Parchi solari alpini

Rinnovabili e ambiente, mondi contro

Le associazioni ambientaliste sono sull’attenti di fronte al tentativo delle istituzioni di accelerare le pratiche per la costruzione di grandi installazioni fotovoltaiche - Alle varie rivendicazioni, Swissolar risponde: «Rischiamo problemi di approvvigionamento»
© KEYSTONE / JEAN-CHRISTOPHE BOTT
Giona Carcano
Paolo Galli
13.11.2023 06:00

Il solare alpino? Va pianificato meglio. Ma c’è anche chi, prima di arrivare fin lassù con i pannelli, chiede di sfruttare ciò che è già stato costruito, come case, capannoni, industrie, superfici commerciali. La notizia della concessione da parte del Cantone di una licenza preliminare per un impianto al Monte Tamaro, non ha lasciato indifferenti le associazioni ambientaliste. Il tema, insomma, resta fortemente divisivo non solo in Svizzera, ma anche in Ticino.

«Prima gli edifici già esistenti»

Una delle critiche principali alla concessione di una licenza preliminare nel nostro cantone è l’inaspettato cambio di passo mostrato dal Dipartimento del territorio. «Fino all’altro ieri, Claudio Zali diceva che impianti solari in altitudine non sarebbero stati autorizzati», nota Daniel Ponti, presidente di Pro Natura sezione Ticino. «Si diceva che, innanzitutto, andava sfruttato l’intero potenziale di energia solare dei pannelli sugli edifici del fondovalle».

Una questione che lascia perplesso anche Tiziano Fontana, presidente della STAN (società ticinese per l’arte e la natura). «Una politica lungimirante sarebbe quella di produrre energia solare partendo da edifici già esistenti», sottolinea. «Bisognerebbe toccare le zone non edificabili solamente in via eccezionale, in determinati luoghi dove l’impatto paesaggistico sarebbe molto limitato». Anche perché, come rileva ancora Ponti, «in montagna non ci sono le strutture di collegamento. Mancano cavi, allacciamenti, centraline». Elementi già presenti, invece, in pianura o nei centri abitati. Tuttavia, facciamo notare che nel caso specifico – il Monte Tamaro – esiste già un artefatto, l’antenna Swisscom. «Ma il nostro principio rimane: bisogna puntare sul fondovalle», insiste il presidente di Pro Natura. «In Svizzera interna il discorso è un po’ diverso, perché esiste il problema della nebbia invernale che perdura per mesi. Da noi, invece, la questione non si pone. Dunque non serve salire in quota».

«Bisogna essere pragmatici»

Di tutt’altro avviso è Claudio Caccia, coordinatore dell’agenzia ticinese di Swissolar. «Andiamo incontro a un aumento del fabbisogno, e quindi avremo interesse a produrre in casa l’energia di cui necessiteremo. L’impatto zero non esiste. Esiste un impatto ragionevole, e a quello dobbiamo puntare. Dobbiamo renderci conto che i promotori stessi del solare alpino non andranno a cercare zone incontaminate, senza accessi, senza linee elettriche di collegamento, perché il tutto risulterebbe poco economico, e i progetti non starebbero in piedi. Negli anni Sessanta, avessimo fatto i ragionamenti che facciamo oggi, non avremmo realizzato probabilmente neppure le dighe, e se non le avessimo realizzate, be’ oggi a che punto saremmo a livello di politica energetica? Bisogna essere pragmatici». Per Caccia, è anche una questione quasi matematica. «Ci siamo accorti, una volta per tutte, di quanto l’energia sia indispensabile. Sappiamo anche cosa succederà, a cosa andiamo incontro, a una maggiore elettrificazione, a partire dalla mobilità, e poi al teleriscaldamento, all’abbandono di fonti fossili e nucleare». Dunque serve tutto il possibile per produrre più elettricità. Anche passando dal solare alpino. «Noi, come Pro Natura, siamo favorevoli allo sviluppo del fotovoltaico e, in generale, delle fonti energetiche alternative», ribatte Ponti. Eppure, non si deve sacrificare il territorio svizzero all’altare della svolta energetica. «Contestiamo uno sfruttamento indeterminato, senza criterio», aggiunge il coordinatore dell’associazione. Infatti, «sappiamo che solo il 6-7% degli edifici di pianura sfrutta i pannelli solari. Dunque c’è ancora un potenziale enorme di utilizzo su edifici già esistenti, senza nessun bisogno di andare a deturpare ambienti montani o alpini». Caccia, per contro, mette sul tavolo un altro punto di vista. «Non va dimenticato che questi progetti, che pure hanno un certo impatto sull’immediato, quel giorno in cui si deciderà di dismetterli lascerebbero il territorio tale e quale a prima, non ne risulterebbero zone devastate».

