Agno

«Ho sparato un colpo per sbaglio»

Iniziato il processo alle Assise criminali a carico dell'uomo che nell'agosto di due anni fa sparò al figlio con un fucile - L'imputato afferma di non averlo voluto uccidere
© CdT/Chiara Zocchetti
Nico Nonella
07.02.2024 11:30

«Non volevo uccidere mio figlio, il colpo è partito per sbaglio». È rimasto aggrappato alla sua versione il 51.enne che il 7 agosto del 2022 ad Agno esplose due colpi all'indirizzo del figlio dopo una discussione su una ingente somma di denaro sottratta dal giovane alla nonna. Comparso oggi di fronte alla Corte delle assise criminali, presieduta dal giudice Mauro Ermani, per rispondere delle accuse di tentato assassinio (subordinatamente tentato omicidio intenzionale), infrazione alle leggi federali sulle armi e sugli stupefacenti, l'uomo non ha cambiato una versione già resa in sede d'inchiesta. Ossia che non voleva uccidere nessuno.

Subito dopo l'arresto l'uomo – difeso dall'avvocato Letizia Vezzoni – aveva sì ammesso i fatti sostenendo però di aver voluto solo spaventare il figlio con l'arma da fuoco (un fucile semiautomatico Anschutz 520 calibro 22). Quel giorno, il 51.enne era partito da Rovio sotto l'influsso di droga e alcol alla ricerca del figlio, oggi 23.enne, per chiedergli conto del denaro sottratto. Rintracciatolo ad Agno, i due avevano avuto un diverbio e stando alla versione dell'imputato i colpi erano partiti accidentalmente. 

Tensioni in famiglia

Interrogato dal presidente della Corte (presenti anche gli assessori giurati), l'uomo ha ammesso un passato difficile, segnato dalla tossicodipendenza. Un problema che aveva toccato anche il figlio. Tanto che in famiglia era venuta a crearsi una situazione, ha evidenziato Ermani, «di disagio psicologico» (sul tavolo c’è anche una perizia psichiatrica che ha ravvisato nell'imputato una lieve scemata imputabilità), sfociata in un rapporto padre-figlio sempre più teso. Tensioni, liti e anche piccoli furti da parte del giovane che il 51.enne aveva riportato sul suo diario. Per cercare di far uscire il 23.enne dalla tossicodipendenza, l'uomo gli aveva dato un lavoro e aveva iniziato a consumare droga con lui. «Come pensava che potesse funzionare?», gli ha chiesto Ermani. «Non era la soluzione migliore», ha ammesso l'imputato. L'ultimo furto, quello ai danni della madre dell'imputato, era stata la classica goccia che aveva fatto traboccare il vaso. Convinto che la Polizia non stesse indagando, l'imputato aveva assicurato alla madre: «Ti riporto io i soldi e gli do una lezione». Interrogato da Ermani sul significato di questa comunicazione, l'imputato ha negato di aver mai voluto far del male al figlio.

Colpi mirati o accidentali?

Interrogato su quel fatidico 7 agosto e sulla decisione di partire alla ricerca del figlio con un fucile carico e una baionetta, l'imputato ha affermato di aver portato i proiettili perché in caso di bisogno avrebbe potuto sparare in aria o per terra, come deterrente nel caso in cui avesse incontrato anche gli amici del giovane. Dopo averlo rintracciato ad Agno, l'imputato lo aveva seguito e lo aveva affrontato, chiedendogli conto del furto. «Ormai i soldi non ci sono più», gli aveva risposto il 23.enne prima di allontanarsi. «Poi è partito un colpo per sbaglio. Non ho ricordo di un altro sparo e non ho idea di come mai sia stato ritrovato un secondo bossolo», ha affermato l'imputato, aggiungendo di non ricordare molto dell'accaduto. «Ero confuso. Ho subito buttato l'arma a terra, ho capito di aver fatto qualcosa di gravissimo». Sta di fatto che uno dei proiettili esplosi aveva raggiunto il giovane all'altezza della schiena, trapassandolo. Il pronto intervento di terzi gli aveva salvato la vita. L'imputato si era invece recato a Melide, dove aveva abbandonato l'arma, e poi a casa, a Rovio.

Va precisato che nell'arma utilizzata, dopo il primo colpo il secondo viene incamerato automaticamente e per sparare è necessario lasciare il grilletto per poi premerlo nuovamente. Un aspetto che rende difficile credere alla tesi di due colpi esplosi per errore.

Da segnalare che in aula la pubblica accusa è rappresentata dal procuratore generale sostituto Moreno Capella. La titolare dell'inchiesta, la pp Margherita Lanzillo, gli ha infatti ceduto l'incarto dopo aver chiesto, senza successo, la ricusa del giudice Mauro Ermani, che secondo lei sarebbe prevenuto nei sui confronti. Uno strascico della bocciatura da parte del Consiglio della Magistratura della stessa Lanzillo e di altri quattro colleghi (tutti rieletti) nel 2020.
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