Sparatoria di Agno: «Fu tentato omicidio, non tentato assassinio»
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«Quella mattina del 7 agosto, l’obiettivo dell’imputato non era semplicemente minacciare il figlio. Ha agito con la precisa volontà di uccidere e quanto accaduto non è stato un incidente». Ma, e lo vedremo più avanti, la qualifica giuridica del reato è tentato omicidio e non tentato assassinio. E no, a dirlo non è stata la difesa.
Per il sostituto procuratore generale Moreno Capella non ci sono dubbi: il 51.enne a processo alle Assise criminali per aver sparato due colpi di fucile al figlio ad Agno, quel giorno era partito da casa con un preciso intento: punire il giovane per il furto ai danni della nonna (la madre dell'imputato, ndr). «Quella domenica mattina cercava il figlio, e nessun altro. Prima di partire da casa controlla il funzionamento dell'arma, la pulisce e la carica con un magazzino da 8 colpi. Il fatto di averlo rintracciato e poi seguito con il fucile cancella la sua tesi secondo cui l'arma era lì in caso di incontri inaspettati con gli amici del figlio, per intimorirli». L'inchiesta, ha proseguito Capella, «ha accertato che il fucile era stato puntato contro il ragazzo e che sono stati esplosi due proiettili. Bisogna esercitare una certa forza sul grilletto, almeno 2,5 chili, e non è dunque possibile che i colpi siano stati sparati per sbaglio. «Ci possono essere molte spiegazioni per quanto successo. Il furto è stata la classica goccia che ha fatto traboccare il vaso. Abbiamo il grande sconforto e la frustrazione di un padre per il comportamento del figlio e per il suo rifiuto a una confronto. Abbiamo sì, spiegazioni, ma non giustificazioni», ha chiosato il sostituto pg.
Prima di formulare la richiesta di pena, Capella ha chiesto alla Corte di riconoscere l'imputato colpevole di tentato omicidio intenzionale per dolo diretto e non di tentato assassinio (a suo dire manca l'agire "particolarmente crudele" richiesto dalla giurisprudenza), come inizialmente prospettato dalla procuratrice pubblica Margherita Lanzillo, titolare dell'inchiesta fino al suo passo indietro di qualche settimana fa. Nei confronti del 51.enne è stata chiesta una pena detentiva di 7 anni e e mezzo oltre a un trattamento ambulatoriale in carcere.
Lasciato solo
«La vittima non meritava quanto le è accaduto. Parliamo di un ragazzo irrecuperabile, la cui condizione è stata aggravata da colui che oggi è qui alla sbarra: suo padre. Genitore che durante tutta l'inchiesta ha tentato di attribuire a suo figlio la colpa di quanto accaduto», ha affermato l’avvocato Camilla Cimiotti, patrocinatrice del 23.enne insieme alla collega Sandra Xavier.
Il dibattimento riprenderà domani mattina con l'arringa della difesa; la sentenza verrà pronunciata nel pomeriggio.