«Occhio alla biodiversità»

Eppure, nonostante le rassicurazioni, la STAN – come le altre associazioni ambientaliste – intende seguire da vicino gli attuali sviluppi del solare alpino. «Cerchiamo di valutare l’applicazione rigorosa delle norme e il raggiungimento degli obiettivi di salvaguardia», conferma Fontana. «Laddove ci sono comprensori che non rientrano nell’Inventario federale dei paesaggi, siti e monumenti naturali d’importanza nazionale (IFP), cerchiamo invece di valutare le questioni legate alla biodiversità, così come gli aspetti paesaggistici, naturali e di riproduzione delle specie».

Il caso del Berninasolar

Un aspetto, quello della biodiversità e dei siti di riproduzione delle specie, entrato in linea di conto per quanto riguarda un altro progetto, quello al Nara. I promotori, contrariamente a quanto avvenuto al Monte Tamaro, hanno dovuto incassare il «no» del Cantone alla licenza preliminare. «Nel caso della valle di Blenio avevamo indicato al Dipartimento che la zona toccata dal progetto era un sito di riproduzione fondamentale per due specie di uccelli a rischio estinzione», racconta ancora Fontana. «Se l’impianto al Nara avesse ricevuto luce verde, avremmo probabilmente inoltrato un’opposizione».

Già. Quello dei ricorsi è un tema che scotta. Un caso su tutti: Poschiavo e il «Berninasolar», impianto progettato a 2.250 metri di altitudine e approvato dai cittadini con il 53% di voti favorevoli. Tuttavia, probabilmente, il progetto resterà astratto. I finanziatori (come Repower e la città di Zurigo) si sono sfilati uno dopo l’altro. Il motivo? Le possibili opposizioni delle associazioni ambientaliste. Fantasmi troppo grandi per essere scacciati in tempo: la legge d’urgenza «Solar Express», adottata dal Parlamento l’autunno scorso vista la minaccia di una penuria energetica alle porte, impone infatti ai parchi solari alpini di cominciare a produrre energia entro fine 2025. Pena il mancato ottenimento dei finanziamenti federali, che possono raggiungere il 60% del finanziamento totale.

«Noi marchiamo stretto»

Torniamo quindi in Ticino per capire cosa potrebbe succedere attorno al progetto al Monte Tamaro. «Un’opposizione?», spiega Ponti di Pro Natura. «Per il momento c’è solo la licenza preliminare, ed è ancora di là da venire lo studio di impatto ambientale. Ma di certo ci interesseremo all’incarto. Per usare un’espressione un po’ colorita, marcheremo stretta la procedura di licenza definitiva». Detto altrimenti, i promotori rischiano di andare incontro a lungaggini. E questo, se riportato all’intero Paese, potrebbe minare le fondamenta del «Solar Express». «In Svizzera il sistema è lento proprio per definizione, perché si basa sul consenso e non sulle imposizioni dall’alto o dal basso che siano», ricorda a questo proposito Caccia. «Ma proprio per questo è importante che la politica capisca e accompagni determinati progetti, che dia loro il sostegno che meritano. In questo momento non abbiamo il tempo per aspettare quei vent’anni trascorsi per vedere realizzato il parco eolico del San Gottardo. Non abbiamo più tempo. Altrimenti, andremmo incontro a seri problemi di approvvigionamento. Ecco allora che la politica è chiamata a essere attiva, sul tema, e a procedere con la giusta velocità. Ora siamo troppo lenti». Quanto alla situazione ticinese, Caccia sottolinea che «c’è dialogo, ed è incoraggiante il via libera preliminare dato al progetto del parco solare del Monte Tamaro. È necessario che Cantoni e Comuni accompagnino i progetti con un ruolo attivo. Altrimenti i promotori privati si ritroveranno in una posizione davvero difficile, senza garanzie che i loro progetti possano andare a buon fine. Il tutto resterebbe fermo alla carta. Ma l’energia dobbiamo comunque produrla, in qualche modo».

