si è diretto verso la Florida. Benché lo sviluppo di un uragano non sia da considerare un evento raro o inusuale (soprattutto in questa stagione nell’Atlantico) essi sono considerati dei fenomeni estremi, per il loro potenziale distruttivo. Come tali sorge regolarmente la domanda se i cambiamenti climatici in atto stiano avendo un effetto sul loro numero, intensità o frequenza. Impossibile rispondere semplicemente con un sì o con un no netto. In un’atmosfera gradualmente più calda vi è anche più energia a disposizione e questo potrebbe indurci a concludere che anche l’intensità degli uragani debba aumentare. Come spesso capita in meteorologia la situazione è però un po’ più complessa, quasi mai i collegamenti sono così diretti, lineari. Riferita all’Atlantico l’analisi dei dati storici mostra sì un aumento del numero di uragani negli ultimi 50 anni, ma se si vanno a consultare i dati d’archivio vecchi di più di 100 anni e si considerano adeguatamente le differenze nelle tecniche d’osservazione, questo aumento viene relativizzato. Considerando altre zone del mondo, come l’Oceano indiano e il Pacifico, si trovano (deboli) trend sia all’aumento sia alla diminuzione a seconda della regione. In altre parole per il momento non si hanno indicazioni statisticamente robuste sul lungo periodo di una variazione del numero di uragani indotta in un qualche modo dai cambiamenti climatici in atto. E riguardo alla velocità dei venti e ai quantitativi di pioggia? Anche da questo punto di vista i dati del passato non mostrano degli andamenti chiari. Guardando al futuro i modelli non sono ancora in grado di fornire informazioni dettagliate su fenomeni come gli uragani che, benché distruttivi, hanno un’estensione spaziale molto limitata. Al momento le conoscenze scientifiche non sono dunque ancora sufficienti per evidenziare con sicurezza una qualche relazione fra cambiamenti climatici e uragani. L’impatto di un uragano non è però limitato ai suoi venti e alle sue piogge. Altrettanto distruttive sono le ondate di piena, che possono far aumentare il livello del mare nelle zone costiere di diversi metri. Queste sono direttamente influenzate dal livello del mare: più esso è alto e maggiore sono i danni provocati. Il livello del mare è in aumento da diversi decenni e andrà ancora aumentando. Questa è un’indicazione scientificamente robusta. Anche se il numero degli uragani dovesse rimanere costante, chi abita sulle zone costiere farà bene a tenerne conto: il loro impatto sarà comunque vieppiù devastante. Le precedenti riflessioni non si possono generalizzare a tutti i fenomeni estremi. Ognuno va analizzato per suo conto. Per le ondate di caldo, ad esempio i dati sono molto chiari e solidi: esse stanno aumentando sia di frequenza sia d’intensità e continueranno a farlo, se continueremo a emettere gas ad effetto serra nell’atmosfera.
Da sapere
Una Serata pubblica
Di questi temi se ne parlerà al centro Stefano Franscini – Monte Verità di Ascona martedì 10 settembre a partire dalle 20.30 nell’ambito di una serata pubblica «a due voci», con Marco Gaia, responsabile di MeteoSvizzera Locarno Monti e Marco Mazzotti, professore di ingegneria dei processi presso il Politecnico federale di Zurigo. L’ingresso alla conferenza (in italiano) è libero ma è gradita la prenotazione a [email protected], telefono 091 785 40 54.
La nuova strategia
Dal 2050 la Svizzera non dovrà più emettere gas a effetto serra: il Consiglio federale ha deciso mercoledì scorso di inasprire gli obiettivi di riduzione delle emissioni (cfr. pagina 5 del CdT), viste anche le nuove conoscenze scientifiche in materia. La Svizzera è particolarmente colpita dai cambiamenti climatici poiché le temperature sul nostro territorio aumentano in misura doppia rispetto alla media mondiale, osserva il Consiglio federale. Per questo ha deciso di ridurre a 0 le emissioni nette. Il nuovo obbiettivo sarà fissato nelle prossime revisioni della legge sul CO2 e non è incluso nell’attuale revisione totale della legge che dovrebbe essere discussa agli Stati in autunno.
La classificazione
L’intensità degli uragani viene classificata tramite una scala messa a punto da due scienziati statunitensi, Herbert Saffir e Robert Simpson. La scala, denominata appunto «Saffir-Simpson», si sviluppa in cinque categorie a seconda della velocità del vento e fornisce una misura empirica dell’intensità dei danni. La classificazione va da 1 (danni minimi) a 5 (danni disastrosi, venti a oltre 252 km orari): l’uragano Dorian, ora fortunatamente declassato e dunque meno dannoso, quando ha colpito le Bahamas era di categoria massima.