Domande e risposte

USA, oggi è il «Liberation Day»: sui dazi Trump sfida il mondo

Il presidente degli Stati Uniti annuncia alla Casa Bianca le misure protezionistiche che, a suo avviso, dovrebbero permettere al Paese di riconquistare il terreno perduto negli anni scorsi sul piano industriale e commerciale - Molti i dubbi del mondo economico sulla manovra
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump celebra oggi il «Liberation Day» annunciando dazi contro molti Paesi. ©ALEXANDER DRAGO / POOL
Dario Campione
02.04.2025 06:00

Oggi, a Washington, Donald Trump dovrebbe annunciare dazi e tariffe alle merci importate negli USA. È il giorno che il tycoon ha ribattezzato «Liberation Day». 

Perché Donald Trump parla di «Liberation Day»?

Il presidente degli Stati Uniti ha ribattezzato il 2 aprile «Liberation Day» (Giorno della Liberazione) perché dazi, «tariffe reciproche» e tasse sulle importazioni da altri Paesi, a suo avviso, «libereranno gli Stati Uniti dalla dipendenza dalle merci straniere. Faremo pagare le altre nazioni per fare affari nel nostro Paese e prendere i nostri posti di lavoro, la nostra ricchezza», ha detto. I dettagli del piano restano tuttavia incerti. I dazi potrebbero essere applicati prodotto per prodotto oppure secondo medie più ampie imposte su tutte le merci provenienti da ciascun Paese; o, ancora, potrebbero rispecchiare le tariffe che gli altri Paesi applicano agli USA, nonché le imposte sul valore aggiunto (IVA) e le sovvenzioni alle società nazionali.

Quali saranno i Paesi più colpiti dalle misure che Trump intende annunciare?

Difficile dirlo. Lunedì scorso, parlando ai giornalisti a bordo dell’Air Force One, il presidente degli Stati Uniti ha detto che le tariffe reciproche includeranno tutte le nazioni, e non soltanto il gruppo di 10-15 Paesi con i maggiori squilibri commerciali. Più o meno nello stesso momento, il consigliere economico della Casa Bianca, Kevin Hassett, ha dichiarato a Fox Business che l’attenzione dell’amministrazione sui dazi si concentrerà su 10-15 Paesi con i peggiori squilibri commerciali, anche se non li ha elencati. Il segretario al Tesoro, Scott Bessent, ha detto nei giorni scorsi che la Casa Bianca perseguirà principalmente i «Dirty 15», ovvero il 15% circa dei Paesi che, a suo avviso, applicano tariffe sostanziali contro l’America. I possibili obiettivi, stando invece all’ufficio del rappresentante commerciale americano, sarebbero 21 economie che gestiscono grandi surplus di merci con gli USA, e tra loro la Gran Bretagna, l’Unione Europea e il Giappone. Trump ha specificato di voler tassare i farmaci, il rame e il legname e di voler imporre una tariffa del 25% su tutte le importazioni da qualsiasi Paese che acquista petrolio o gas dal Venezuela.

Quali tariffe sono già entrate in vigore?

Trump ha imposto una tariffa del 10% su tutte le importazioni cinesi a partire dal 4 febbraio scorso, tassa che ha poi raddoppiato al 20% dal 4 marzo. La Cina ha reagito con tariffe di ritorsione che coprono una serie di beni statunitensi, tra cui una tariffa del 15% sul carbone e sui prodotti a base di gas naturale liquefatto e una tariffa del 10% sul petrolio greggio entrata in vigore il 10 febbraio. Pechino ha pure imposto tariffe fino al 15% sulle principali esportazioni agricole statunitensi a partire dal 10 marzo. Anche le tariffe su acciaio e alluminio sono entrate in vigore all’inizio di questo mese. Entrambi i metalli sono ora tassati al 25% su tutta la linea. All’inizio di marzo, Trump ha attuato un parziale ritardo di un mese delle tariffe del 25% su Canada e Messico, i maggiori partner commerciali degli USA. Ha pure posticipato le tasse per le importazioni automobilistiche e per le merci conformi all’accordo USA-Messico-Canada del 2020. In risposta, il Canada ha lanciato una serie di contromisure per miliardi di dollari sulle merci statunitensi. Il Messico, invece, deve ancora imporre formalmente nuove imposte.

Quale sarà la risposta degli altri Paesi ai dazi USA?