«Dobbiamo deciderci»

Tuttavia, come visto, il rischio dei ricorsi e delle opposizioni è dietro l’angolo. Con tutte le conseguenze del caso. Una lentezza, secondo alcuni, derivante dal metodo procedurale, con i privati ad avere l’iniziativa. «Il Cantone dovrebbe pianificare meglio i parchi solari», rileva Fontana. «Innanzitutto individuando le aree adatte, coinvolgendo le stesse associazioni. Solo una volta ottenuto un largo consenso si potrebbero coinvolgere i promotori». Secondo Ponti, l’iniziativa in ordine sparso e non coordinata dei privati o dei Cantoni nasce «a causa della Confederazione, che ha messo paletti temporali troppo stretti al Solar Express. Tutti ora corrono ad accaparrarsi i finanziamenti, ma bisognerebbe agire in maniera organica e condivisa». Caccia torna agli obiettivi da raggiungere. «Prendiamo il tema ‘‘prima le zone già edificate’’. Tutto giusto, sì, ma anche lì ci si imbatte spesso in divieti e limitazioni incomprensibili. E allora dobbiamo decidere che cosa vogliamo: non la montagna, non certi tipi di edifici, eppure ci sono obiettivi chiari di politica energetica e climatica che dobbiamo raggiungere. Che senso ha spostare in là il problema e lasciarlo alle future generazioni?».

E il Vallese intanto convoca una discussione

Com’era quel vecchio adagio? Che a giocare con il fuoco finisce che ci si scotta? Già, ma capita di scottarsi anche se si gioca troppo con il sole. È capitato, per esempio, al Vallese. Forse i vallesani avevano guardato fin troppo in là, bruciando qualche tappa, ambiziosi. Chissà. Una cosa è sicura: il 10 settembre scorso la popolazione ha imposto al Cantone di rallentare. Sì, l’invito della Confederazione è ad accelerare, a costo di essere - qua e là - più superficiali nelle valutazioni. Perché di mezzo c’è la sicurezza dell’approvvigionamento energetico. Ebbene, i vallesani hanno votato per bocciare il decreto che spingeva proprio nella direzione di un’accelerazione nella valutazione dei singoli grandi progetti legati alla produzione di energia rinnovabile.

Franz Ruppen, già consigliere nazionale UDC, è il consigliere di Stato vallesano responsabile del Dipartimento della mobilità, del territorio e dell’ambiente. Da noi contattato, torna sull’esito di quella votazione. «Il Consiglio di Stato ha preso atto del fatto che la popolazione non ha voluto semplificare né accelerare la procedura cantonale di autorizzazione delle grandi installazioni fotovoltaiche. La bocciatura del decreto non crea però ostacoli, di principio, alla realizzazione di queste grandi installazioni, ma la spinge potenzialmente più in là nel tempo. In caso di ricorsi, in effetti, c’è un’istanza supplementare». Insomma, il voto ha di fatto rallentato tutto il meccanismo.

E il Cantone ha in qualche modo capito di dover fare alcuni passi indietro, tornando a coinvolgere le parti in causa, popolazione compresa. Prossimamente si terrà, proprio in questo senso, una tavola rotonda sul tema, voluta dal Gran Consiglio, che riunirà gli attori della produzione di energia e di fornitura, i rappresentanti politici ma anche le associazioni ambientaliste. Ruppen spiega: «L’obiettivo di questa discussione è di mettere in relazione i progettisti e le ONG, incoraggiando le parti a dialogare tra loro».

Può risultare difficile, da capire, lo scetticismo della popolazione. Ruppen prova a spiegarlo: «Il risultato del voto non equivale a un rifiuto generale delle grandi installazioni solari alpine. La decisione va interpretata come un “sì a tenere in considerazione, nella scelta dei siti, i criteri ambientali”. È ciò che indicano i chiari “sì” nei vari comuni dove sono previsti progetti di questo genere, come Gondo-Zwischbergen, Hérémence, Grengiols o Törbel». Il Vallese politico continua a credere che questa sia la strada giusta. «Le grandi installazioni solari portano un contributo essenziale all’approvvigionamento di elettricità in inverno. E poi possono accelerare lo sviluppo della produzione di energia solare in Svizzera. L’opinione del Consiglio di Stato è chiara, non a caso abbiamo elaborato il decreto e ci siamo impegnati in questa direzione».

