La visione imperialista di Donald Trump

Opportunità minerarie e geopolitiche. La Groenlandia è sempre stata un obiettivo di Donald Trump. Lo è sin dai tempi della sua prima amministrazione. Già allora aveva promesso l’acquisizione dell’isola più grande del mondo, e lo aveva fatto in chiave anti-Cina e anti-Russia. Ma all’epoca - il 2019 - era considerata un’aspirazione secondaria, «non la prima in agenda», disse il presidente americano. Ben diversi i toni utilizzati oggi. Trump dice, chiaramente, che deve avere la Groenlandia, e aggiunge: «In un modo o nell’altro». Usa l’imperativo. Ai tempi invece si limitava ad ammettere che ne stava valutando l’acquisto, un po’ come si fa nelle boutique troppo eleganti di fronte a qualcosa che si desidera ma che non ci si può permettere. Passati sei anni, e tornato alla presidenza, il tycoon ne ha fatto un obiettivo primario. Un obiettivo che si potrebbe definire «immobiliare». I toni sono quelli. Lui vuole «acquistare» la Groenlandia. Così come vuole fare della Striscia di Gaza una spiaggia di lusso. Per di più la vede lassù, l’isola artica, facilmente collocabile a Nord degli Stati Uniti, sa di averci già messo un piede, o meglio di averci già messo una base aerea - quella visitata venerdì dal suo vice JD Vance -, la più settentrionale del proprio arsenale. Da lì vede nuove opportunità di espansione. E tutto si gioca su questo concetto: l’espansione. Trump vuole espandersi, vuole che gli Stati Uniti, sotto la sua presidenza, prendano una direzione chiara e definitiva verso l’imperialismo. E vuole lasciare un marchio, un’impronta, un po’ come quella di Andrew Johnson, che nel 1867 acquistò l’Alaska dall’Impero russo. Qualcuno, all’epoca, parlò dell’Alaska come dello «zoo degli orsi polari di Johnson». Oggi, probabilmente, l’opinione pubblica è meno ingenua, e simili obiettivi sono facilmente comprensibili. Per di più, in un momento di enorme instabilità e incertezza, con due guerre su vasta scala in corso, con tensioni economiche che toccano il mondo tutto, Trump usa la scusa della «sicurezza». Esserci, espandersi, sino alla Groenlandia, significa per Trump avere nuove opportunità in quanto a presenza aerea e navale nell’Artico, un modo come un altro per controllare e gestire più da vicino eventuali ambizioni cinesi, ma anche russe. Perché non va dimenticato che, nella corsa polare artica, la Russia - sovvenzionata da Pechino - ha accumulato un enorme vantaggio, non facilmente colmabile. Gli Stati Uniti si sentono esclusi da quella corsa. Nel rapporto relativo alla strategia artica 2024, si citava il rischio che l’Artico diventasse «un punto cieco strategico» per Washington. Ma al di là delle strategie, della sicurezza, dei minerali, riuscire a fare sua la Groenlandia per Trump rappresenterebbe il simbolo del suo essere politico. Un essere politico, per l’appunto, all’interno di un contesto globale neo-imperialista. Il ruolo dell’Europa, in questo senso, agli occhi di Trump appare del tutto secondario e, se possibile, sacrificabile. Forse persino quello della Russia, in questo momento soltanto uno strumento in chiave anti-Cina.