Già domenica scorsa, in vista dell’atteso annuncio di Trump, Cina, Corea del Sud e Giappone hanno concordato di rafforzare il libero scambio tra loro. In risposta ai dazi su acciaio e alluminio, anche l’Unione Europea ha annunciato misure su beni USA per un valore di circa 26 miliardi di euro (manufatti industriali, carne bovina, pollame, bourbon, motociclette, burro di arachidi e jeans). La Commissione UE aveva intenzione di lanciare questa ritorsione in due fasi: 1 e 13 aprile. Ma proprio ieri, parlando davanti agli eurodeputati, Ursula von der Leyen ha spiegato: la risposta dell’Unione sarà valutata in base alle iniziative di Washington. «Non vogliamo necessariamente vendicarci, ma ci faremo valere - ha detto la presidente della Commissione - L’Unione vuole sì dialogare, ma non intende subire passivamente gli attacchi commerciali della Casa Bianca».

Qual è l’obiettivo principale della politica protezionista?

Le cosiddette «tariffe reciproche» di Trump mirano a eguagliare le tariffe più elevate di altri Paesi per beni specifici e a compensare le barriere non tariffarie che mettono le esportazioni statunitensi in una posizione di svantaggio. Trump vede i dazi come un modo per proteggere l’economia nazionale dalla concorrenza globale - che lui giudica «sleale» - e una merce di scambio per ottenere condizioni migliori per gli USA. Secondo Cristopher Desmond, responsabile del team US Global Trade Services di PwC - una delle reti di servizi professionali più grandi del mondo, con sedi in otre 140 nazioni - il tycoon vuole «portare i Paesi al tavolo delle trattative per stabilire nuove relazioni economiche. Il suo vero obiettivo, come con il Messico e il Canada, è negoziare accordi commerciali più vantaggiosi». Il segretario al Commercio, Howard Lutnick, ha ripetuto che i dazi costringeranno le altre nazioni a «mostrare rispetto» a Trump.

Che cosa si attendono gli analisti dai nuovi dazi?

L’insistenza di Trump sui dazi sta alimentando i timori di recessione negli USA. Gli analisti di Goldman Sachs hanno aumentato la loro probabilità di recessione a 12 mesi dal 20% al 35%. Ciò riflette «previsioni di crescita più basse, calo della fiducia e dichiarazioni dei funzionari della Casa Bianca che indicano la volontà di tollerare il dolore economico». Goldman Sachs ha pure alzato le sue previsioni per l’inflazione. Uno studio appena pubblicato dal Budget Lab at Yale, gruppo di ricerca indipendente associato all’ateneo di New Haven - lo stesso in cui si è laureato l’attuale vicepresidente JD Vance - stima che le famiglie più povere vedranno il proprio reddito disponibile diminuire di circa il 2,5% a causa della prima ondata di dazi su Cina, Messico e Canada, rispetto a un calo dello 0,9% per le famiglie più abbienti.

Perché Washington insiste in questa politica?

Secondo Gianmarco Ottaviano, ordinario di Economia politica alla Bocconi di Milano e già direttore del «Programma per il commercio internazionale» del Centre of Economic Performance di Londra, lo fa per ottenere altri obiettivi, «in modo magari inefficiente ma sicuramente efficace». Tuttavia, se anche fosse così, «il quadro diverrebbe ancora più preoccupante. Basta guardare alla lista di obiettivi che, in campagna elettorale, Trump dichiarava di poter raggiungere con i dazi: contenere l’ascesa della Cina, ridurre il disavanzo commerciale americano, reindustrializzare gli USA, sostituire le entrate fiscali con il gettito dei dazi, promuovere la sicurezza nazionale, impedire ad altri Paesi (soprattutto alle grandi economie emergenti) di rinunciare al dollaro come valuta globale». Ma «come i mercati azionari suggeriscono in questi giorni, ci sono forti dubbi che l’offensiva daziaria possa davvero raggiungerne anche solo una parte. Quello che indubbiamente sta ottenendo è di creare molta incertezza, sia per la sua natura ogni giorno più ondivaga sia per l’inadeguatezza di un solo mezzo, quello daziario, a perseguire fini disparati e tra loro spesso in conflitto. I danni più duraturi che la guerra commerciale può fare all’economia mondiale non vengono necessariamente dai maggiori dazi, ma dall’incertezza che crea sulla coerenza della politica economica americana e sulle regole del gioco della competizione internazionale. Danni che potrebbero permanere a lungo».