Per qualcuno il traguardo imposto dalla Confederazione è troppo stretto. Il 2025. Per i sussidi non si può andare oltre. Ciò non porta a una corsa poco ragionata? Franz Ruppen sottolinea: «Una possibilità che alcuni progetti di questo tipo vengano realizzati effettivamente entro i limiti imposti, da qui al 2025, esiste. Poi sta alla Confederazione decidere se questi termini possono o meno essere ancora modificati». D’accordo. Ma certo appare quasi paradossale che l’approvvigionamento di energia da fonti rinnovabili sia in contrasto con la tutela dell’ambiente. Ruppen ribadisce che «l’opinione, in merito, del Consiglio di Stato era chiara». Certo, lo ha dimostrato mettendosi in gioco e puntando sulle grandi installazioni. Ora, ricevuta una porta in faccia, è ripartito, puntando sul dialogo. «Il futuro ci dirà come evolverà la situazione». Eh già.

«Un’opzione sostenibile? I resort sciistici»

Per evitare una possibile penuria energetica, la Confederazione punta sull’energia solare anche nelle Alpi. Sono stati avviati diversi progetti e alcuni, come quello in Ticino sul Monte Tamaro, sono sulla buona strada. Aaron Heinzmann, responsabile protezione Alpi per Mountain Wilderness, qual è la sua posizione riguardo questa scelta del Parlamento federale? Le montagne svizzere possono accogliere questo tipo di impianti?
«Come organizzazione che si batte per la protezione delle Alpi, Mountain Wilderness Svizzera chiede una protezione coerente del clima e si batte per la conservazione delle aree montane selvagge e incontaminate. Queste particolari zone hanno un valore inestimabile: sono punti nevralgici per la biodiversità e costituiscono gli ultimi rifugi su larga scala per molte specie animali e vegetali, in cui la natura può svilupparsi liberamente. Per questo motivo la nostra associazione ritiene che l’eccessiva edificazione di queste aree montane sia altamente problematica. La protezione del clima e la tutela della biodiversità devono andare di pari passo. Per Mountain Wilderness, quindi, gli impianti in aree poco sviluppate sono semplicemente inaccettabili. Al contrario, non chiuderemmo la porta a impianti solari alpini in aree già inquinate e controllate dalle attività umane, come le stazioni sciistiche. Dal nostro punto di vista è questa la strada giusta da percorrere».

Al momento, l’impressione è che i Cantoni procedano in ordine sparso. Per evitare incomprensioni o battaglie in tribunale, è necessaria una miglior pianificazione a livello nazionale?
«Leggendo il contenuto della legge federale attualmente in vigore, non esistono criteri di selezione delle aree per l’insediamento dei parchi solari alpini. Così come non esiste una pianificazione generale per gli impianti. Ecco perché l’approccio dei Cantoni al tema non è omogeneo. Ed è qui che individuiamo un potenziale rischio: la realizzazione di progetti in aree alpine sensibili, che avrebbero effetti devastanti sulla natura e sull’ambiente».

Recentemente, il Vallese ha bocciato un decreto che consentiva di accelerare le procedure di autorizzazione dei grandi progetti solari alpini. La vostra associazione si è fortemente battuta a sostegno del referendum, poi accolto da quasi il 54% dei votanti. Per quale motivo?
«È vero, abbiamo sostenuto con forza il referendum contro l’accelerazione della procedura di approvazione. A nostro avviso, infatti, un’approvazione frettolosa di progetti di parchi solari alpini su vasta scala, porta a costruzioni sconsiderate, prive della necessaria ponderazione fra interessi energetici e protezione dell’ambiente. Più in generale, il «no» della popolazione vallesana alla procedura accelerata rispecchia gli studi che dimostrano come la popolazione svizzera preferisca impianti energetici – siano essi eolici o solari – nelle zone agricole e residenziali rispetto a edificarli in altitudine».

Da un lato si svuole raggiungere l’autosufficienza energetica e la neutralità climatica. Dall’altro si fanno resistenze di ogni tipo quando si devono concretizzare questi progetti. Così non si rischia di perdere tutto?
«In Svizzera, lo stato della biodiversità è già oggi preoccupante. Metà degli habitat e un terzo delle specie sono minacciati dalle attività umane. Le Alpi, in particolare, sono un bacino molto importante per la preservazione della biodiversità. Alla luce di questa grande fragilità, troviamo controproducente attuare la transizione energetica a spese dell’ambiente. Abbiamo un enorme potenziale di risparmio energetico, ad esempio. Inoltre, l’elettricità andrebbe prodotta e immagazzinata dove viene consumata: nelle aree residenziali o industriali. Ricordo che i pannelli su tetti e facciate godono di un ottimo grado di accettazione fra la popolazione. È quella la via da seguire, ma occorrono le condizioni quadro giuste e un finanziamento adeguato».