I magistrati, i partiti e l’obolo perverso
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Nel nostro ordinamento vige la separazione dei poteri tra Esecutivo, Legislativo e Giudiziario. Separazione che, a livello pratico, deve fare rima con autonomia, senza che esistano conflitti d’interesse incrociati. Il principio è chiaro e non ammette deroghe, poi, tra il dire e il fare, esiste un’infinità di zone grigie. Della serie «sì, però». Limitiamoci ad osservare ciò che avviene tra il potere politico e quello giudiziario, con il primo che sceglie e nomina i rappresentanti del secondo. Si tratta di un’annosa e irrisolta questione che genera discussioni accese e infinite, alla ricerca di un sistema di nomina migliore che tutti vorrebbero e che allo stesso tempo tutti schivano. Perché, ammettiamolo, alla politica, tenere in mano il pallino della giustizia piace, genera un non so che, l’illusione recondita che la giustizia possa essere manovrabile o anche solo sottilmente influenzabile. Le cose non stanno così, fortunatamente nelle aule dei tribunali a dettare legge sono i codici, gli articoli e la giurisprudenza. L’ultimo in ordine di tempo a dire che i partiti non gli hanno mai fatto piegare la testa è stato l’ormai ex presidente del Tribunale penale cantonale Mauro Ermani che ha dichiarato: «Io come magistrato non ho mai piegato la testa davanti alla politica». Gli crediamo, non abbiamo motivo o prove per dubitarne e ci sentiamo rassicurati dall’affermazione di un uomo di legge che ha operato per 36 lunghi anni. Il partito che lo aveva in quota, il PS, lo ha immediatamente scaricato. Poi va detto che ci sono anche i cosiddetti «magistrati indipendenti» che hanno rifiutato l’etichetta partitica. Ad oggi non sono però molto numerosi. Senza ricamare troppo attorno al recente scandalo al TPC, è sulla «normalità» vigente di fatto in Svizzera che occorre mettere gli occhi, su quell’abitudine consolidata, ma inconfessabile, che vede i magistrati passare alla cassa, versare un contributo annuo o periodico alla forza politica meritevole di qualche franco per ringraziarla del sostegno che ha portato alla nomina. Il tema è tabù, appena lo si solleva si registra subito nervosismo nelle segreterie dei partiti. C’è chi smentisce, chi sottolinea che lo stesso obolo è volontario, non una costrizione, chi che in realtà quei soldi vengono dirottati ad associazioni vicine al partito e chi fa sapere che la stragrande maggioranza dei «loro» magistrati non versa nulla. Insomma, di tutto un po’, una giungla di formule e giustificazioni che sanno un po’ di autoassoluzione. Poi, un sondaggio a livello federale, riportato dal nostro settimanale La domenica, ci dice che una percentuale prossima al 70% dei magistrati elvetici afferma che versa regolarmente un contributo e la presidente dei magistrati elvetici ha dichiarato che qualcuno «ha fatto firmare cambiali prima dell’elezione». C’è chi lo chiama contributo, chi obolo e chi, esagerando, addirittura pizzo. Sarebbe bello non chiamarlo più del tutto, semplicemente abolirlo, considerando essere già un privilegio, un regalo per i partiti neppure per forza meritato, avere la prerogativa di nominare. La facoltà di indirizzare profili con i quali sono condivise sensibilità e valori politici non ci è mai piaciuta e ancora peggio è sentire che il versamento non è obbligatorio ma facoltativo. Non dovuto, ma possibile: in sostanza questo induce a un meccanismo mentale ancora più perverso, perché spinge chi di dovere a controllare se lui o lei hanno pagato. In caso affermativo si giunge alla conclusione che hanno fatto il loro dovere ma ci si lava la coscienza perché «non li abbiamo di certo obbligati». In caso contrario, stiamone certi, si tenderà a dire che «non si è neppure degnato di un piccolo contributo». Ne deriva un controllo sociale pressante, magari anche solo per qualche spicciolo, rispetto ai conti complessivi di un partito politico.
Vediamo una sola via percorribile e che consideriamo ragionevole, pura e rispettosa della separazione dei poteri, o almeno di una parziale separazione, perché quello della nomina politica, al di là del colore di partito, rimane un sistema dotato di un difetto originario. Ma sprovvisto di soluzione. Forse sogniamo, ma una bella comunicazione corale, un patto, un’intesa tra tutte le forze che contano «affiliati» nei ranghi del potere giudiziario all’insegna del «tutti i magistrati sono tenuti a non versare un sol franco direttamente o indirettamente al partito, ma di esercitare unicamente il loro lavoro con scienza e coscienza nell’interesse della giustizia e della cittadinanza» sarebbe quanto di più bello, sincero e trasparente si potrebbe immaginare in questi tempi nei quali tutti, a parole, dicono di voler vedere una giustizia celere, libera e senza grilli per la testa.