Francia

Che cosa rimane, dunque, del «potere assoluto» di Marine Le Pen?

La sentenza del Tribunale penale di Parigi, inevitabilmente, rimescola le carte all'interno del Rassemblement National in vista delle presidenziali del 2027: abituata a gestire il partito come una monarchia, la leader di estrema destra ora dovrà giocoforza scegliere un sostituto
©Thibault Camus
Marcello Pelizzari
31.03.2025 14:00

Marine Le Pen, forse, ha perso la sua ultima possibilità di conquistare l’Eliseo. Le Monde, nel commentare quanto accaduto oggi a Parigi, è categorico. Riconosciuta colpevole di appropriazione indebita di fondi pubblici dal Tribunale penale della capitale, la leader di Rassemblement National è stata condannata a quattro anni – di cui due effettivi in carcere, convertibili nei domiciliari – nonché al pagamento di 100 mila euro di multa e a cinque anni di ineleggibilità con, attenzione, effetto immediato.

Che cosa dice la sentenza

Le Pen, che evidentemente ricorrerà in appello, come ha successivamente confermato il suo avvocato, ha lasciato l’aula prima di conoscere il suo destino (politico). E senza rilasciare dichiarazioni ai cronisti accorsi in massa. La giustizia, riassumendo al massimo, le ha rinfacciato di aver assunto – durante il suo periodo come eurodeputata, fra il 2014 e il 2017 – quattro assistenti fittizi che, in realtà, lavoravano per l’allora Front National. Pagati dal Parlamento Europeo, gli assistenti svolgevano compiti legati alla gestione del partito invece di dedicarsi all’attività parlamentare europea. Al di là del caso singolo, e cioè di questi quattro assistenti, il tribunale ha spiegato che Marine Le Pen è stata al centro di un sistema organizzato di appropriazione indebita di fondi dell’UE dal 2004 al 2016. In quanto presidente del partito, avrebbe avuto un ruolo centrale, se non centralissimo.

Detto di Le Pen, anche gli altri imputati sono stati condannati a pene di ineleggibilità. Il sindaco di Perpignan e vicepresidente del Rassemblement National, Louis Aliot, è stato condannato a tre anni ma senza esecuzione immediata della pena, al fine – citiamo – di «preservare la libertà degli elettori che hanno scelto il loro sindaco». Presentando ricorso, potrà quindi candidarsi per un secondo mandato nel 2026. Il partito, in quanto persona giuridica, è invece stato multato: 2 milioni di euro, di cui uno sospeso.

Dunque, che succederà adesso? Quali, dicevamo, le implicazioni politiche di questa sentenza? Se è vero che Le Pen manterrà il suo mandato come deputata per il Pas-de-Calais, è altrettanto vero che quanto annunciato dalla presidente della Corte giudicante, Bénédicte de Perthuis, pesa come un macigno sulle prospettive dell’esponente dell’estrema destra. Le Pen, come detto, potrà inoltrare ricorso e lo farà. Ma, nell’attesa, non potrà presentarsi ad alcuna elezione. Considerando la congestione dei tribunali francesi e la pesantezza di questo dossier, Le Monde ritiene che un processo d’appello potrebbe anche non tenersi da qui al 2027, l’anno delle prossime presidenziali. Di qui il piano B, ovvero riconoscere di avere le mani legate e, quindi, lasciare il posto a un candidato alternativo e, diciamo, immacolato: Jordan Bardella.

Le discussioni, a destra

Il che, si badi, potrebbe avere – paradossalmente ma nemmeno troppo – effetti positivi in vista proprio delle presidenziali: Le Pen, infatti, non esiterà a denunciare la politicizzazione della giustizia e a recitare il ruolo della vittima, allo scopo di garantire al Rassemblement National le simpatie dell’elettorato. Al grido, per dirla con Le Monde, «solo il popolo è legittimo sovrano». Le Pen, d’altro canto, già lo scorso novembre aveva tuonato: «Quello che vogliono è la mia morte politica». E ancora: «Questa non è giustizia, ma implacabilità e vendetta» aveva invece scritto Jordan Bardella in una lettera ai membri del partito, denunciando una giustizia «persecutoria» che puntava a «mettere a tacere una donna integra».

Le Pen, è lapalissiano, sfrutterà il suo mandato come deputata e l’Assemblée nationale per ribadire la sua posizione. E per continuare ad armare il Rassemblement National contro l’attuale governo a guida François Bayrou. Lo aveva detto lei stessa, alcuni giorni fa: «Il mio caso personale non avrà alcuna influenza sulla nostra capacità di difendere il popolo francese e di prendere le necessarie decisioni». Eppure, presto o tardi, più presto che tardi se preferite, Le Pen dovrà indicare la rotta da seguire in vista delle presidenziali. Anche perché a destra, fra le altre formazioni, c’è chi vorrà trarre vantaggio e profitto della sua capitolazione pronunciata oggi: su tutti Bruno Retailleau, Laurent Wauquiez (Les Républicains) ed Edouard Philippe (Horizons). Internamente, invece, tirarla troppo per le lunghe potrebbe avere effetti nefasti e ravvivare lotte intestine.

«L‘État, c’est moi»

Bardella, tornando al nome dei nomi, è l’erede naturale di Le Pen. Da tempo, in effetti, la seconda ha fatto del primo il suo premier ideale per il 2027 o, addirittura, prima in caso di dissoluzione dell’Assemblée nationale. Nonostante ciò, Bardella non piace a tutti i membri del Rassemblement National. C’è chi, ad esempio, ha forti dubbi circa la sua linea. Di più, sin dagli albori e cioè dal 1972, il Front National e, successivamente, il Rassemblement National ha sempre tentato la scalata all’Eliseo con un membro della famiglia Le Pen. «L‘État, c’est moi» è un’espressione attribuita a Luigi XIV, il re di Francia noto per aver instaurato una monarchia assoluta per diritto divino accentrando i poteri dello Stato nella propria persona. Allo stesso modo, e con i dovuti paragoni, Marine Le Pen lo scorso dicembre aveva detto: «Sono una candidata finché non deciderò che qualcun altro dovrà candidarsi». Un potere assoluto, appunto, di cui tuttavia le è rimasto ben poco come conclude Le Monde. Se non la possibilità di scegliere chi, al posto suo, cercherà di conquistare l’Eliseo nel 2027.

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